(AGENPARL) - Roma, 17 Giugno 2026 - Mentre Washington e Teheran si preparano a siglare l’intesa finale in Svizzera (19 giugno), il Quartier Generale Khatam al-Anbiya denuncia 84 violazioni del cessate il fuoco nel Sud del Libano. Escalation a Nabatieh: il rischio di far saltare l’accordo.
TEHERAN/BEIRUT – La fragile architettura diplomatica costruita tra Washington e Teheran nelle ultime settimane è sotto stress. Mentre il mondo guarda con attenzione alla scadenza di venerdì 19 giugno – data prevista per la firma ufficiale del Memorandum d’intesa (MoU) a Ginevra – il terreno in Libano meridionale torna a bruciare, innescando una reazione durissima da parte iraniana.
L’avvertimento dei Guardiani Nella serata di lunedì, il quartier generale del “Khatam al-Anbiya” – la massima autorità militare iraniana – ha rilasciato una dichiarazione che suona come un ultimatum. L’accusa è circostanziata: nonostante l’annuncio della fine delle ostilità da parte della Casa Bianca, le forze israeliane avrebbero violato il cessate il fuoco in 84 occasioni nel solo arco degli ultimi due giorni. Il messaggio di Teheran è inequivocabile: “Se l’esercito dell’entità sionista non ferma i suoi attacchi, dovrà attendere una risposta dura dalle forze armate iraniane”.
Il campo: sangue a Nabatieh Le parole non sono rimaste isolate dai fatti. Nella giornata di martedì, il governatorato di Nabatieh è stato teatro di una nuova, violenta escalation. Secondo quanto riportato dall’Agenzia Nazionale Libanese (NNA), diversi raid aerei e bombardamenti di artiglieria hanno colpito le periferie di Nabatieh Al-Fuka, Kafartbit, la collina Ali Al-Taher, Kafr Joz e l’area di Jabal Al-Rafi. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno quattro vittime. Fonti sul campo riferiscono inoltre di una penetrazione di forze ostili verso la città di Hadda, segnale che l’attività militare israeliana non sta rallentando, ma si sta intensificando.
Un accordo sotto ricatto L’Iran ha mantenuto una linea ferma durante gli ultimi 60 giorni di negoziati, sostenendo che la fine delle operazioni israeliane in Libano sia una condizione non negoziabile per la stabilizzazione regionale. Tuttavia, il perdurare dei raid israeliani indica una divergenza strategica pericolosa: se per Teheran il MoU è la “codificazione politica di una realtà sul campo”, per Gerusalemme le operazioni sembrano proseguire secondo una logica di sicurezza nazionale che prescinde dagli accordi tra Washington e la Repubblica Islamica.
L’accordo, mediato con il contributo decisivo di Pakistan e Qatar, prevede tra i punti chiave proprio il cessate il fuoco permanente su tutti i fronti. Tuttavia, la posizione di Teheran è chiara: per la Repubblica Islamica, le due parti contraenti dell’accordo sono, da un lato, gli Stati Uniti e Israele, e dall’altro, l’Iran insieme a Hezbollah. Questa distinzione non è solo formale, ma sostanziale: Teheran sta avvertendo Washington che il mancato rispetto del cessate il fuoco in Libano da parte di Israele non è solo una violazione contro il popolo libanese, ma un attacco diretto all’asse che comprende il suo principale alleato regionale. L’Iran ha ribadito che la fine delle ostilità in Libano è una condizione ‘inseparabile’ dal pacchetto di pace complessivo: se le operazioni israeliane contro Hezbollah non cessano, l’intero Memorandum di Ginevra rischia di diventare carta straccia prima ancora di essere firmato.
Il 19 giugno a Ginevra non sarà solo la firma di un documento: sarà il banco di prova della volontà reale di entrambi gli schieramenti di congelare il conflitto. Fino ad allora, il confine libanese rimane la “valvola di sfogo” dove la diplomazia rischia di naufragare sotto il fuoco dell’artiglieria. L’Iran, con l’avvertimento di ieri, ha messo in chiaro che la pazienza ha un limite: la “risposta dura” minacciata non è più solo retorica, ma una variabile che potrebbe far saltare il tavolo svizzero prima ancora che venga siglato.
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