(AGENPARL) - Roma, 8 Giugno 2026 - Dopo i recenti eventi che hanno interessato i Paesi del Golfo, molti si pongono una domanda semplice: l’Italia sarebbe in grado di difendersi autonomamente da attacchi con droni, aerei, missili da crociera e missili balistici, oppure dovremmo limitarci a pregare sperando che ciò non accada?
L’Italia dispone di una moderna difesa antimissile basata principalmente sui sistemi SAMP/T e SAMP/T NG, sviluppati insieme alla Francia e armati con missili Aster 30, capaci di intercettare aerei, droni, missili da crociera e missili balistici a corto e medio raggio.
La difesa è organizzata su più livelli:
- lungo raggio: SAMP/T NG con missili Aster 30;
- medio raggio: sistemi Grifo/CAMM-ER;
- corto raggio: Skynex e altri sistemi dedicati alla difesa contro droni e minacce a bassa quota.
Anche la Marina Militare contribuisce in modo significativo alla difesa aerea e antimissile grazie alle proprie unità navali equipaggiate con missili Aster e con il sistema PAAMS.
Tutti questi assetti sono integrati nella rete di difesa aerea e missilistica della NATO, che consente di condividere informazioni, sensori e capacità operative.
Fin qui le buone notizie.
Se però l’attacco fosse strategico e su larga scala, condotto con missili balistici avanzati, allora, parafrasando un celebre film: “non ci resta che piangere”.
O pregare.
In questo scenario l’Italia dipende in misura decisiva dagli Stati Uniti. I satelliti di allerta precoce, i radar strategici della NATO e degli USA e le unità navali americane dotate del sistema Aegis e dei missili intercettori SM-3 rappresentano oggi il vero scudo contro le minacce balistiche più sofisticate, in grado di essere individuate e colpite persino al di fuori dell’atmosfera terrestre.
Europa e Italia stanno lavorando per ridurre questa dipendenza, sviluppando nuove capacità autonome e sistemi di difesa sempre più avanzati. Tuttavia, si tratta di programmi che richiedono investimenti enormi, tecnologie complesse e tempi di realizzazione che si misurano in decenni più che in anni.
Per capire come gli Stati Uniti contribuirebbero alla difesa del nostro Paese bisogna guardare alla rete di installazioni militari presenti in Italia fin dagli anni Cinquanta. Oggi circa 13.000 militari statunitensi operano nelle principali basi di Vicenza, Aviano, Camp Darby (Pisa-Livorno), Gaeta, Napoli, Sigonella e Niscemi.
Queste strutture svolgono funzioni essenziali di sorveglianza, logistica, intelligence, comunicazioni, comando e controllo per le operazioni NATO nel Mediterraneo e nelle aree limitrofe.
C’è chi auspica la chiusura e lo smantellamento delle basi americane sul nostro territorio.
I miei scialbi e superficiali ricordi di latino mi riportano alla mente una locuzione antica: do ut des “io do affinché tu dia”. Un principio semplice, fondato sulla reciprocità: si concede qualcosa confidando di ricevere in cambio un beneficio uguale o maggiore.
Vale nei rapporti tra persone. Vale spesso anche nei rapporti tra Stati.
Possiamo discutere se il prezzo da pagare sia giusto o eccessivo. Possiamo interrogarci sul grado di autonomia che l’Italia e l’Europa dovrebbero conquistare. Possiamo persino immaginare un futuro in cui la nostra sicurezza dipenda esclusivamente dalle nostre forze.
Ma la domanda resta.
E se non do?
Pregare o piangere.