(AGENPARL) - Roma, 26 Maggio 2026 - Intervista al Generale CA ( ris) Marco Bertolini giá Comandante del COI e Comandante della Brigata par Folgore effettuata dal Brig Generale (ris) Ferdinando Guarnieri, già 1° Comandante del 6° Reggimento di Manovra, (oggi Reggimento Logistico della Folgore).
Domanda:
Comandante, il futuro del Libano appare oggi fortemente condizionato dal riassetto degli equilibri regionali e dalla campagna militare in corso contro Hezbollah. Alla luce della Tua esperienza operativa (prima missione di pace in Libano e successive visite effettuate da Comandante del Coi nel teatro libanese) ritieni che il Paese riuscirà ad affrontare la delicata transizione politica, economica e istituzionale? E sarà in grado di ricostruire le aree colpite dal conflitto e gestire la massiccia presenza di rifugiati?
Risposta Gen Bertolini:
Il Libano è un paese caratterizzato da un precario equilibrio interno. Se da un punto di vista etnico è relativamente compatto, da un punto di vista religioso comprende Cattolici romani e maroniti, greci ortodossi, greco cattolici, musulmani sciti e sunniti, nonché drusi. Da un punto di vista istituzionale, l’equilibrio è stato ottenuto assegnando ai cristiani maroniti la Presidenza della Repubblica, ai sunniti il Primo Ministro e agli sciti la Presidenza del parlamento. E’ un piccolo paese di circa 4-5 milioni di abitanti sul quale si sono man mano scaricati, nel tempo, la diaspora palestinese cacciata da Israele alla nascita dello Stato ebraico, nonché circa due milioni di siriani durante la guerra contro Assad. Alla prima è dovuta la guerra civile che mise gli uni contro gli altri cristiani e musulmani, con i primi che vedevano insidiata la loro maggioranza dall’enorme afflusso di palestinesi, sulla cui base si fonda il diritto alla Presidenza nazionale. Proprio per questo, anche lo storico capo di Hezbollah Nasrallah, uno dei due partiti sciti libanesi oltre ad Amal assassinato nel 2024, si era sempre opposto a nuovi censimenti che, pur confermando la probabile maggioranza scita, avrebbero creato problemi di difficile soluzione.
Da un punto di vista militare, le forza armate libanesi sono limitate all’esercito e pochissimo altro. Ma si tratta di un esercito debolissimo, non in grado di confrontarsi con le IDF. Al contrario il partito Hezbollah esprime una sua milizia decisamente ben attrezzata, motivata ed addestrata soprattutto da parte dell’Iran che continua ad opporre una accanita resistenza alla pressione israeliana.
Per questo, Hezbollah, che era stato uno dei protagonisti della sconfitta di ISIS e di Al Qaida in Siria, rappresenta il nemico principale che si oppone ad un’espansione verso nord della egemonia israeliana nella regione, e la sua distruzione costituisce per Israele un obiettivo strategico. E’ il caso di osservare, quindi che Hezbollah, lungi dall’essere un extraterrestre atterrato in Libano da qualche pianeta sconosciuto, è l’espressione di una larga parte delle popolazione libanese, con il quale è necessario fare i conti, per qualsiasi “transizione politica” si voglia intraprendere.
Quanto alla ricostruzione, quand’anche fosse consentita da Israele per ora impegnato a distruggere le numerose comunità comprese tra il fiume Litani e il confine, anche cristiane come abbiamo visto dalla tristi immagini delle distruzione di simboli cristiani nell’area, è sempre passata attraverso l’organizzazione del “partito di Dio” che si fece carico anche della ricostruzione successiva al tentativo di invasione del 2006 che innescò l’ultimo potenziamento della componente militare ONU lungo il confine e della quale l’Italia è stata tra i principali protagonisti.
Domanda:
La Brigata Folgore rappresenta storicamente uno dei reparti più prestigiosi e operativi delle Forze Armate italiane. Come immagini l’evoluzione della Brigata nei prossimi anni, soprattutto alla luce dell’introduzione delle nuove tecnologie, dei sistemi autonomi e dell’intelligenza artificiale nei moderni scenari operativi?
Risposta Gen Bertolini:
La Folgore è impegnata, come tutto l’Esercito Italiano, in una complessa opera di adeguamento ai nuovi scenari, rivoluzionati dalle novità introdotte nella condotta della guerra con le operazioni in Ucraina. Nuovi mezzi, come i missili ipersonici e soprattutto i droni, hanno imposto nuove dottrine e nuove TTP (Tactical Technical Procedures). In pratica, volendo sintetizzare, non si combatte e non si muore solo lungo la liea del fronte, ma anche a 40-50 km di profondità con droni che, operati da semplici appassionati di videogiochi, possono creare pesanti perdite ad entrambe le parti. Chi risente di più di questa novità è la componente corazzata, protagonista principale delle fasi iniziali di questa guerra ma ora costretta a operare con diradamenti sul terreno una volta non necessari, riducendo le possibilità di concentrare le forze e quindi di procedere a veloci penetrazioni in territorio nemico. Da qui, la guerra di erosione alla quale assistiamo e che, paradossalmente, ci ha riportato alla guerra di trincea della Prima guerra mondiale. Ma non dobbiamo dimenticare che l’introduzione di questi mezzi non porta a una “guerra tra robot” come qualche superficiale commentatore potrebbe pensare. L’obiettivo di queste armi rimane sempre l’uomo, essendo l’uomo e la sua presenza sul terreno a determinarne il controllo e, in fin dei conti, la vittoria o la sconfitta. L’irruzione dell’Intelligenza Artificiale renderà queste armi ancora più potenti, addirittura riducendo di molto l’intervento umano nella scelta delle linee di operazioni più remunerative. Una pesante disumanizzazione della guerra, quindi, stigmatizzata anche da Papa Leone XIV con la sua ultima enciclica “Magnifica Humanitas” volta a mettere l’umanità al riparo da incontrollabili fughe in avanti scientifiche. Ed è sotto il profilo umano che credo che la Folgore possa ancora dire la sua: dovrà certamente dotarsi di nuovi mezzi e di nuove procedure, ma si basa su militari dotati di grande motivazione ed addestramento, consapevoli dell’importanza del loro ruolo. Uomini che hanno nel senso di identità coltivato mediante quella scuola del coraggio rappresentata anche ma non solo dal lancio, il presidio che ancora sopravvive di una pur limitata sovranità dell’Italia e uno strumento imprescindibile per la propria sicurezza, in linea con i tempi e di livello di assoluta eccellenza, anche da un punto di vista internazionale.
Domanda:
Nel corso della Tua lunga carriera operativa, quale è stata la sfida logistica più complessa che hai dovuto affrontare in missione e quali soluzioni sono state adottate per superarla?
Risposta Gen Bertolini:
Certamente le operazioni fuori area, con particolare riferimento a Somalia, Iraq e Afghanistan, sono state molto complesse. Le nostre Forze Armate hanno dovuto assicurare lo schieramento di ingenti forze a grande distanza dalla Madrepatria, dando vita a trasferimenti aerei militari continui e molto onerosi sotto il profilo finanziario. Per l’Afghanistan, durato un ventennio, si è dovuto costruire una base intermedia negli Emirati, un’area la cui delicatezza non ha bisogno di essere sottolineata in questi giorni. In Teatro di sono costruite basi, in profondità nel “bush” somalo, nel deserto irakeno e in tutto l’Afghanistan, costantemente sotto la minaccia di una resistenza locale che soprattutto in quest’ultimo paese disponeva di armi significative. Abbiamo schierato mezzi blindati, elicotteri da trasporto ed elicotteri d’attacco, velivoli da trasporto e da combattimento, con una complessa organizzazione sanitaria finalizzata a garantire la sopravvivenza dei feriti fino al loro ricovero in apposite strutture sanitarie. Tutte queste migliaia di uomini dovevano essere alloggiati in strutture create dal nulla, alimentati di vitto e materiali di consumo che potevano affluire a piè d’opera solo per aereo e, in Somalia e Iraq, anche per nave ma con lunghe traversate.
Quanto dimostrato in quelle operazioni dall’Esercito italiano, ma anche dalle altre FA, ha sfruttato l’esperienza della prima di queste operazioni, quella in Libano del 1981, quando i nostri militari vennero rischierati in paesi in guerra dopo decenni di “fortezza Bastiani” in Italia; il che significa con materiali non attagliati all’esigenza se non l’armamento e l’equipaggiamento che risentiva ancora del riferimento alla seconda guerra mondiale.
Insomma, si è trattato di operazioni di elevato spessore tattico, ma basate su una organizzazione logistica imponente.
Domanda:
Oggi droni, software di tracciamento, satelliti e sistemi basati sull’intelligenza artificiale stanno trasformando profondamente anche il settore logistico militare. Quanto conta oggi la tecnologia rispetto all’organizzazione logistica “tradizionale” e quale ritieni debba essere il giusto equilibrio tra componente umana e innovazione tecnologica?
Risposta Gen Bertolini:
Come ho già detto, le nuove tecnologie rappresentano ormai un pre requisito per forze militari che vogliano essere efficienti. Ovviamente, questo implica un adeguamento logistico adeguato, che non si limiti solo alle attività tradizionali ma anche alla produzione, acquisizione, sperimentazione ed introduzione in servizio di mezzi di consumo, come i droni e i missili, che risentono più di altri delle continue innovazioni tecnologiche. Le lungaggini burocratiche del passato dovranno essere superate, e si dovrà contare su rifornimenti continui di quanto serve, direttamente a piè d’opera. E sempre a piè d’opera si dovrà essere in grado di manutenzionare i mezzi, passando dalla dimensione concettuale dell’officina a quella del laboratorio.
Resta il fatto, come ho già detto, che comunque sarà sempre l’uomo il protagonista del combattimento, magari anche come vittima di queste “bellurie” sataniche, per cui la disponibilità di adeguate quantità di personale motivato, addestrato e disponibile all’impiego saranno indispensabili sempre. Ed è qui che casca l’asino, come si suol dire. In suoi recenti interventi, il Capo di SME (Gen.Masiello) ha infatti osservato che solo una piccola quantità di giovani italiani si dicono disposti a “morire” per la Patria e questo è il problema principale. Non saprei quale soluzione porre a questo problema, ma mi limito ad osservare che una disponibilità così radicale e definitiva non può prescindere da un amore per il proprio paese che non può essere sfrondato dall’orgoglio per lo stesso. E decenni di rimozione della nostra storia e di autoflagellamento per imporre la leggenda bugiarda di una nostra cialtroneria cronica insopprimibile, rappresentano ostacoli difficili da superare. Chi ha fatto questo per bieche ragioni di bottega politica si è addossato una responsabilità enorme, alla quale ora si troveranno a far fronte i nostri figli.
Domanda:
Qual è la Tua valutazione sulla lunga fase — durata circa quattordici anni — in cui la Brigata Folgore è stata privata del proprio supporto logistico organico? E quanto ritieni strategicamente importante l’avvenuto ritorno del Reggimento Logistico all’interno della struttura della Brigata?
Risposta Gen Bertolini:
Risentivamo di una miope illusione per la quale il futuro dell’impiego militare sarebbe stata per sempre limitato ad operazioni di pace in un mondo unipolare che aveva negli Stati Uniti il dominus assoluto e nell’Occidente il prestatore d’opera, in operazioni a bassa e tutt’al più media intensità. Il Sud del Mondo, in questa pelosissima illusione, semplicemente si sarebbe adattato; abbiamo visto con quali risultati. Questa illusione, trattata con sciocca superficialità da chi non sapeva leggere il corso della storia in atto, fece ritenere che sarebbe stato possibile ridurre le risorse da destinare alla Difesa, accentrandone molte, a partire da quella logistica.
Le Brigate italiane, a partire dalla Folgore che aveva avuto nella sua autonomia logistica uno degli spunti principali, vennero così messe di fronte a decisioni assurde, culminate nel primo lustro del secolo nella direttiva sul “metabolismo basale” per la quale le unità dovevano limitarsi a sopravvivere senza addirittura addestrarsi e senza uscire dalle caserme. Una specie di “smart working” ante litteram che umiliava i giovani Comandanti usciti dall’Accademia e ammorbava il morale complessivo.
Insomma, lo strumento che ci aveva permesso di costruire basi nella savana somala, di riparare mezzi in precarie officine nel deserto irakeno diventava improvvisamente una realtà sconnessa da un punto di vista ordinativo col resto della Brigata. E questo, come se si trattasse di un’unità che non abbisogna a sua volta di addestramento congiunto e di amalgama fin dal “tempo di pace” con le componenti operative, frustrandone il personale che nel caso specifico fondava parte della propria efficienza nel comune spirito di Corpo che accomuna i paracadutisti della Folgore. Tutto valeva pur di risparmiare: l’adozione di tristissime lampadine a basso consumo, realizzazione di pannelli solari sui tetti di molte delle nostre storiche sedi, spegnimento di condizioni e termosifoni, fino alla riduzione dell’Esercito a numeri decisamente inferiori ai Carabinieri e alla Polizia di Stato. Insomma non servivamo più secondo loro. In quel periodo avevo già lasciato il comando di unità per Comandi a livello di vertice, ma ricordo le voci che arrivavano dai reparti, spesso demotivati dalla riduzione della loro principale ragion d’essere: l’addestramento.
Ci siamo accorti, sempre troppo tardi, che era un’infatuazione ideologica senza senso della realtà e siamo corsi al riparo, almeno riportando la logistica di aderenza all’interno della Brigata, tornando all’antico.
Domanda:
In diversi Paesi occidentali e non solo — dagli Stati Uniti a Israele, fino alla Cina — figure provenienti dalle Forze Armate hanno ricoperto o ricoprono incarichi di vertice nei Ministeri della Difesa o nelle istituzioni politiche. Ritieni possibile che anche in Italia, in futuro, un ex alto ufficiale possa assumere ruoli di guida politica nel settore della Difesa? E come valuti il rapporto tra cultura militare e leadership istituzionale?
Risposta Gen Bertolini:
Non credo di poter essere obiettivo da questo punto di vista, per ovvie ragioni. Ma sono convinto che la professionalità e la conoscenza del mondo reale, quello del Sud del mondo col quale dovremo fare i conti spero nel mutuo interesse, rappresenti un capitale in larga parte nelle corde di quanti hanno praticato e praticano il “Mestiere delle Armi”.
Domanda:
Dopo tanti anni di servizio operativo e di comando, cosa rappresenta oggi, per Te la Folgore? Una struttura militare, una famiglia, oppure qualcosa di ancora più profondo?
Risposta Gen Bertolini:
Cosa ci può essere di più profondo della famiglia? Una famiglia, quindi, anche se mi rendo conto che tante cose, troppe, sono cambiate e non sempre in meglio. Ma questa è un’altra storia.
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