(AGENPARL) - Roma, 21 Maggio 2026 - La crisi del comparto cerealicolo italiano si sta consolidando come un fenomeno strutturale, non più legato a una singola annata sfavorevole ma al progressivo disallineamento tra costi di produzione, prezzi di mercato e capacità delle aziende di sostenere investimenti agronomici. I dati riportati oggi da AgroNotizie confermano un quadro apparentemente paradossale: la produzione nazionale di grano duro per la mietitura 2026 è stimata in aumento del 5%, ma questo incremento non si traduce in un miglioramento della redditività. Al contrario, gli investimenti agronomici continuano a diminuire e i prezzi restano in calo, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle isole maggiori.
Il nodo centrale è la non copertura dei costi di produzione, un problema che la Politica Agricola Comune aveva tentato di affrontare attraverso gli strumenti previsti dal Regolamento (UE) 2021/2115, in particolare con l’articolo 70 dedicato alla gestione del rischio e con i pagamenti accoppiati per colture strategiche. Tuttavia, la volatilità dei mercati internazionali e la concorrenza delle importazioni continuano a comprimere i margini degli agricoltori italiani, rendendo insufficiente il solo sostegno al reddito.
In questo contesto, la discussione istituzionale si sta orientando verso tre direttrici di intervento. La prima riguarda l’introduzione di contratti di filiera vincolanti, uno strumento già previsto dall’OCM unica (Regolamento (UE) n. 1308/2013) e potenziato dal quadro della PAC 2023–2027. L’obiettivo è superare la frammentazione contrattuale e garantire accordi pluriennali che definiscano parametri chiari su qualità, quantità e prezzo, riducendo l’esposizione degli agricoltori alle oscillazioni dei listini internazionali. È un passaggio che richiede una maggiore responsabilizzazione degli attori della filiera, ma che potrebbe restituire stabilità e prevedibilità a un settore oggi dominato dall’incertezza.
La seconda direttrice riguarda il rafforzamento dei sistemi di monitoraggio dei prezzi, affidato in primo luogo a ISMEA. La normativa nazionale ha già introdotto strumenti come il Registro telematico dei cereali (Granaio Italia), pensato per aumentare la trasparenza delle giacenze e delle movimentazioni. Tuttavia, la complessità attuale richiede un’integrazione più stretta tra dati di produzione, scorte, importazioni e dinamiche internazionali. Senza un sistema informativo capace di leggere il mercato in tempo reale, ogni intervento rischia di essere tardivo o inefficace.
La terza direttrice riguarda le misure di compensazione per le aree a bassa redditività, un tema che trova fondamento sia nei pagamenti per aree con svantaggi naturali previsti dal Regolamento (UE) 2021/2115, sia nelle misure di sviluppo rurale orientate alla resilienza climatica e all’innovazione agronomica. In molte zone del Sud, dove il grano duro è parte integrante del paesaggio agricolo, la combinazione di stress idrico, costi elevati e prezzi bassi sta spingendo molti produttori a ridurre le superfici o ad abbandonare la coltura. Le compensazioni non sono semplici aiuti, ma strumenti per evitare la desertificazione agricola e mantenere un presidio territoriale essenziale.
La crisi cerealicola si intreccia inoltre con altri fronti normativi europei, come il Piano d’Azione sui fertilizzanti presentato dalla Commissione UE e la prossima revisione della Direttiva Nitrati (91/676/CEE), temi che incidono direttamente sui costi di produzione e sulle pratiche agronomiche. Anche il divieto dell’urea in Pianura Padana dal 2028, richiamato da AgroNotizie, avrà ripercussioni significative sulla filiera, imponendo una revisione delle strategie di concimazione.
In questo scenario, la cerealicoltura italiana si trova davanti a un bivio. Da un lato, la possibilità di ripensare il modello produttivo, rafforzare le filiere e investire in innovazione, come suggerito anche dai Durum Days. Dall’altro, il rischio concreto di un progressivo disinvestimento, con conseguenze che andrebbero ben oltre il settore agricolo, toccando la sicurezza alimentare, la gestione del territorio e la competitività dell’intero sistema agroalimentare.
La sfida, oggi, è costruire un equilibrio tra mercato, sostenibilità e redditività, utilizzando in modo pieno e coerente gli strumenti normativi disponibili e rafforzando la capacità delle filiere di agire come soggetti collettivi, non come somma di interessi individuali.