(AGENPARL) - Roma, 17 Maggio 2026 - La questione degli esuli libici deportati nelle isole italiane durante il periodo coloniale torna al centro del dibattito storico e accademico internazionale. A rilanciare l’attenzione su una delle pagine più controverse del colonialismo italiano in Libia è stata la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bengasi, che ha ospitato un importante simposio scientifico dedicato proprio alle deportazioni dei cittadini libici durante l’occupazione italiana.
Ospite dell’incontro è stata la ricercatrice italiana Lucia Lorbano, studiosa impegnata nell’analisi storica del dossier relativo agli esuli libici trasferiti forzatamente nelle isole italiane nel corso dell’epoca coloniale fascista.
L’evento si inserisce all’interno delle attività scientifiche e culturali promosse dall’Università di Bengasi per approfondire temi storici e umanitari legati alla memoria collettiva libica e alle conseguenze del colonialismo italiano nel Nord Africa.
Un confronto accademico sul passato coloniale
Il Decano della Facoltà di Lettere e Filosofia, Ahmed Najm, ha spiegato che il simposio è stato organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Storia, l’Ufficio Relazioni Internazionali e il Dipartimento Ricerca e Consulenza della facoltà.
L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare la cooperazione scientifica internazionale e promuovere lo scambio di prospettive accademiche su temi storici di interesse comune tra Italia e Libia.
Secondo Najm, la presenza della ricercatrice italiana rappresenta un passo importante verso un approccio multidisciplinare e comparato allo studio del colonialismo italiano, con particolare attenzione agli aspetti umanitari spesso rimasti ai margini della ricerca storica ufficiale.
Durante il simposio, Lucia Lorbano ha illustrato una prospettiva italiana sulla deportazione dei libici nelle isole italiane, un fenomeno che colpì diverse componenti della società libica: uomini, donne, anziani e bambini.
Le deportazioni e la repressione coloniale
La deportazione di civili libici durante il colonialismo italiano costituisce ancora oggi uno dei capitoli meno approfonditi della storia coloniale italiana.
Nel corso della dominazione fascista in Libia, soprattutto negli anni Trenta, migliaia di libici furono trasferiti forzatamente in campi di detenzione o in luoghi di confinamento situati anche nelle isole italiane, nell’ambito delle operazioni repressive contro la resistenza anti-coloniale.
Secondo quanto evidenziato durante il simposio, le deportazioni non colpirono soltanto figure politiche o militari considerate ostili all’occupazione italiana, ma coinvolsero anche numerosi civili, compresi bambini e donne.
Un elemento che, secondo gli studiosi intervenuti, attribuisce a questi eventi una dimensione umanitaria e giuridica particolarmente rilevante.
Ahmed Najm ha sottolineato come tali pratiche debbano essere considerate tra le più gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante il periodo coloniale, al pari dei campi di detenzione e delle operazioni di repressione condotte contro la popolazione locale.
Una memoria ancora incompleta
Uno degli aspetti centrali emersi dal confronto accademico riguarda la scarsità di studi e pubblicazioni dedicate al destino degli esuli libici deportati in Italia.
Nonostante il peso storico della vicenda, il tema rimane ancora relativamente poco esplorato sia nella ricerca storica italiana sia in quella internazionale.
Lo stesso Najm ha evidenziato la necessità di ulteriori approfondimenti per chiarire il destino di molti deportati: quanti siano riusciti a rientrare in Libia, quanti abbiano perso la vita e quanti, invece, si siano stabiliti definitivamente in Italia integrandosi nella società italiana.
Questioni che, secondo gli studiosi, meritano una più ampia attenzione accademica, culturale e mediatica.
Al simposio ha partecipato anche il dottor Mustafa Al-Maryami, che ha ribadito la necessità di ampliare il lavoro di documentazione storica su questa pagina ancora poco conosciuta della memoria libica.
Colonialismo italiano e memoria storica
Negli ultimi anni il dibattito internazionale sul colonialismo europeo in Africa si è progressivamente intensificato, coinvolgendo anche il passato coloniale italiano, spesso rimasto meno discusso rispetto a quello di altre potenze europee.
Le deportazioni, i campi di concentramento e le operazioni di repressione attuate in Libia durante il regime fascista stanno tornando al centro dell’attenzione grazie al lavoro di storici, ricercatori e istituzioni accademiche impegnate nella ricostruzione della memoria storica.
Il simposio organizzato a Bengasi rappresenta dunque anche un tentativo di aprire un confronto più ampio e scientificamente fondato sulle responsabilità storiche del colonialismo italiano e sulle sue conseguenze sociali e umane.
Secondo Ahmed Najm, il confronto con studiosi italiani consente di arricchire la ricerca storica attraverso l’ascolto di molteplici punti di vista e favorisce l’emersione di nuovi documenti, testimonianze e interpretazioni.
La ricerca storica come ponte tra Italia e Libia
L’iniziativa dell’Università di Bengasi assume inoltre un valore simbolico importante nel contesto delle relazioni culturali tra Italia e Libia.
A distanza di decenni dalla fine del colonialismo, il lavoro accademico e scientifico può rappresentare uno strumento fondamentale per affrontare temi storici complessi senza retorica né rimozioni.
La ricostruzione della memoria degli esuli libici deportati nelle isole italiane non riguarda soltanto il passato, ma anche il modo in cui le società contemporanee scelgono di confrontarsi con le proprie responsabilità storiche.
Per questo motivo il simposio di Bengasi non è stato soltanto un incontro universitario, ma anche un segnale della crescente volontà di riportare alla luce vicende umane troppo a lungo dimenticate.
Una memoria che, secondo gli studiosi coinvolti, necessita ancora di ricerca, documentazione e approfondimento per restituire dignità storica alle vittime di una delle pagine più dolorose del colonialismo nel Mediterraneo.