(AGENPARL) - Roma, 3 Maggio 2026 - Il mito dell’autonomia decisionale israeliana si scontra con la dura realtà di un conflitto dove le chiavi del comando sembrano essersi spostate definitivamente a Washington. Se all’inizio delle ostilità con l’Iran il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva cavalcato l’immagine di una partnership paritaria con gli Stati Uniti per abbattere la potenza regionale iraniana, oggi il dibattito interno si concentra su una realtà ben diversa.
L’esempio più lampante arriva dal fronte nord. Il cessate il fuoco in Libano non è stato una scelta strategica maturata a Gerusalemme, né un passo desiderato da Netanyahu. È stata una decisione imposta dalla nuova linea di Donald Trump, alla quale Israele ha dovuto semplicemente obbedire. Questo precedente segna un punto di non ritorno: Israele non decide più i tempi della propria difesa o dell’attacco, ma deve attendere il segnale che arriva d’oltreoceano.
Mentre Netanyahu attende istruzioni, il conflitto rischia di trasformarsi in una guerra d’attrito estremamente costosa, sia in termini economici che di vite umane. Questo stallo prolungato sta erodendo il consenso interno: i sondaggi puniscono il Primo Ministro, stretto tra la necessità di mostrare forza e l’impossibilità di muoversi senza il via libera statunitense.
In questo scenario, Netanyahu non è più il regista della strategia regionale, ma un attore che attende il copione da Washington, mentre le perdite aumentano e l’orizzonte della vittoria si allontana.
