(AGENPARL) - Roma, 21 Aprile 2026 - Tra sicurezza e “tecnofascismo”: la controversa missione della società che analizza i dati del mondo per difendere l’Occidente.
Può una società privata decidere chi sono i “buoni” e i “cattivi” del pianeta attraverso un software? È questa la domanda che agita il dibattito internazionale dopo la pubblicazione del manifesto di Palantir, il colosso dei big data guidato dal miliardario Peter Thiel.
Palantir non è un’azienda qualunque: i suoi algoritmi aiutano i governi a gestire guerre, sorvegliare frontiere e prevedere crimini. Ma ora l’azienda ha fatto un passo ulteriore, dichiarando apertamente che la sua tecnologia non è neutra, ma ha una missione politica: difendere l’Occidente.
Il nodo del “Tecnofascismo”
L’accusa lanciata dai critici su Al Jazeera è pesante: “Tecnofascismo”. Ma cosa significa in parole povere? Il timore è che strumenti così potenti, se legati a un’ideologia patriottica estrema, possano trasformarsi in mezzi di controllo totalitario.
• Chi controlla il controllore? Se un algoritmo decide chi è una minaccia basandosi su criteri scelti da un’azienda privata, il rischio di errori o di discriminazioni diventa altissimo.
• Dalla guerra alle città: Questi software, già usati sui campi di battaglia come Gaza o l’Ucraina per identificare bersagli, vengono sempre più adottati dalle polizie locali. Il confine tra “sicurezza nazionale” e “sorveglianza dei cittadini” si fa sempre più sottile.
Una sfida etica e sociale
Il caso Palantir ci pone davanti a un bivio: siamo disposti a rinunciare a una fetta della nostra libertà e della nostra privacy in cambio di una sicurezza garantita da un’intelligenza artificiale “di parte”?
Per gli esperti di diritti civili, il rischio è che la difesa dei valori democratici finisca per distruggere la democrazia stessa, creando una società dove non è più la legge a giudicare, ma un codice informatico segreto e inaccessibile.
