(AGENPARL) - Roma, 2 Aprile 2026 - CONDIZIONI DI VITA E REDDITO DELLE FAMIGLIE | ANNI 2024-2025
Segnali di miglioramento delle condizioni di vita
(AGENPARL) – Roma, 2 Aprile 2026 – Nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale – chi si trova cioè in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro – scende al 22,6% (nel2024era il 23,1%).
Rispetto all’anno precedente, la quota di individui a rischio di povertà rimane stabile (18,6% rispetto a 18,9%), diminuisce quella di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (8,2% e 9,2%) e aumenta leggermente la quota di coloro che si trovano in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (5,2% e 4,6%).
Nel 2024, il reddito medio annuo delle famiglie (39.501 euro) cresce, rispetto al 2023, sia in termini nominali (+5,3%) sia in termini reali (+4,1%), crescita che si associa alla riduzione della disuguaglianza nella distribuzione: l’ammontare di reddito percepito dal 20% delle famiglie con i redditi più elevati è 5,1 volte quello percepito dal 20% delle famiglie con i redditi più bassi (5,5 del 2023).
| 31.704 euro Il reddito netto familiare mediano nel 2024 Circa 2.642 euro al mese | -4,9% La diminuzione in termini reali del reddito medio familiare tra il 2007 e il 2024 | 10,2% La quota di occupati a rischio di povertà lavorativa 25,9% tra gli stranieri |
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CONDIZIONI DI VITA
In riduzione la bassa intensità di lavoro
Nel 2025 i dati sulle condizioni di vita in Italia mostrano segnali di miglioramento rispetto all’anno precedente. La quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale (indicatore composito Europa 2030) nel 2025 scende al 22,6% (era 23,1% nel 2024), per un totale di circa 13 milioni e 265mila persone. Si tratta di individui che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale o a bassa intensità di lavoro (cfr. Glossario).
Nel dettaglio, sono considerati a rischio di povertà gli individui che vivono in famiglie il cui reddito netto equivalente dell’anno precedente quello d’indagine (senza componenti figurative o in natura) è inferiore al 60% del reddito mediano. Nel 2024 risulta a rischio di povertà – vive cioè in una famiglia con un reddito netto equivalente inferiore a 13.237 euro – il 18,6% delle persone residenti in Italia,
circa 10 milioni 908mila individui, evidenziando una sostanziale stabilità rispetto al 2023, quando era pari al 18,9%.
In leggero aumento (5,2% dal 4,6% del 2024) la quota di popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, cioè di coloro che presentano almeno sette segnali di deprivazione dei 13 individuati dal nuovo indicatore Europa 2030; si tratta di segnali relativi alla presenza di difficoltà economiche tali da non poter affrontare, ad esempio, spese impreviste, il pagamento dell’affitto, un pasto adeguato, piuttosto che una settimana di ferie all’anno o regolari attività di svago fuori casa
(cfr. Glossario per la lista degli indicatori di deprivazione). Nel 2025, si trovano in tale condizione più di 3 milioni di individui.
Si riduce invece a 8,2% (dal 9,2% del 2024), la quota di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro, cioè famiglie i cui componenti tra i 18 e i 64 anni nel corso dell’anno precedente hanno mediamente lavorato meno di un quinto del tempo in cui avrebbero potuto farlo. In termini assoluti, questa condizione coinvolge circa 3 milioni e 873mila persone. La diminuzione della bassa intensità lavorativa si lega alla crescita dell’occupazione osservata nel corso dell’anno ed è particolarmente marcata nel Nord-est (2,8% dal 4,3%) e nel Centro (5,5% dal 7,8%), tra le persone sole con meno di 65 anni (13% dal 15,9%), le coppie con figli (4,8% dal 5,6%) e i monogenitori che, pur presentando livelli più che doppi rispetto alla media nazionale, scendono al 18,2% dal 19,5% del 2024.
Il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza di rischio di povertà o esclusione sociale (11,3%, era 11,2% nel 2024), mentre il Mezzogiorno quella con la più alta (38,4%, era 39,2% nel 2024).
REDDITO E CONDIZIONI DI VITA: I NUMERI CHIAVE
Anni 2024 e 2025, media in euro, indicatore per 100 individui, incidenze percentuali
| INDICATORE | Indagine 2024 | Indagine 2025 | |||||||||
| Nord-ovest | Nord-est | Centro | Sud e Isole | Italia | Nord-ovest | Nord-est | Centro | Sud e Isole | Italia | ||
| Reddito netto medio familiare senza affitti figurativi (*) | 41.811 | 41.634 | 38.377 | 30.667 | 37.511 | 43.457 | 44.290 | 40.562 | 32.427 | 39.501 | |
| Rischio di povertà o esclusione sociale – Europa 2030 | 13,9 | 11,2 | 19,9 | 39,2 | 23,1 | 14,3 | 11,3 | 18,5 | 38,4 | 22,6 | |
| Rischio di povertà (*) | 11,3 | 8,8 | 16,7 | 32,2 | 18,9 | 11,2 | 9,4 | 15,1 | 32,1 | 18,6 | |
| Rischio di lavoro a basso reddito (a) | 16,6 | 15,6 | 19,4 | 31,2 | 21,0 | 15,7 | 15,0 | 20,4 | 29,8 | 20,4 | |
(*) Il periodo di riferimento è l’anno solare precedente quello di indagine.
(a) È calcolato sui redditi netti individuali da lavoro per tutti gli occupati che abbiano lavorato almeno un mese nell’anno solare precedente quello di indagine.
Anche nel 2025, l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale è più bassa per chi vive in coppia senza figli, in particolare per le coppie giovani con persona di riferimento con meno di 65 anni (16%), e più alta per i monogenitori (31,6%), le coppie con tre o più figli (30,6%) e le persone sole (28,6% se di età inferiore ai 65 anni, 29,6% se ultrasessantaquattrenni).
Per le coppie con un figlio, il rischio di povertà o esclusione sociale rimane contenuto (17,4%) e al di sotto della media nazionale (22,6%), mentre per le coppie con due figli sale al 20,6%.
Per tutte le tipologie familiari si osserva una diminuzione del rischio di povertà o esclusione sociale tra il 2024 e il 2025, particolarmente accentuato per le coppie con tre o più figli che, avendo beneficiato di misure di sostegno più robuste rispetto alle altre tipologie familiari, mostrano una decisa riduzione (30,6% rispetto al 34,8% del 2024). Permangono, tuttavia, per questa tipologia familiare le difficoltà di conciliazione del lavoro e degli impegni di cura: la bassa intensità di lavoro mostra un aumento. Fanno eccezione le persone sole, per le quali il rischio di povertà o esclusione sociale si mantiene sostanzialmente stabile, e le coppie con due figli che mostrano un aumento.
Il rischio di povertà o esclusione sociale – più alto tra coloro che possono contare principalmente sul reddito da pensioni e/o trasferimenti pubblici (32,6% dal 33,1% nel 2024) e più contenuto per coloro che vivono in famiglie in cui la fonte principale di reddito è il lavoro dipendente (14,3% dal 14,8%) – tra il 2024 e il 2025 aumenta in maniera evidente per le famiglie la cui fonte principale di reddito è da lavoro autonomo (23,9%, da 22,7% nel 2024).
Infine, il rischio di povertà o esclusione sociale aumenta per gli individui in famiglie con almeno un cittadino straniero (41,5% rispetto al 37,5% del 2024) e si contrappone alla riduzione tra gli individui in famiglie composte da soli italiani (20,1%, dal 21,2% dell’anno precedente).
FIGURA 1. INDICATORE DI POVERTÀ O ESCLUSIONE SOCIALE PER TIPOLOGIA FAMILIARE – EUROPA 2030.
Anni 2024 e 2025, per 100 individui
(a) p.r.: persona di riferimento
REDDITI DELLE FAMIGLIE
Il potere d’acquisto dei redditi familiari torna a crescere
Nel 2024, si stima che le famiglie residenti in Italia abbiano percepito un reddito netto pari in media a 39.501 euro, circa 3.290 euro al mese. La crescita dei redditi familiari in termini nominali (+5,3% rispetto al 2023) è stata decisamente più sostenuta dell’inflazione osservata nel corso del 2023 (+1,1% la variazione media annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, IPCA), determinando un aumento dei redditi delle famiglie in termini reali (+4,1%), dopo due anni consecutivi di contrazione.
La crescita dei redditi in termini reali è stata particolarmente intensa nel Nord-est (+5,2%), ma anche nel Centro e Mezzogiorno (+4,5% entrambi), mentre è stata più debole nel Nord-ovest (+2,7%).
Nonostante il recupero dell’ultimo anno, i redditi familiari in termini reali sono ancora inferiori, in media, del 4,9% rispetto al 2007, ossia al periodo precedente la crisi finanziaria globale. La contrazione risulta più marcata nel Centro (-9,3% rispetto al 2007) e nel Mezzogiorno ( -6,9%) e solo relativamente più contenuta nel Nord-est (-2,5%) e nel Nord-ovest (-1,8%). Inoltre, la flessione dei redditi è stata particolarmente intensa per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo (-13,4%) o dipendente (-6,3%), mentre per le famiglie il cui reddito è costituito principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici si registra un incremento pari al 6,6%.
Poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha percepito un reddito inferiore all’importo medio: il valore mediano, ovvero il livello di reddito al di sotto del quale si colloca il 50% delle famiglie residenti, è pari a 31.704 euro (2.642 euro al mese), valore in crescita del 5,5% in termini nominali rispetto al 2023.
Le famiglie del Nord-est mostrano il reddito mediano più elevato (37.086 euro), seguite da quelle del Nord-ovest (il livello mediano è inferiore del 6% a quello del Nord-est), del Centro (-11%) e del Mezzogiorno (-29%).
Il reddito mediano varia in misura significativa anche in base alla tipologia familiare: le coppie con figli raggiungono i valori più alti con 49.894 euro (circa 4.160 euro al mese), trattandosi nella maggior parte dei casi di famiglie con due o più percettori, mentre le famiglie monogenitoriali presentano un reddito mediano di 33.290 euro e gli anziani che vivono soli nel 50% dei casi non superano la soglia di 18.614 euro (1.550 euro mensili). Il livello di reddito mediano delle famiglie con stranieri è inferiore di 5.970 euro a quello delle famiglie composte solo da italiani (32.361 euro). Le differenze relative si accentuano passando dal Nord al Mezzogiorno, dove il reddito mediano delle famiglie con almeno uno straniero è pari al 58% di quello delle famiglie di soli italiani.
FIGURA 2. INDICATORI DI POVERTÀ O ESCLUSIONE SOCIALE – EUROPA 2030.
Anni 2015-2025, per 100 individui (a)
(a) Il rischio di povertà è calcolato sui redditi dell’anno precedente l’indagine e la bassa intensità di lavoro sul numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia, sempre durante l’anno precedente l’indagine.
Crescono i redditi da lavoro e da trasferimenti pubblici
Al fine di confrontare le condizioni economiche delle famiglie tenendo conto del fatto che siano proprietarie o meno dell’abitazione in cui vivono (un quinto delle famiglie in Italia vive in una casa in affitto), si considera anche il reddito inclusivo dell’affitto figurativo (cfr. Glossario) delle case di proprietà, in usufrutto o uso gratuito.
Nel 2024, il reddito familiare inclusivo degli affitti figurativi è stimato in media pari a 45.265 euro e la crescita in termini reali rispetto all’anno precedente è pari a +4,8%. Se si considerano le principali componenti del reddito familiare, rispetto all’anno precedente i redditi familiari da lavoro dipendente sono cresciuti (+3,8%) in misura maggiore dei redditi da lavoro autonomo (+2,6%), ma meno dei redditi da pensioni e trasferimenti pubblici, che sono tornati ad aumentare(+4,4%). Gli affitti figurativi sono infine cresciuti in modo notevole (+9,5%), recuperando buona parte della perdita subita a partire dalla pandemia.
In rapporto ai livelli (pre-crisi) del 2007, la perdita complessiva è decisamente maggiore per i redditi familiari da lavoro autonomo (-21,8% in termini reali) rispetto ai redditi da lavoro dipendente (-7,9%), mentre i redditi da capitale mostrano una perdita complessiva (-14,9%) in gran parte attribuibile alla dinamica negativa degli affitti figurativi (-20,1%). Solo i redditi da pensioni e trasferimenti pubblici sono cresciuti in termini reali nel periodo considerato, risultando più alti del 6,7% rispetto al 2007.
FIGURA 3. REDDITO FAMILIARE NETTO CON AFFITTI FIGURATIVI A PREZZI COSTANTI PER LE PRINCIPALI TIPOLOGIE DI REDDITO. Redditi 2003-2024, valori medi (Base 2003=100)
Disuguaglianza
In diminuzione la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi
Per misurare la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è possibile ordinare gli individui dal reddito equivalente più basso a quello più alto, classificandoli in cinque gruppi (quinti). Il primo quinto comprende il 20% degli individui con i redditi equivalenti più bassi, l’ultimo quinto il 20% di individui con i redditi più alti. Il rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dall’ultimo quinto e quello ricevuto dal primo quinto (rapporto noto come s80/s20) fornisce una misura sintetica della disuguaglianza.
Se si fa riferimento alla distribuzione dei redditi equivalenti netti senza affitti figurativi, nel 2024, l’indicatore s80/s20 è pari a 5,1, in miglioramento rispetto al 2023 (quando era pari a 5,5) e al di sotto del valore pre-crisi del 2007 (5,4). Le componenti che hanno contribuito maggiormente alla riduzione della disuguaglianza sono i trasferimenti pubblici e i redditi da lavoro autonomo, per effetto di una crescita relativamente più sostenuta di queste componenti nella coda bassa della distribuzione (primo quinto) rispetto all’ultimo quinto.
Se si includono gli affitti figurativi, il rapporto nel 2024 si attesta a 4,5 (era 4,8 nel 2023). Nel Sud e Isole l’indicatore s80/s20 è pari al dato nazionale e diminuisce rispetto al 2023 (quando era 5). Il livello di disuguaglianza è invece inferiore al dato medio nazionale, e in miglioramento rispetto all’anno precedente, nel Nord-ovest (4,1 da 4,4 nel 2023) e nel Centro (4,2 da 4,5 nel 2023). Nel Nord-est il livello di disuguaglianza resta stabile e più basso della media nazionale (3,7).
Nel 2024 il Nord-est presenta il reddito medio familiare inclusivo degli affitti figurativi più alto tra le quattro aree territoriali (50.407 euro contro un valore medio nazionale pari a 45.265 euro) e la crescita maggiore in termini nominali rispetto al 2023 (quando era 47.279 euro). Seguono il Nord-ovest
(49.846 euro da 47.429 euro nel 2023) e il Centro (46.560 euro da 44.001 nel 2023). Nel Mezzogiorno il reddito medio familiare inclusivo degli affitti figurativi è invece il più basso (37.281 euro) nonostante sia in crescita rispetto all’anno precedente quando era pari a 34.972 euro.
Una delle misure principalmente utilizzate nel contesto europeo per valutare la disuguaglianza tra i redditi degli individui è l’indice di concentrazione di Gini. Se calcolato sui redditi netti senza componenti figurative e in natura (definizione armonizzata a livello europeo), nel 2024, il valore stimato per l’Italia (0,310) è in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente (quando era 0,322).
L’indice di concentrazione di Gini calcolato per Sud e Isole (0,322) è superiore al dato medio nazionale. Il Centro (0,298), il Nord-ovest (0,294) e soprattutto il Nord-est (0,272) presentano invece un valore più basso.
FIGURA 4. Reddito netto familiare medio annuo con affitto figurativo A PREZZI COSTANTI e disuguaglianza del reddito netto con affitto figurativo (S80/S20), per ripartizione geografica. Redditi 2007-2024, valori in euro (Base 2023) e rapporto tra redditi
LAVOro A BASSO REDDITO e povertà lavorativa
I redditi da lavoro costituiscono la componente più importante dei redditi familiari per la maggior parte delle famiglie, ma non sempre il reddito proveniente dall’attività lavorativa è sufficiente a eliminare il rischio di povertà per il lavoratore e la sua famiglia. Il reddito individuale da lavoro può risultare insufficiente a causa di una bassa retribuzione o di una ridotta intensità lavorativa nel corso dell’anno. Tuttavia, il rischio di povertà dipende anche dalla composizione della famiglia e dal numero di percettori al suo interno. Per valutare le condizioni di vulnerabilità associate al lavoro occorre dunque considerare in mondo congiunto tanto le determinanti dei redditi individuali da lavoro quanto le caratteristiche delle famiglie con lavoratori.
I lavoratori a basso reddito sono un quinto del totale
Nel 2024, i lavoratori a basso reddito (che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto da lavoro relativa al 2024) sono pari al 20,4% del totale, in riduzione rispetto al 21% dell’anno precedente. Il rischio di essere un lavoratore a basso reddito è decisamente più alto per le donne rispetto agli uomini (25,2% contro 16,7%), per gli occupati appartenenti alle classi di età più giovani (28,3% per i lavoratori con meno di 35 anni contro un valore minimo pari al 17,9% per quelli nella classe 55-64), per gli stranieri rispetto agli italiani (38,2% contro 18,2%). La condizione di basso reddito è associata anche a bassi livelli di istruzione, passando dal 42,2% per gli occupati con istruzione primaria al 13,4% per quelli con istruzione terziaria. La quota di lavoratori autonomi a basso reddito (30,3%) è il doppio di quella dei lavoratori dipendenti (15,1%): tra questi ultimi risulta a basso reddito il 40,1% di chi ha un contratto a termine, rispetto al 10,4% di chi ha un contratto a tempo indeterminato. L’intensità lavorativa è ovviamente un fattore determinante: l’incidenza del lavoro a basso reddito è pari all’88,4% per chi ha lavorato meno di quattro mesi nel corso dell’anno, arriva al 57,1% per chi ha lavorato tra i quattro e i nove mesi e scende fino al 13,2% per chi ha lavorato più di nove mesi. Vi sono ampie differenze tra i settori di attività economica: risultano a basso reddito l’8,9% degli occupati nell’industria, il 20,8% nel comparto dei servizi di mercato e il 40,9% in quello dei servizi alla persona.
Nel 2024, la quota dei lavoratori a basso reddito risulta più alta di poco meno di quattro punti a quella stimata al 2007 (anno pre-crisi), quando era pari al 16,7%. Il rischio di basso reddito ha avuto una dinamica crescente nel corso della lunga crisi economica, raggiungendo un picco del 23,2% nel 2014: la progressiva riduzione dell’incidenza del lavoro a basso reddito negli anni successivi è stata interrotta dalla crisi pandemica, con l’indicatore che ha raggiunto il 24,6% nel 2020.
Se anziché calcolare l’indicatore di rischio di lavoro a basso reddito con una soglia variabile (basata sulla distribuzione dei redditi da lavoro relativa a ogni anno) si utilizza la soglia relativa al 2007 aggiustata per l’inflazione (soglia ancorata), la dinamica in crescita risulta più accentuata: l’incidenza del lavoro a basso reddito aumenta di circa 10 punti nel periodo della crisi economica, raggiungendo il 26,2% nel 2014, e resta elevata dopo la pandemia a causa della crescita dei prezzi, con l’indicatore che nel 2020 raggiunge il 28,4% e nel 2024 si attesta al 23,9%.
FIGURA 5. RISCHIO DI LAVORO A BASSO REDDITO E DISUGUAGLIANZA DEI REDDITI DA LAVORO.
Redditi 2007-2024, per 100 individui di 18-64 anni percettori di reddito da lavoro e indice di Gini.
Un occupato su 10 a rischio di povertà lavorativa
Si definisce a rischio di povertà lavorativa un individuo che vive in una famiglia a rischio di povertà e ha lavorato per più della metà dell’anno. Tale indicatore adotta dunque una definizione restrittiva di occupato, dal momento che esclude gli individui con una presenza discontinua sul mercato del lavoro e che presentano un maggior rischio di basso reddito.
Nel 2025, risulta a rischio di povertà lavorativa il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, sostanzialmente invariato rispetto al 10,3% del 2024. Le donne presentano un rischio di povertà lavorativa inferiore a quello degli uomini (8,2% contro 11,7%), nonostante abbiano una maggiore probabilità di avere un lavoro a basso reddito; in effetti, spesso le donne sono “seconde percettrici” di reddito da lavoro nel nucleo familiare e la bassa retribuzione non si traduce necessariamente in un rischio di povertà familiare.
In generale, infatti, il rischio di povertà lavorativa tra gli occupati a basso reddito da lavoro si attesta al 36,6%, ad indicare che quasi i due terzi dei lavoratori con basso reddito non sono a rischio di povertà lavorativa. Ampio lo svantaggio degli stranieri, che risultano a rischio di povertà lavorativa nel 25,9% dei casi rispetto all’8,3% stimato per gli italiani.
Le caratteristiche familiari sono molto rilevanti nel determinare la condizione di povertà lavorativa: l’indicatore risulta pari al 13,3% per le persone sole, rispetto al 4,2% delle coppie senza figli. La presenza di figli accentua il rischio, che passa dal 7,8% per le coppie con un figlio al 16,7% per quelle con tre o più figli. Nel caso in cui all’interno del nucleo vi siano più percettori di reddito, l’incidenza della povertà lavorativa risulta notevolmente ridotta: se per i nuclei con un solo percettore l’indicatore è pari al 20,4%, per quelli con tre o più percettori scende fino al 5,7%.
FIGURA 6. RISCHIO DI POVERTÀ LAVORATIVA PER CARATTERISTICHE INDIVIDUALI E FAMILIARI.
Anni 2024-2025, per 100 individui di 18-64 anni.
Glossario
Affitto figurativo: è una componente non-monetaria del reddito delle famiglie che vivono in case di loro proprietà, in usufrutto, in uso gratuito o in affitto agevolato (cioè inferiore ai prezzi di mercato); rappresenta il costo (aggiuntivo nel caso degli affitti agevolati) che queste dovrebbero sostenere per prendere in affitto, ai prezzi vigenti sul mercato immobiliare, un’unità abitativa con caratteristiche identiche a quella in cui vivono (al netto delle spese di condominio, riscaldamento, accessorie e con riferimento a una casa non ammobiliata).
Altri redditi: includono i redditi da capitale e qualsiasi altro tipo di reddito non proveniente da un’attività lavorativa, attuale o pregressa, o da trasferimenti pubblici.
Bassa intensità di lavoro – Europa 2030: percentuale di persone che vivono in famiglie per le quali il rapporto fra il numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia durante l’anno di riferimento dei redditi (quello precedente all’anno di rilevazione) e il numero totale di mesi teoricamente disponibili per attività lavorative è inferiore a 0,20. Ai fini del calcolo di tale rapporto, si considerano i membri della famiglia di età compresa fra i 18 e i 64 anni, escludendo: gli studenti nella fascia di età tra i 18 e i 24 anni, coloro che si definiscono ritirati dal lavoro o che percepiscono un qualunque tipo di pensione (escluse quelle di reversibilità o ai superstiti), gli inattivi nella fascia di età tra i 60 e i 64 anni che vivono in famiglie dove la principale fonte di reddito è da pensione (escluse quelle di reversibilità o ai superstiti). Le famiglie composte soltanto da minori, da studenti di età inferiore a 25 anni e da persone di 65 anni o più non sono incluse nel calcolo dell’indicatore.
Per rispondere alle nuove esigenze della Strategia Europa 2030, a partire dall’indagine 2022 viene diffuso il nuovo indicatore “Bassa intensità di lavoro – Europa 2030” in sostituzione del vecchio indicatore “Bassa intensità di lavoro”. I due indicatori non sono tra loro confrontabili.
Disuguaglianza del reddito netto (s80/s20): rapporto fra il reddito equivalente netto totale ricevuto dal 20% della popolazione con il più alto reddito e quello ricevuto dal 20% della popolazione con il più basso reddito. Il rapporto è calcolato in base al Reddito netto familiare senza componenti figurative e in natura.
Grave deprivazione materiale e sociale – Europa 2030: percentuale di persone che registrano almeno sette segnali di deprivazione materiale e sociale su una lista di 13 (sette relativi alla famiglia e sei relativi all’individuo) indicati di seguito. Segnali familiari: 1) non poter sostenere spese impreviste (l’importo di riferimento per le spese impreviste è pari a circa 1/12 del valore della soglia di povertà annuale calcolata con riferimento a due anni precedenti l’indagine); 2) non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;
3) essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito; 4) non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano; 5) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; 6) non potersi permettere un’automobile; 7) non poter sostituire mobili danneggiati o fuori uso con altri in buono stato. Segnali individuali: 8) non potersi permettere una connessione internet utilizzabile a casa; 9) non poter sostituire gli abiti consumati con capi di abbigliamento nuovi; 10) non potersi permettere due paia di scarpe in buone condizioni per tutti i giorni; 11) non potersi permettere di spendere quasi tutte le settimane una piccola somma di denaro per le proprie esigenze personali; 12) non potersi permettere di svolgere regolarmente attività di svago fuori casa a pagamento; 13) non potersi permettere di incontrare familiari e/o amici per bere o mangiare insieme almeno una volta al mese.
Per rispondere alle nuove esigenze della Strategia Europa 2030, a partire dall’indagine 2022 viene diffuso il nuovo indicatore “Grave deprivazione materiale e sociale – Europa 2030” in sostituzione del vecchio indicatore “Grave deprivazione materiale”. I due indicatori non sono tra loro confrontabili.
Indice di concentrazione di Gini: misura il grado di diseguaglianza della distribuzione del reddito (un valore pari a 0 indica che tutte le unità ricevono lo stesso reddito, un valore pari a 1 indica che il reddito totale è percepito da una sola unità). In questa pubblicazione l’indice di Gini è calcolato su base individuale, attribuendo ad ogni individuo il reddito netto equivalente della famiglia di appartenenza. L’indice è calcolato in base al Reddito netto familiare senza componenti figurative e in natura.
Pensioni e Trasferimenti pubblici: le “pensioni” comprendono prestazioni sociali in denaro di tipo periodico o continuativo. Ne fanno parte le pensioni (da lavoro) erogate al lavoratore al raggiungimento di una determinata età, alla maturazione di un certo numero di anni di contributi previdenziali, o in possesso dei requisiti di legge (vecchiaia, anzianità, anticipate); le rendite per infortunio sul lavoro o malattie professionali; gli assegni di invalidità ai lavoratori per ridotte capacità di lavoro; le pensioni cosiddette “indirette”, ovvero quelle erogate ad altro familiare nel caso di decesso del titolare dell’assegno pensionistico (pensioni di reversibilità); le pensioni di inabilità o invalidità civile; le indennità di accompagnamento; le pensioni o assegni sociali; le pensioni di guerra. I “trasferimenti pubblici” comprendono le indennità di disoccupazione (Aspi, Naspi, disoccupazione agricola ecc.) o di mobilità, il trattamento di cassa integrazione guadagni, liquidazioni per interruzione del rapporto di lavoro, le borse lavoro e i compensi per l’inserimento professionale e per i lavori socialmente utili, le borse di studio, gli assegni al nucleo familiare, l’assegno al nucleo con almeno tre figli minori, il reddito minimo di inserimento o altri aiuti in denaro per le famiglie in difficoltà, la Carta acquisti (Social card).
Redditi da capitale: includono i proventi da attività finanziarie (conti correnti, libretti di risparmio, certificati di deposito, buoni fruttiferi, titolo di stato, obbligazioni, fondi comuni di investimento, gestioni patrimoniali o forme di risparmio gestite, azioni o partecipazioni in società, esclusi i capital gain), le rendite da attività reali (soldi ricevuti per l’affitto di case, terreni, subaffitto dell’abitazione principale, affitti figurativi), le pensioni volontarie integrative private.
Redditi da lavoro autonomo: includono i compensi derivanti dallo svolgimento di un’attività lavorativa indipendente (quali compensi per l’esercizio di professioni indipendenti, onorari, provvigioni e qualsiasi altro reddito da un’attività agricola, commerciale, artigianale, ecc. svolta non alle dipendenze), i redditi provenienti da collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co) o a progetto (co.co.pro), i redditi derivanti dallo sfruttamento dei diritti di autore e i voucher per le prestazioni di lavoro occasionale (se non diversamente specificato).
Redditi da lavoro dipendente: includono le retribuzioni frutto di un’attività lavorativa prestata alle dipendenze. Nella definizione italiana comprende oltre al valore figurativo dell’auto aziendale concessa per uso privato (unica componente aggiuntiva ammessa nella definizione europea), anche i buoni-pasto e gli altri fringe-benefits non monetari.
Reddito mediano familiare: è il valore di reddito che divide la distribuzione di frequenza in due parti uguali (il 50% delle famiglie presenta un reddito inferiore o pari alla mediana, il 50% un valore superiore). Poiché il reddito ha una distribuzione asimmetrica e maggiormente concentrata sui valori più bassi della scala, la mediana risulta sempre inferiore al valore medio.
Reddito netto familiare: include i redditi da lavoro dipendente compresi i fringe benefits (buoni pasto, auto aziendale, rimborsi spese sanitarie, scolastiche o asili nido, vacanze premio, beni prodotti dall’azienda, eccetera) e i redditi da lavoro autonomo, quelli da capitale reale e finanziario, le pensioni e altri trasferimenti pubblici e privati, il valore monetario di eventuali beni prodotti in famiglia per l’autoconsumo, al netto delle imposte personali sul reddito, delle tasse e tributi sull’abitazione e dei contributi sociali a carico dei lavoratori dipendenti e autonomi. Da tale importo vengono sottratti i trasferimenti versati ad altre famiglie (per esempio, gli assegni di mantenimento per un ex-coniuge). Il reddito netto familiare considerato in questa pubblicazione non è comparabile con il reddito disponibile aggregato del settore Famiglie, riportato nei Conti Nazionali (ottenuto sommando ai redditi primari le operazioni di redistribuzione secondaria del reddito e includendo anche una stima dell’economia “sommersa”).
Reddito netto familiare senza componenti figurative e in natura: corrisponde alla nozione di reddito utilizzata in modo armonizzato a livello europeo. Rispetto al reddito netto familiare, non comprende componenti figurative quali gli affitti figurativi e componenti in natura quali il valore monetario di eventuali beni prodotti in famiglia per l’autoconsumo e i fringe benefits (buoni pasto, rimborsi spese sanitarie, scolastiche o asili nido, vacanze premio, beni prodotti dall’azienda, eccetera) ad eccezione dell’auto aziendale concessa per uso privato, inclusa in tale nozione di reddito. In questa pubblicazione tale definizione è utilizzata per il calcolo del rischio di povertà e dell’indice di concentrazione di Gini.
Reddito equivalente: è calcolato dividendo il valore del reddito netto familiare per un opportuno coefficiente di correzione (scala di equivalenza), che permette di tener conto dell’effetto delle economie di scala e di rendere direttamente confrontabili i livelli di reddito di famiglie diversamente composte. La scala di equivalenza (definita “OCSE modificata” e utilizzata anche a livello europeo) è pari alla somma di più coefficienti individuali (1 per il primo adulto, 0,5 per ogni altro adulto e 0,3 per ogni minore di 14 anni). Tutti i membri della stessa famiglia possiedono lo stesso reddito (individuale) equivalente netto.
Reddito a prezzi costanti: è calcolato deflazionando il reddito monetario con il valore medio annuo dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’Unione europea (IPCA). Tale indice è preferibile rispetto all’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), poiché si riferisce alla spesa monetaria per consumi finali sostenuta esclusivamente dalle famiglie e assicura una misura dell’inflazione comparabile a livello europeo.
Rischio di lavoro a basso reddito: percentuale di individui che hanno lavorato, come dipendenti o come autonomi, almeno un mese nell’anno di riferimento e che hanno un reddito netto da lavoro inferiore a una soglia fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto da lavoro. Nel 2025 la soglia di basso reddito (calcolata sui redditi da lavoro 2024) è pari a 12.900 euro annui (1.075 euro al mese). La soglia ancorata è quella riferita ad un anno base ed aggiustata per l’inflazione osservata tra l’anno base e quello corrente, e consente di effettuare confronti temporali omogenei rispetto alla situazione dell’anno base.
Rischio di povertà: percentuale di persone che vivono in famiglie con un reddito netto equivalente inferiore a una soglia di rischio di povertà, fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto equivalente. Il reddito netto considerato per questo indicatore rispetta la definizione europea e non include componenti figurative e in natura, quali l’affitto figurativo, i buoni-pasto, gli altri fringe benefits non-monetari (ad eccezione dell’auto aziendale) e gli autoconsumi. L’anno di riferimento del reddito è l’anno solare precedente quello di indagine. Nel 2025 la soglia di povertà (calcolata sui redditi 2024) è pari a 13.237 euro annui (1.103 euro al mese) per una famiglia di un componente adulto. Per determinare le soglie di povertà di famiglie di ampiezza e composizione diversa si utilizza la scala OECD modificata.
Rischio di povertà o di esclusione sociale – Europa 2030: percentuale di persone che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni:
1) vivono in famiglie a rischio di povertà;
2) vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale (indicatore Europa 2030);
3) vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (indicatore Europa 2030).
Per rispondere alle nuove esigenze della Strategia Europa 2030, a partire dall’indagine 2022 viene diffuso il nuovo indicatore “Rischio di povertà o di esclusione sociale – Europa 2030” in sostituzione del vecchio indicatore “Rischio di povertà o di esclusione sociale”. I due indicatori non sono tra loro confrontabili.
Rischio di povertà lavorativa: Percentuale di individui che hanno lavorato per più della metà dell’anno di riferimento del reddito e che vivono in famiglie a rischio di povertà.
Strategia Europa 2030: è l’insieme delle misure politiche dell’Unione europea per il raggiungimento
dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile inclusi nell’Agenda 2030, approvata dalle Nazioni Unite nel settembre 2015, e definiti come segue: 1. Sconfiggere la povertà; 2. Sconfiggere la fame; 3. Salute e benessere; 4. Istruzione di qualità; 5. Parità di genere; 6. Acqua pulita e servizi igienico sanitari; 7. Energia pulita e accessibile; 8. Lavoro dignitoso e crescita economica; 9. Imprese, innovazione e infrastrutture; 10. Ridurre le disuguaglianze; 11. Città e comunità sostenibili; 12. Consumo e produzione responsabili; 13. Lotta contro il cambiamento climatico; 14. Vita sott’acqua; 15 Vita sulla terra; 16. Pace, giustizia e istituzioni solide; 17. Partnership per gli obiettivi.
Nota metodologica
Obiettivi conoscitivi e quadro di riferimento
Il progetto Eu-Silc (European Union Statistics on Income and Living Conditions), Regolamento del Parlamento europeo n. 1177/2003 e dal 2021 (EU) 2019/1700), costituisce una delle principali fonti di dati per i rapporti periodici dell’Unione europea sulla situazione sociale e sulla diffusione del disagio economico nei Paesi membri. Gli indicatori previsti dal Regolamento sono incentrati sul reddito e sull’esclusione sociale, in un approccio multidimensionale al problema e con una particolare attenzione agli aspetti di deprivazione materiale. L’Italia partecipa al progetto con l’indagine su “Reddito e condizioni di vita delle famiglie”, svolta a cadenza annuale a partire dal 2004.
Popolazione di riferimento e unità di rilevazione
La popolazione di riferimento è costituita da tutte le famiglie residenti in Italia al momento dell’intervista e dai relativi componenti. Sono escluse le persone che vivono in istituzioni.
Per famiglia si intende un insieme di persone che dimorano abitualmente nella stessa abitazione e legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti che condividono il reddito e/o le spese e aventi dimora abituale nello stesso comune. Tutti i componenti della famiglia sono rilevati ma solo le persone di 16 anni o più sono intervistate.
Processo e metodologie
L’indagine è realizzata mediante interviste sulla situazione familiare e interviste individuali, Dal 2011 la realizzazione delle interviste a domicilio avviene con la tecnica CAPI (Computer Assisted Personal Interview), in collaborazione con una società incaricata. Inoltre, dal 2015 è stata introdotta, per una parte delle interviste, la tecnica CATI (Computer-Assisted Telephone Interviewing).
L’indagine è campionaria e il disegno di campionamento segue uno schema a due stadi (comuni-famiglie) con stratificazione dei comuni in base alla dimensione demografica. Il disegno è di tipo panel ruotato: dall’edizione 2021 il campione relativo a ogni occasione d’indagine è costituito da sei gruppi di rotazione, ciascuno dei quali rimane nel campione per sei anni consecutivi. Ogni anno, un sesto del campione trasversale è rappresentato da famiglie e individui casualmente estratti dalle liste anagrafiche dei comuni selezionati per l’indagine; i restanti cinque sesti si riferiscono alle famiglie e agli individui estratti negli anni precedenti che vengono reintervistati. Il campione totale è statisticamente rappresentativo della popolazione residente in Italia ed è composto, nel 2025, da 24.458 famiglie (per un totale di 50.720 individui), distribuite in circa 900 comuni italiani di diversa ampiezza demografica; la rilevazione è stata condotta da gennaio a giugno 2025.
Ad ogni unità campionaria viene assegnato un peso, o coefficiente di riporto all’universo, che indica quante unità della popolazione sono rappresentate da ogni unità presente nel campione. Il sistema di ponderazione dell’indagine assicura che il campione finale riproduca esattamente una serie di totali noti desunti da fonti ausiliarie (fonti anagrafiche, Banca Dati Reddituale (BDR) del Ministero dell’Economia e delle Finanze) nei diversi domini territoriali (regioni, province autonome di Trento e Bolzano).
Le informazioni dell’indagine sono raccolte mediante un questionario elettronico strutturato in tre parti:
a) la scheda generale, in cui vengono inserite le informazioni demografiche di base di tutti i componenti della famiglia (sesso, data e luogo di nascita, cittadinanza, ecc.) e alcune informazioni sui minori di 16 anni di età (frequenza scolastica e affidamento a servizi di cura formali o informali);
b) il questionario familiare, in cui vengono raccolte informazioni su condizioni abitative, spese per l’abitazione, situazione economica, deprivazione materiale, rete di aiuto informale e su alcune tipologie di reddito ricevute a livello familiare,
c) il questionario individuale, per ciascun componente di almeno 16 anni di età, in cui vengono registrate informazioni sul livello di istruzione e formazione, sulle condizioni di salute, sulla condizione professionale (attuale o trascorsa) e sui redditi percepiti nell’anno solare precedente l’intervista (da lavoro dipendente, autonomo, da collaborazione e prestazione occasionale, da trasferimenti pensionistici e non pensionistici, da capitale reale o finanziario, da trasferimenti privati).
I dati di reddito rilevati tramite intervista vengono successivamente integrati con i dati provenienti da archivi amministrativi per la determinazione finale del reddito disponibile degli individui e delle famiglie. L’utilizzo integrato dei dati di fonte amministrativa e di un modello di microsimulazione (SM2) permette, inoltre, di determinare le tasse e i contributi sociali pagati dagli individui che, sommati ai redditi disponibili, costituiscono i redditi lordi.
Alla base delle stime prodotte sulle misure di sostegno economico alle famiglie vi sono principalmente le informazioni di natura amministrava ricavate dagli archivi Inps e dalle fonti fiscali. Occorre sottolineare che le stime relative alle integrazioni salariali includono sia le prestazioni erogate direttamente dall’Inps (CIGO, CIGS, CIGD, CISOA, assegni di solidarietà ad esclusione di quelli gestiti dallo Stato), sia i trattamenti anticipati dai datori di lavoro e posti a conguaglio con i contributi da versare allo stesso Ente. I valori delle prestazioni sono calcolati al netto del prelievo fiscale, e nel caso delle integrazioni salariali anche al netto dei contributi sociali figurativi e della quota del 5,84%. Pertanto le stime possono differire rispetto ai dati dell’INPS o di altri Istituti e rispetto ad altre indagini e pubblicazioni, per la natura campionaria dell’indagine, per il fatto che l’indagine europea adotta il criterio di cassa in luogo della competenza economica e infine perché espressi al netto dell’imposizione fiscale.
Riferimenti
Le stime dell’indagine sono consultabili anche nel datawarehouse IstatData all’indirizzo: https://esploradati.istat.it/databrowser/#/it/dw/categories /(tema: ”Condizioni economiche delle famiglie e disuguaglianze”, argomenti: “Reddito familiare”, “Povertà”, “Condizioni abitative”, “Disagio economico”).
In adempimento al Regolamento europeo n. 1177/2003 e (EU) 2019/1700, i dati dell’indagine sono trasmessi annualmente a Eurostat. I principali indicatori, archiviati nel database di Eurostat, sono consultabili al link: http://ec.europa.eu/eurostat/data/database (Tema “Population and social conditions”, argomento “Income and living conditions”).
Dati riepilogativi su reddito e condizioni economiche delle famiglie sono inoltre diffusi nel volume Noi Italia, nell’Annuario statistico italiano e nel Rapporto Bes: il benessere equo e sostenibile in Italia.
Per ulteriori informazioni è possibile accedere al sito dell’Istat all’indirizzo: http://www.istat.it/it/archivio/5663.
Gli intervalli di confidenza
Al fine di valutare l’accuratezza delle stime prodotte da un’indagine campionaria è necessario tener conto dell’errore campionario che deriva dall’aver osservato la variabile di interesse solo su una parte (campione) della popolazione. Tale errore può essere espresso in termini di errore assoluto (standard error) o di errore relativo (cioè l’errore assoluto diviso per la stima, che prende il nome di coefficiente di variazione, CV).
Da qui è possibile costruire l’intervallo di confidenza che, con un prefissato livello di fiducia, contiene al suo interno il valore vero, ma ignoto, del parametro oggetto di stima. L’intervallo di confidenza è calcolato aggiungendo e sottraendo alla stima puntuale il suo errore campionario assoluto, moltiplicato per un coefficiente che dipende dal livello di fiducia; considerando il tradizionale livello di fiducia del 95% (α=0,05), il coefficiente corrispondente è pari a 1,96. Tali intervalli comprendono, pertanto, i parametri ignoti della popolazione con probabilità pari a 0,95.
Di seguito si riportano gli errori relativi (CV), gli errori assoluti e gli intervalli di confidenza delle stime dei principali indicatori diffusi nella pubblicazione.
ERRORI RELATIVI, ERRORI ASSOLUTI E INTERVALLI DI CONFIDENZA DELLE STIME DEI PRINCIPALI INDICATORI. Anno 2025
| PRINCIPALI INDICATORI | Intervallo di confidenza (livello di fiducia=95%) | ||||
| Stima puntuale | Errore Standard | Errore relativo (CV %) | Lim. Inferiore | Lim. Superiore | |
| Rischio di povertà o esclusione sociale – Europa 2030 (valore percentuale) | 22,6 | 0,4 | 1,8 | 21,8 | 23,4 |
| Rischio di povertà (valore percentuale) | 18,6 | 0,4 | 2,1 | 17,8 | 19,4 |
| Grave deprivazione materiale e sociale – Europa 2030 (valore percentuale) | 5,2 | 0,3 | 5,3 | 4,6 | 5,7 |
| Bassa intensità di lavoro – Europa 2030 (valore percentuale) | 8,2 | 0,3 | 3,7 | 7,6 | 8,8 |
| Reddito netto medio familiare (anno 2024, valori in euro) | |||||
| Esclusi i fitti imputati | 39.501 | 175,3 | 0,4 | 39.158 | 39.845 |
| Inclusi i fitti imputati | 45.265 | 178,8 | 0,4 | 44.915 | 45.616 |
| S80/S20 | 5,1 | 0,1 | 1,4 | 5,0 | 5,3 |
| Coefficiente di Gini | 31,0 | 1,0 | 3,3 | 29,0 | 33,0 |
Il calcolo di alcuni indicatori
L’affitto figurativo, per l’indagine su redditi e condizioni di vita, viene stimato attraverso un modello econometrico che analizza la relazione fra le caratteristiche delle abitazioni e gli affitti ai prezzi di mercato pagati dagli inquilini.
Sul sottoinsieme dei soli affittuari a prezzi di mercato, attraverso una procedura di Heckman a due step, viene stimato il modello di seguito specificato:
dove è l’affitto pagato, è un vettore di caratteristiche dell’abitazione (tipo di abitazione, dimensione dell’abitazione, presenza di terrazze, balconi, giardini, luminosità) e della zona in cui è situata, è il periodo di occupazione della casa, è l’inverse Mill’s ratio per la correzione del sample selection bias (l’affitto è osservato unicamente tra coloro che pagano un affitto ai prezzi di mercato, che quindi potrebbero differire in maniera sistematica e non osservabile dal resto del campione) e è il termine di errore.
In particolare si ottiene attraverso un modello probit con la condizione di affittuario come variabile dipendente e una serie di caratteristiche familiari come variabili esplicative (numero componenti, numero percettori, quinto di reddito equivalente e alcune caratteristiche socio-economiche della persona di riferimento).
I parametri , stimati tramite il modello, sono successivamente utilizzati per imputare il valore dell’affitto figurativo alle famiglie non affittuarie.
Da tale valore vengono detratti gli eventuali interessi pagati sul mutuo-casa, mentre la parte di mutuo destinata a rimborsare il capitale prestato non viene sottratta in quanto corrisponde ad una riduzione del debito, cioè ad un aumento del patrimonio della famiglia.
L’indice di concentrazione di Gini può essere espresso con la seguente formula:
dove Qi sono le percentuali cumulate del reddito e Pi sono le percentuali cumulate in caso di equi-distribuzione; l’indice è quindi più sensibile ai cambiamenti di reddito che avvengono nel mezzo della distribuzione.
Riferimenti normativi
L’indagine su “Reddito e condizioni di vita delle famiglie” è prevista dal Programma statistico nazionale che raccoglie l’insieme delle rilevazioni statistiche necessarie al Paese. Essa è svolta in conformità alle definizioni concettuali e metodologiche espresse dal Regolamento del Parlamento e Consiglio europeo, n. 1177/2003 e (EU) 2019/1700 riguardante le statistiche su reddito e condizioni di vita (Eu-Silc).
Per chiarimenti tecnici e metodologici
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| Gabriella Donatiello donatiel@istat.it | Paolo Consolini Tel. +39.06.4673.2424 consolin@istat.it | Stefano Gerosa Tel. +39.06.4673.2420 gerosa@istat.it |
