(AGENPARL) - Roma, 31 Marzo 2026 - Dal 2026 i medici di assistenza primaria non sono obbligati nei prefestivi a garantire attività ambulatoriale e domiciliare. La riforma promette continuità, ma la realtà sul territorio mette alla prova cittadini e sistema sanitario.
“Il dottore non sarà presente. Per qualunque emergenza si consiglia di recarsi al pronto soccorso o chiamare la guardia medica.” È il messaggio che molti cittadini ricevono via e‑mail o trovano affisso all’ambulatorio. Chi legge queste parole percepisce chiaramente una cosa: la continuità assistenziale promessa dalla legge non sempre si traduce in azioni concrete.
Oggi i medici prescrivono prevalentemente farmaci strettamente necessari, e non esiste più la piccola farmacia di casa, pronta per ogni necessità. In caso di malessere improvviso durante un prefestivo, spesso non ci sono soluzioni immediate. Il cittadino resta da solo, mentre il sistema scarica la responsabilità su pronto soccorso e guardia medica.
Il quadro normativo — DM 77/2022, PNRR Missione 6 Salute e Legge 2 dicembre 2025, n. 182 (DDL Semplificazioni) — offre strumenti innovativi: telecertificazioni, prescrizioni fino a 12 mesi, potenziamento delle Case di Comunità. Ma sul campo, le regole da sole non bastano. La riforma rischia di restare un insieme di protocolli digitali e promesse, senza impatto reale per chi ha bisogno di cura immediata.
Dal 1° gennaio 2026, i medici di assistenza primaria non sono obbligati nei prefestivi a garantire attività ambulatoriale e domiciliare, una disposizione già operativa da diversi mesi in molte realtà. Ma la decisione solleva domande concrete: chi assicura la continuità per anziani soli, persone fragili o chi non ha dimestichezza digitale?
Le Case di Comunità sono strutture territoriali che riuniscono medici di base, infermieri e altri professionisti sanitari, talvolta integrando anche servizi sociali. L’obiettivo è offrire assistenza vicina al cittadino, coordinata e integrata, gestendo visite ambulatoriali, follow-up di pazienti cronici e attività di prevenzione. In alcune Case di Comunità, l’integrazione tra medici di famiglia e infermieri ha permesso di offrire percorsi di cura più vicini al territorio.
L’uso massiccio di WhatsApp, telecertificazioni e servizi digitali frammenta ulteriormente la relazione medico-paziente. L’accesso diventa più immediato sulla carta, ma a discapito della presa in carico globale e del tempo dedicato. Chi ha bisogno di attenzione reale rischia di restare invisibile al sistema.
Le visite domiciliari, pur previste dalla normativa, sono sempre meno frequenti. Logistica e carichi di lavoro le rendono un’eccezione. E così, la promessa di prossimità rischia di diventare un’illusione: chi ha bisogno, spesso, deve arrangiarsi o rivolgersi a strutture di emergenza.
Per garantire continuità assistenziale, alcune esperienze dimostrano che incentivi a medici di famiglia e infermieri delle Case di Comunità funzionano, stimolando visite domiciliari, follow-up proattivi e uso della telemedicina. Servizi digitali guidati e call center dedicati possono ridurre le disuguaglianze, ma servono decisioni politiche chiare, investimenti mirati e supervisione costante.
La sanità territoriale non può essere solo digitale o burocratica: serve coraggio politico, investimento di risorse e monitoraggio reale sul territorio. Senza scelte concrete, la riforma rischia di lasciare i cittadini ancora esclusi.