(AGENPARL) - Roma, 2 Marzo 2026Sono a Dubai dal 21 febbraio, in visita a mio figlio che qui risiede stabilmente dal 2018. Una città che ho sempre conosciuto come simbolo di stabilità, sicurezza e modernità. Eppure, sabato mattina, quella percezione ha subito un’improvvisa scossa.
Mi trovavo su Palm Jumeirah, in un resort affacciato sul mare, quando intorno alle 13:00 tre forti e nitidi boati hanno squarciato l’aria. Suoni secchi, potenti, inequivocabili. Per qualche istante siamo rimasti attoniti, increduli, a chiederci cosa stesse accadendo.
Consultando rapidamente le notizie online, emergeva la reazione dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) a un attacco subito: un tentativo di colpire basi militari ad Abu Dhabi o navi statunitensi presenti nel Golfo Persico.
Nel pomeriggio altri boati, altre esplosioni in lontananza. Missili o droni intercettati nello spazio aereo degli Emirati Arabi Uniti. L’intercettazione ha generato frammenti e detriti che hanno colpito un grande hotel proprio sulla Palma. Nella notte, continui boati e almeno tre allarmi sul cellulare: un suono sinistro, penetrante, capace di generare inquietudine anche nei più lucidi.
Solo spegnendo il telefono sono riuscito finalmente a dormire.
La domenica mattina un comunicato del Ministero della Difesa degli Emirati chiariva l’accaduto, confermando l’intercettazione degli ordigni e il controllo della situazione.
Nella mia vita ho visto e sentito di peggio, in scenari ben più drammatici come la Somalia o l’Iraq. Ma non mi sarei mai aspettato di respirare un clima di tensione simile a Dubai, città la cui sicurezza è notoriamente superiore agli standard europei.
La domenica una sorta di coprifuoco precauzionale ha portato alla chiusura dell’aeroporto, del Burj Khalifa, di Downtown, delle piscine e di altri luoghi ad alta affluenza turistica.
Non ci siamo però sottratti, con mio figlio e la sua famiglia, a un momento di normalità: una passeggiata nel verde ordinato e impeccabile del parco di Damac Hills, vicino alla sua residenza. Un gesto semplice, quasi simbolico. Anche per rassicurare mio nipote, visibilmente scosso. Era necessario farlo.
Gli Emirati hanno difeso il proprio territorio con grande efficienza. Ritengo che, con il supporto dell’intelligence di Stati Uniti e Israele, siano pienamente in grado di individuare l’origine delle minacce e neutralizzarle.
Ascoltando alcuni telegiornali o leggendo titoli sensazionalistici che parlavano di “Palma in fiamme”, sembrava che Dubai fosse al collasso. Non è così.
È necessario ridimensionare fatti ed eventi – certamente gravi – che hanno modificato per due giorni lo stile di vita della città, ma che appaiono circoscritti. Già l’ultima notte è trascorsa senza allarmi né boati sospetti.
La situazione è sotto controllo. C’è tensione per l’evolversi degli eventi, ma non panico. Attenzione, ma non allarme generalizzato. Lo spazio aereo resta monitorato e le autorità mantengono una presenza vigile e professionale.
Gli Emirati non sono stati bombardati. Lo spazio aereo è stato violato, ma la risposta è stata pronta, misurata ed efficace.
Resta purtroppo una vittima, colpita dai frammenti di un missile intercettato. Un tragico effetto collaterale di una crisi che, per ora, è stata contenuta.
Dubai rimane una delle dieci città più sicure al mondo. E anche in queste ore delicate continua a dimostrare organizzazione, sangue freddo e capacità di gestione.
La fiducia resta intatta. E la normalità, lentamente, riprende il suo corso.
