(AGENPARL) - Roma, 28 Febbraio 2026Esistono parole che non descrivono soltanto un fenomeno: lo denunciano. “Lentocrazia” è una di queste. È un termine ironico e polemico, coniato nel 1966, che identifica un sistema in cui l’inefficienza amministrativa non è un incidente di percorso, ma un meccanismo strutturale. Lungaggini burocratiche, eccesso di regole, rigidità procedurali: non semplici difetti, ma componenti di una macchina che produce lentezza. Una forma di potere esercitato attraverso il tempo.
Non si tratta di un’accusa generica alla pubblica amministrazione. La burocrazia è necessaria: garantisce trasparenza, legalità, controllo. Il problema nasce quando la forma prevale sulla sostanza, quando la procedura diventa fine a sé stessa, quando la suddivisione delle competenze si trasforma in frammentazione paralizzante, quando l’osservanza formale delle regole sostituisce il buon senso. È in questo spazio che la lentezza smette di essere prudenza e diventa sistema.
In Italia il tempo non scorre: si sedimenta. Ogni pratica sembra attraversare un percorso iniziatico fatto di passaggi successivi, verifiche ripetute, richieste integrative, competenze che si rincorrono senza incontrarsi. La normativa può essere chiara, i termini possono essere stabiliti con precisione, i procedimenti possono prevedere scadenze definite. Eppure, nella percezione collettiva, il tempo amministrativo appare elastico, dilatabile, negoziabile.
La contraddizione è evidente: le leggi scandiscono tempi certi, ma la realtà spesso li smentisce. Esistono obblighi di conclusione dei procedimenti, esistono responsabilità, esistono strumenti come il silenzio-assenso. Tuttavia, quando il sistema è intrappolato in un’eccessiva cautela interpretativa, il risultato è una sospensione continua. Il silenzio non diventa decisione; diventa attesa.
Le conseguenze non sono astratte. Sono concrete, quotidiane. Ci sono famiglie che attendono un’autorizzazione per ristrutturare casa, progetti di vita che restano incompiuti per anni. Ci sono imprenditori che investono capitali, energie, lavoro, e si trovano bloccati da un’ultima firma, apparentemente semplice ma determinante. Ci sono mutui che iniziano a produrre rate con puntualità rigorosa mentre l’atto amministrativo che dovrebbe sbloccare l’operazione resta in sospeso.
Qui emerge uno squilibrio profondo: il tempo economico e il tempo burocratico non coincidono. Il primo è rapido, competitivo, dinamico. Il secondo è lineare, cautelativo, spesso frammentato. Quando questi due tempi non dialogano, lo sviluppo rallenta, le opportunità si riducono, la fiducia si erode. Non perché manchino le regole, ma perché il loro funzionamento non produce certezza nei tempi.
La Lentocrazia, in questo senso, non è semplicemente inefficienza. È una cultura amministrativa che tende a privilegiare l’adempimento formale rispetto all’esito sostanziale. La rigida separazione delle competenze, la prudenza eccessiva, la paura dell’errore, la moltiplicazione dei passaggi decisionali possono generare un effetto domino che rallenta l’intero sistema. Ogni ufficio svolge correttamente il proprio compito, ma il risultato finale si diluisce.
Il cittadino, in questo contesto, diventa un soggetto in attesa. Non un oppositore, non un contestatore, ma un attore sospeso. Impara che la pazienza è parte integrante del percorso amministrativo. Tuttavia, la pazienza non dovrebbe essere un prerequisito strutturale per l’esercizio di diritti o per l’avvio di attività economiche. La certezza dei tempi è una componente essenziale della fiducia nelle istituzioni.
Non si tratta di invocare deregulation o semplificazioni superficiali. Le regole sono fondamentali per garantire equità e controllo. Ma una normativa efficace non è solo quella che definisce ciò che è consentito: è quella che assicura anche quando e come le decisioni vengono prese. La chiarezza dei termini deve essere accompagnata da meccanismi reali di responsabilità in caso di inerzia.
La Lentocrazia si nutre di una discrepanza sottile: tra norma scritta e applicazione concreta, tra principio e prassi. È qui che si genera la percezione di lentezza sistemica. Non necessariamente per cattiva volontà, ma per una combinazione di prudenza, formalismo e sovraccarico procedurale. Tuttavia, quando la lentezza diventa strutturale, smette di essere cautela e diventa costo collettivo.
Il costo non è solo economico. È sociale. È psicologico. È culturale. Ogni progetto rimandato indebolisce la fiducia nel funzionamento delle istituzioni. Ogni firma attesa troppo a lungo trasmette l’idea che il tempo amministrativo sia indipendente da quello della vita reale. E quando questa distanza si amplia, la percezione di inefficienza diventa parte dell’identità nazionale.
Eppure, la soluzione non risiede in nuove leggi. L’Italia non soffre di carenza normativa. Al contrario, spesso dispone di strumenti adeguati. La vera sfida è applicare con coerenza i termini già previsti, rafforzare i meccanismi di responsabilità, digitalizzare in modo efficace i processi, ridurre le sovrapposizioni di competenze, semplificare senza impoverire le garanzie.
La Lentocrazia non è un destino inevitabile. È un modello organizzativo che può essere modificato. Ma per farlo serve un cambiamento culturale: considerare il tempo come una risorsa pubblica, non come una variabile secondaria. La tempestività delle decisioni amministrative non è un dettaglio tecnico: è un elemento centrale della competitività, della giustizia e della coesione sociale.
Riconoscere il problema non significa sminuire il valore delle istituzioni. Significa rafforzarle. Una pubblica amministrazione che rispetta i tempi che essa stessa stabilisce non perde autorevolezza: la guadagna. La certezza temporale è una forma di tutela per tutti, cittadini e funzionari.
L’Italia è un Paese ricco di competenze, creatività, iniziativa. Perché queste energie possano esprimersi pienamente, occorre che il tempo amministrativo torni a coincidere con il tempo della realtà. Solo allora la Lentocrazia resterà ciò che dovrebbe essere: un termine ironico, non una descrizione strutturale.
Perché uno Stato moderno non si misura solo sulla qualità delle sue regole, ma sulla rapidità con cui le applica. E un Paese che sa rispettare i propri tempi non è più lento: è più giusto.
Il Paese dove tutto è previsto. Tranne la fretta.
