(AGENPARL) - Roma, 19 Febbraio 2026Le Olimpiadi dovrebbero parlare di sport. Ma quando in gara c’è Eileen Gu, il dibattito finisce inevitabilmente per scivolare su identità, geopolitica e orgoglio nazionale.
Alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 la sciatrice freestyle ha aggiunto altre due medaglie d’argento al suo già ricchissimo palmarès, portando il totale a cinque medaglie olimpiche in due edizioni dei Giochi: due ori e tre argenti. Numeri che la consacrano come la sciatrice freestyle più decorata nella storia olimpica.
Eppure, più che le sue evoluzioni sulla neve, a far discutere sono le sue scelte fuori pista.
Una campionessa tra due mondi
Nata a San Francisco da padre americano e madre cinese, Gu ha sempre rivendicato la propria identità multiculturale. Nel 2019 ha deciso di competere per la Cina, scelta che all’epoca accese un dibattito acceso negli Stati Uniti e che oggi torna d’attualità.
A riaccendere la miccia è stato il vicepresidente americano JD Vance, che durante un’intervista a Fox News ha dichiarato di “sperare” che atleti nati e cresciuti negli Stati Uniti, beneficiari – a suo dire – delle opportunità e delle libertà americane, scelgano di rappresentare gli USA. La domanda, posta dalla conduttrice Martha MacCallum, toccava direttamente il caso Gu e la possibilità di rivederne lo status.
Al momento, secondo quanto riportato dal Global Times, la campionessa non ha replicato pubblicamente alle parole di Vance.
In un’intervista del 9 febbraio all’agenzia di stampa Xinhua, Gu ha ribadito con chiarezza: “Rappresento la Cina e rappresento lo sci cinese”. Già nel 2022, dopo le Olimpiadi di Pechino, aveva spiegato: “Mi sento americana tanto quanto cinese. Sono americana quando sono negli Stati Uniti e cinese quando sono in Cina”. Una frase che sintetizza meglio di qualunque talk show la complessità dell’identità nel XXI secolo.
Social in ebollizione
Le dichiarazioni di Vance hanno immediatamente acceso il dibattito sui social, trasformando la questione sportiva in un caso politico-culturale.
Su X (ex Twitter), c’è chi ha ironizzato: “Niente dice ‘libertà americana’ come costringere qualcuno a competere per un Paese che non ha scelto”, ha scritto un utente sotto un articolo di Forbes. Altri hanno invitato il vicepresidente a tenere la politica fuori dalle scelte degli atleti, sottolineando come lo sport, pur impregnato di orgoglio nazionale, resti anche una dimensione personale.
Molti utenti cinesi su Weibo hanno invece difeso apertamente Gu. C’è chi ha ricordato che gli Stati Uniti, storicamente definiti “melting pot”, avrebbero poca legittimità nel criticare scelte identitarie complesse. E qualcuno ha sintetizzato con sarcasmo l’oscillazione del giudizio pubblico: “Prima di vincere, torna in Cina. Dopo aver vinto, traditrice”.
Sport, identità e politica
Il caso Gu dimostra quanto lo sport internazionale sia diventato terreno simbolico di confronto geopolitico. In un’epoca in cui le identità sono ibride e globali, pretendere scelte lineari appare sempre più difficile.
Le parole di Vance, per alcuni, riflettono una visione coerente con una narrativa patriottica; per altri, rappresentano un’ingerenza politica in una decisione personale e professionale. La stessa Gu, nel frattempo, continua a fare ciò che sa fare meglio: vincere medaglie.
E forse è proprio questo il paradosso. Mentre governi, opinionisti e utenti social discutono di appartenenza, lei accumula podi. In silenzio. Tra una bandiera e l’altra, ma con gli sci ben piantati sulla neve.
