(AGENPARL) - Roma, 29 Gennaio 2026(AGENPARL) – Thu 29 January 2026 La libertà selvaggia del presidente americano e il catastrofismo delle prospettive.
Le colpe del silenzio.
di manlio marucci(*)
Roma, 29 gennaio 2026 C’ é voluto il coraggio del premier canadese Mark Carney – figura di spicco nella finanza internazionale e autore di molti saggi di valore nel campo dell’economia – nel suo lungimirante e memorabile discorso a Davos per dare una forte scossa ai colleghi governanti dei paesi sviluppati al fine di ridimensionare la potenza di fuoco delle decisioni ed operazioni a largo raggio del presidente americano Trump.
Un manifesto come atto di una realtà politica, quello di Carney, che travalica interessi soggettivi e nazionalistici in cui tutti devono riconoscersi per neutralizzare il vasto campo di interessi portati avanti dal tycoon americano. Vi è una rottura dell’ordine mondiale, sostiene Carney, che necessita una presa di coscienza collettiva al fine di ridisegnare i rapporti di forza che in questo ultimi avvenimenti hanno rimesso in discussione: valori, identità, tradizioni, modelli culturali, processi di socializzazione, sviluppo economico e sociale.
L’analisi tuttavia non può limitarsi e chiudersi – a mio avviso – nei dati contingenti dell’attualità ma hanno radici storiche più profonde e complesse. Occorre una riconsiderazione critica ad un livello superiore. Molti politici d’assalto e analisti del sistemi politici odierni, infatti, sono pronti a cancellare la memoria storia e le tradizioni culturali che hanno determinato lo sviluppo della società contemporanea e la funzione egemonica del potere. Ne è dimostrazione empirica l’assunzione delle decisioni, a volte autoritarie, assunte dall’insediamento del presidente americano dall’ultima sua elezione.
Se affrontiamo l’analisi a livello macro, sia da un punto di vista storico-sociologico e politico; sia dal lato dello sviluppo economico e del ruolo centrale giocato dalla finanza in questi ultimi dieci anni, forse riusciamo a comprendere anche i comportamenti di Trump. Comportamenti che hanno certamente il privilegio di dimostrare come gli Usa siano ancora la forza dominante a livello mondiale di ogni paese che nel contesto internazionale devono sottostare per le ragioni oggi comunemente note e accettate dai sostenitori del modello capitalistico.
Se spostiamo però l’asse di attenzione sul fronte del “debito americano” forse riusciamo a capire la logica sottostante delle decisioni articolate che stanno sconvolgendo gli equilibri internazionali.
Gli Stati Uniti hanno un debito federale di 38.500 miliardi di dollari che cresce di 10 miliardi ogni 24 ore. L’aggressione alla Groenlandia come le azioni intraprese in Venezuela e la politica dei dazi contro i paesi che non ruotano nell’orbita degli interessi Usa manifestano cambiamenti radicali nel mantenimento del predominio della forza egemonica politica della classe dirigente americana.
Trump, al di là delle varie etichette e critiche espresse da molti intellettuali sapientoni sulla personalità del soggetto, sui disturbi psicologi del personaggio, è ben consapevole che il sistema americano è ad un punto di rottura. Gli interessi sul debito costano più dell’intero esercito: circa 1000 miliardi l’anno. Per questo cerca di scaricare le tensioni interne sui paesi concorrenti. La sua logica è quella di trovare qualcuno che paghi il conto prima che i mercati gli si rivoltino contro: tra le tensioni in Venezuela, la retorica accesa sull’Iran, il surreale dibattito sull’annessione della Groenlandia “stop & go” e le minacce della Russia, lo scenario appare a dir poco “instabile”
Perché Trump è così aggressivo con l’Europa? Perché vuole la Groenlandia a tutti i costi? La risposta non è la gloria, è la “sopravvivenza finanziaria”. L’Artico come ‘cassa di compensazione”. La Groenlandia infatti non è solo ghiaccio, sono terre rare e controllo delle rotte. Per un Paese, come detto, con 38.500 miliardi di debiti, mettere le mani su nuove risorse strategiche è l’unico modo per dare una garanzia reale ai mercati che stanno perdendo fiducia. Quando Trump impone dazi del 25% agli alleati europei, sta cercando di esportare il proprio deficit. Sta chiedendo a tutti noi di pagare gli interessi sul suo debito mostruoso: 1.000. miliardi l’anno.
Non da meno va considerata la situazione interna e lo scollamento a livello sociale della base elettorale americana che proprio in questi giorni con le azioni del corpo speciale Ice viene rimessa in discussione la politica autoritaria del Presidente Trump e i suoi propositi egemonici di un ormai “re nudo”. Anche le sue azioni in contrapposizione al presidente della Fed americana, ai grandi Ceo della principali banche americane che vuole far applicare un tasso massimo del 10% sulle carte di credito, sono un segnale evidente che il sistema americano inizia ad avere una dialettica interna di cui non sono ancora evidenti i suoi effetti.
Tuttavia in un mondo rumoroso e pieno di contraddizioni, il mercato – in silenzio – continua a premiare chi ha la disciplina e lucidità di vedute senza essere influenzato da emotività delle notizie, ma dalla analisi della solidità dei numeri che il sistema finanziario evidenzia per la sua crescita e per le sue prospettive.
Forse è il caso di pensare consapevolmente ad un nuovo modello di sviluppo capace di trascendere queste scarsità di vedute mediante una trasformazione qualitativa della vita sociale, della produzione e del consumo. Un superamento quindi dal vecchio tipo di sviluppo fondato sulla logica del massimo profitto – attraverso la guerra – a un modello di società in cui programmare i contenuti dell’andamento della produzione materiale a partire dai bisogni collettivi e non da quelli dell’accumulazione.
(*)presidente Federpromm
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