(AGENPARL) - Roma, 28 Gennaio 2026 - (AGENPARL) – Wed 28 January 2026 **Giorno della memoria, la Toscana torna a parlare ai giovani delle
scuole**
Una mattinata tra testimonianze e il racconto degli storici. A marzo
riparte il treno della memoria
/Scritto da Walter Fortini, mercoledì 28 gennaio 2026 alle 16:50/
Nel ricordo di Vera Vigevani Jarach, partigiana della memoria e testimone
di due tragedie del Novecento, scomparsa lo scorso ottobre. Nel ricordo dei
bambini, deportati ed uccisi ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio
nazisti. Nel ricordo dei tanti ‘diversi” perseguitati e finiti nelle
camere a gas. Ma anche nel segno di una memoria che deve essere
“responsabilità collettiva”, “inquieta e mai consolatrice”. Con
una domanda che aleggia sopra tutte le altre: “Noi, davanti a quel filo
spinato, da che parte saremmo stati?” E domani, quando rispetto ad altre
tragedie e ad altri fili spinati contemporanei i nostri nipoti ci
chiederanno cosa abbiamo fatto, noi cosa risponderemo?. Perchè, come
riflette lo storico trentino Francesco Filippi, una cosa non cambia: la
più grande arma di tutti i totalitarismi è da sempre l’autocensura,
l’indifferenza e l’omologazione, e accanto ad un vocobolario dell’orrore
c’è spazio, purtroppo, anche per un vocobolario della vergogna.
Al Cinema La Compagnia di Firenze la Toscana ha celebrato oggi la Giornata
della memoria assieme ai ragazzi delle scuole superiori: in oltre
quattrocento in sala, migliaia collegati da remoto. Sul palco gli storici,
sul grande schermo le videotestimonianze di alcuni perseguitati
sopravvissuti. In platea ragazze e ragazze: orecchie tese, sguardi che a
tratti tradiscono emozione, qualcuno a prendere appunti sui quaderni. E’
l’appuntamento che farà da prologo al Treno della memoria
che dal 23 al 27 marzo tornerà, dopo sette anni, ad Auschwitz, con
centinaia di altri ragazze e ragazze a bordo.
Si parla del nazismo e delle legg razziali e razziste, anche italiane e
fasciste, firmate proprio a San Rossore in Toscana nel 1938. Si racconta la
Shoah e l’olocausto d egli ebrei, gli asociali che il Terzo Reich tedesco
non voleva, i disabili considerati un morbo e un costo e per questo uccisi,
le persecuzioni contro omosessuali e per orientamento sessuale, contro
sinti e rom, testimoni di Geova, oppositori politici e internati militari.
L’attenzione va inevitabilmente anche a quanto succede oggi in Ucraina o in
Iran, negli Stati Uniti o a Gaza. Con una precisazione, se mai ce ne fosse
bisogno: condannare la violenza di un governo non vuol dire condannare un
popolo e netto, come ripete l’assessora Nardini, deve essere il ripudio
dell’antisemitismo.
Il marketing della persecuzione, spiega lo storico Filippi dal palco, ha le
sue regole fisse, che non cambiano mai. La propoganda inizia lieve, poi il
piano si inclina: da una parte i nemici e capri espiatori (i presunti
‘diversi’, pochi e distanti), dall’altra gli amici, nel mezzo la
maggioranza silenziosa e indifferente. Sapete quanti erano gli ebrei in
Germania nel 1934? 876 mila, poco più dell’un per cento: tanti neppure
praticanti. Molti tedeschi probabilmente neppure hanno mai incontrato un
ebreo, né l’avrebbero saputo riconoscere. Eppure grazie anche
all’antisemistismo Hitler nel 1933 andò al potere e in Italia, dove
ugualmente la comunità ebrea era integrata
, si approvarono le leggi razziali. Quanto agli Alleati almeno già dal
1941 sapevano dei lager e di Auschwitz. Ma nessuno bombardò le linee
ferroviarie che portavano al campo: l’interruzione dello sterminio non era
al centro delle priorità di quella guerra.
Richiami al rischio dell’indifferenza, alla responsabilità e
all’importanza di una bussola morale – quella che oggi in Italia potrebbe
essere cercata nell’articolo 3 della Costituzione – si ripetono più volte
nel corso della mattinata, condotta sul palco dalla giornalista Chiara
Brilli e cullata dalle note romanì dell’Alexian Group di Santino Spinelli
e del Gabriele Coen Quartet.
C’è il ricordo di Vera Vigevani Jarach, che più volte è stata con i
ragazzi toscani del Treno della memoria, Pegaso d’oro nel 2019 (massimo
riconoscimento della Regione). Vera aveva due storie, tremende, da
raccontare
: il nonno deportato ad Auschwitz e diventato fumo di un camino (in suo
ricordo c’è un albero piantato a San Rossore) e poi Franca – la figlia,
bei voti a scuola, rappresentanti degli studenti – desaparecida nel 1976 in
Argentina, la nazione dove la famiglia di Vera era fuggita per sfuggire
allo sterminio e dove lei è diventata una delle Madreds de Plaza de Mayo.
“Mai più odioe mai più silenzio” gridava ancora nel 2022, rivolta
alle ragazze e ai ragazzi toscani, durante le celebrazioni di un altro
Giorno della memoria.
La mattina prosegue nel ricordo delle persecuzioni dlele persone
omosessuali, dei Testimoni di Geova e delle persone con disabilità. Enrico
Iozzelli, della Fondazione Museo e Centro di documentazione della
deportazione e Resistenza di Prato, introduce la video-testimonianza di
Michele Zucchi, internato militare italiano catturato a Cefalonia, 103 anni
in splendida forma. Uno dei settecentomila militari italiani che, dopo
l’Armistizio, dissero no alla Repubblica di Salò e ai tedeschi.
Dal grande schermo arrivano anche le parole di Oleg Mandic, l’ultimo
bambino ad uscire da Auschwitz dopo l’arrivo, il 27 gennaio 1945,
dell’Armata Rossa. Aveva undici anni quando nel maggio 1944 fu deportato,
figlio di oppositori politici: entrò nel campo sottobraccio a Dio. “E
lì l’ho sepolto e mai più incontrato” raccontata oggi. Nell’Olocausto
morirono un milione e mezzo di bambini e adolescenti. Su 776 bambini
italiani con meno di quattordici anni deportati ad Auschwitz solo
venticinque sono sopravvissuti: nessuno tra gli oltre duecento partiti dal
ghetto di Roma il 16 ottobre 1943. Molti altri bambini non ebrei – rom e
sinti, polacchi, russi, serbi, disabili e vittimi di rappresaglie – sono
stati uccisi. Si stima che su 230 mila bambini deportati ad Auschwitz (211
mila ebrei) in circa seicento si sono salvati: quarantasei tra i settecento
nati nel campo. I numeri
spesso non infondono empatia, ma sono importanti.
Oleg ricordi gli odori e il silenzio, dopo il ritorno, durato anni, fino al
1955. Racconta anche su tredici volte che è tornato ad Auschwitz, tre
volte c’è andato per ritemprarsi: lì, all’imbrunire, di fianco alle
rotaie delle rampe e ad un albero a parlare alle anime di chi non ce l’ha
fatta.
Anche Kitty Braun Falaschi racconta la sua deportazione con gli occhi di
bambina: aveva nove anni
quando un treno la portava con la mamma e il fratello a Ravensbruck. Dopo
fu trasferita a Bergen Belsen, il campo di Anna Frank. Piccola, ma già
grande nel cercare di infondere serenità agli altri bambini della baracca,
che l’italiano in pochi conoscevano, raccontando ogni giorno novelle che
inventava. Ricordi anche i suoi fatti di odori – quello nausabondo della
zuppa di rape -, di costrizione fisica e di dolore, per il fratello ad
esempio che morirà subito dopo la liberazione.
I prigionieri dei lager erano trattati come animali e spesso diventavano
animali, pur di sopravvivere. Quello che poteva accadere lo testimonia in
una lettera alla moglie il capitano Timothy Brennan, a Mauthausen l’ultimo
giorno della guerra: “qui sulle colline sopra la città – scrive – c’è
un luogo infame, che in un mondo civile non dovrebbe esistere e che pareva
uscire da un libro dell’orrore: una prigione per 17 mila persone, dove ogni
giorno morivano di fame in trecento”.
Rita Prigmore testimonia le violenze subite da sinti e rom. Il padre era un
musicista famoso in tutta la Germania per le sue arie gitane e con la sua
orchestra ungherese. Da un giorno all’altro quella comunità perse la
nazionalità tedesca, fu allontanata dalla scuola e subì più di una
restrizione nella vita quotidiana. Fu anche pianificata la sterilizzazione
di massa. Rita, appena nata nel 1943, fu allontanata dalla mamma e usata
come cavia per esperimenti di cui ancora oggi porta le conseguenze. La
cugina, deportata ad Auschwitz il 16 maggio 1944, ventenne, fu scelta come
prostituta per il bordello del campo: una violenza e una vergogna a cui non
resse, tanto da gettarsi contro il campo spinato ad alta tensione. Eppure
Rita ha perdonato, “perché sull’odio – dice con forza – non si può
costruire niente”.
Un appello che è anche quello di Padre Bernardo Gianni, abate di San
Miniato a Monte a Firenze, tenace costruttore di pace e promotore della
fiaccolata intereligiosa per la pace nel capoluogo toscano. “Risuscitiamo
l’umano che è in noi – dice -, altrimenti non abbiamo futuro”. La sua
diagnosi dell’oggi è spietata: la solidarietà umana è disconosciuta,
c’è un’indifferenza ottusa per il dolore altrui, l’intelletto abdiga di
fronte al principio di autorità e alla radice di tutto c’è una viltà
abissale. “Auspichiamo solo – conclude – che un giorno i governi
seguiranno i popoli”.
L’ultima parola ad Ugo Caffaz, ideatore del progetto “Treno della
memoria”
in Toscana, che ricorda Primo Levi, l’autore di “Se questo è un uomo”,
testimone delle deportazioni e suicida nel 1987, distrutto dal negazionismo
di quegli anni. Il suo romanzo nin fu subito pubblicato: troppi vicina
ancora la Seconda guerra mondiale. Un velo di oblio era calato su quel
dramma. “Non posssiamo e non dobbiamo però dimenticare – ribadisce – e
in Toscana il giorno della memoria dura tutto l’anno: oltre settemila
studenti portati in visita ad Auschwitz dal 2002 al 2019 in undici diverse
occasioni, 60 mila studenti a tu per tu con testimoni e sopravvisuti al
Pala Mandela di Firenze, la Summer school per formare gli insegnanti”. E
da qui la Toscana riparte e prosegue il suo viaggio.