(AGENPARL) - Roma, 21 Gennaio 2026“I pensatori materialisti hanno attribuito al cieco meccanismo dell’evoluzione più miracoli, coincidenze improbabili e prodigi di quanti ne abbiano mai potuti attribuire a Dio tutti i teologi del mondo”.
Isaac Bashevis Singer
Homo sapiens sta oltrepassando i propri limiti. Sta incominciando a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con quelle del disegno intelligente. Per quasi quattro miliardi di anni, ogni singolo organismo esistente sul pianeta si è evoluto sottostando alla selezione naturale. Non un solo organismo è stato progettato da un creatore intelligente. La bellezza della teoria di Darwin sta nel non aver bisogno di presumere un progettista intelligente[1]. Con queste parole, il noto filosofo israeliano Yuval Noah Harari, che definisce l’Intelligenza Artificiale “una forma di vita inorganica”, ci informa che, proprio grazie alle magie dell’evoluzione darwiniana, presto gli Homo Sapiens si trasformeranno (nientemeno) in Dèi. Vediamo, quindi, come si sta svolgendo questa fondamentale ‘transizione’ all’interno della nostra specie (rappresentata da Harari con grossolana superficialità), e a quali Dèi ci troveremo presto di fronte.
Per descrivere l’atteggiamento patologico presente nell’utilizzo di computer e smartphone, e la perenne connessione con i social, è stato coniato dagli psichiatri un nuovo vocabolo: nomofobia o “sindrome da disconnessione”[2], ossia la fobia di restare senza connessione con il mondo se non si è in possesso del proprio cellulare. Alcuni autori la descrivono come la condizione caratterizzata dalla presenza di sentimenti di malessere, ansia, nervosismo o angoscia, conseguenti al rimanere non più in contatto virtualmente tramite il proprio mobile phone. Tali sentimenti possono essere anche associati alla comparsa di ideazione e/o comportamenti suicidari. Il termine è stato coniato, per la prima volta, in Inghilterra, nel 2008, in uno studio commissionato dal governo britannico, vòlto a investigare la correlazione tra lo sviluppo di disturbi dello spettro ansioso e l’iper-utilizzo di mobile phones. Lo studio identificò nel 53% circa dei britannici che usavano mobile phones, elevati livelli di apprensione e ansia, quando “perdevano i propri cellulari, i cellulari si scaricavano e spegnevano, rimanevano senza credito per chiamare o messaggiare, o non avevano alcuna copertura del segnale”. Una delle caratteristiche della nomofobia è proprio quella sensazione di panico che coglie all’idea di non poter essere rintracciabili. Si sente il bisogno incontrollabile di essere costantemente aggiornati su informazioni condivise dagli altri e ciò porta all’osservazione del telefono in ogni momento e in ogni luogo.
Siamo evidentemente in presenza di una vera e propria ‘dipendenza’, come accade per alcol e droga, e, come le altre droghe, con il tempo si ha bisogno di aumentare costantemente e progressivamente la dose. Si arriva, quindi, a non spegnere mai il telefono, utilizzandolo anche nelle ore notturne, a svegliarsi di notte per controllare se sono arrivate notifiche, risposte. Quando si entra nel circolo vizioso della nomofobia si ha sempre bisogno di aumentare il dosaggio, quindi, si mettono in atto una vasta gamma di comportamenti disfunzionali, come stare più tempo al telefono, aspettare la risposta dell’altro (spesso sollecitandolo), controllare costantemente i diversi social network, commentare e condividere, vegliare di notte se ci sono novità, avere con sé lo smartphone in ogni contesto. Esattamente come accade con droghe e alcol.
La giornalista Enrica Perucchietti sottolinea come il cervello umano si modifica stando al passo dei nuovi strumenti tecnologici in nostro possesso, inibendo, da un lato, sempre più l’azione, la curiosità, la memoria e lo spirito critico, e, dall’altro, inducendo un senso di isolamento e di compulsione nell’utilizzo di tali mezzi (sempre più persone sono per esempio ossessionate dal controllo costante dello smartphone, da cui il phubbing).
Pensiamo, ad esempio, agli effetti dannosi che l’uso di Internet e degli smartphone ha sul comportamento e sulla psiche. In base alla neuroplasticità, la ripetizione di attività mentali, come scrivere sms, messaggi in chat o controllare la mail, rafforza alcuni circuiti nel nostro cervello, trasformando quell’attività in comportamenti rigidi che vengono introiettati come “abitudini’ e che, soprattutto nei più giovani, possono condurre a patologie. Nel 1995, lo psichiatra americano Ivan Goldberg ha coniato l’espressione “Internet Addiction Disorder” (I.A.D., sindrome da dipendenza da Internet), prendendo come modello di riferimento il gioco d’azzardo compulsivo. Questa patologia colpisce soprattutto gli adolescenti, ma sta cominciando a riguardare sempre di più anche gli adulti. Le personalità più vulnerabili sono caratterizzate da tratti ossessivo-compulsivi e/o tendenti al ritiro sociale, con aspetti di inibizione nei rapporti interpersonali[3].
Negli ultimi due secoli della nostra era alcuni fondamentali cambiamenti nel campo della scienza, delle dinamiche sociali, dell’economia e persino dell’arte hanno completamente stravolto gli equilibri psico-sociali dell’individuo, costringendolo a un repentino e continuo ‘adattamento’ alle nuove realtà. Tutto ciò ha causato disorientamento, disperazione e nevrosi. Il forte senso di inadeguatezza, frutto dei repentini cambiamenti descritti nella vita quotidiana, è stato in passato già analizzato anche a livello medico. A partire dal 1869, il neurologo statunitense George M. Beard iniziò a studiare il fenomeno e introdusse la categoria diagnostica della “nevrastenia” (esaurimento nervoso) all’interno della nomenclatura psichiatrica; il frutto di questi studi fu Nervosismi in America, pubblicato nel 1881. Nei suoi studi, Beard sostenne che l’aumento dei ritmi di lavoro e delle interazioni tra gli individui (aumentati grazie alla scoperta del telegrafo e alla nascita delle ferrovie) consentissero agli uomini d’affari di produrre un numero di transazioni enormemente maggiore di quanto fosse possibile fare nel secolo precedente. Moltiplicandosi così la concorrenza e il ritmo di lavoro iniziarono a manifestarsi un numero crescente di patologie, che andavano dalla nevrastenia alla nevralgia, dalla dispepsia nervosa alla carie precoce dei denti per arrivare alla calvizie prematura. Il sociologo ungherese Max Nordau mise in luce come, nello stesso periodo, si stesse producendo un sensibile aumento riguardo le manifestazioni di violenza e degli episodi criminali, causa anch’essi, a suo parere, delle nuove scoperte e invenzioni, che “penetrarono così profondamente, così tirannicamente, nella vita di ogni individuo”, con il risultato di uno scarico sul sistema nervoso e un logoramento dei tessuti corporei. Questo tipo di fenomeno, che ha portato allo studio e alla nascita di nuove patologie psichiatriche, non è, quindi, nuovo, ma mai si era verificato in passato con tali forme massive e pervasive di ‘dipendenza’.
David Greenfield, professore di psichiatria all’Università del Connecticut e fondatore del ‘Center for Internet and Technology Addiction and a world-renowned expert on technology addiction’ è un esperto di fama mondiale dell’argomento trattato. Riconosciuto come una delle voci principali sulla dipendenza da Internet, tecnologia e social media, Greenfield ha dato un contributo significativo alla comprensione e al trattamento degli usi compulsivi e addictive della tecnologia. Già nel 1999, pubblicò il saggio Virtual Addiction, un libro rivoluzionario, che ha evidenziato il problema emergente dell’uso eccessivo della tecnologia, i suoi studi sono stati determinanti nel rendere popolare il concetto di programmi di rinforzo a rapporto variabile nell’uso di Internet e nell’esplorazione della connessione della dopamina nella dipendenza dalla tecnologia. Sul tema, con particolare riguardo all’utilizzo patologico degli smartphone, così scrive:
L’attaccamento allo smartphone è molto simile a tutte le altre dipendenze, in quanto causa delle interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito cerebrale della ricompensa: in altre parole, incoraggia le persone a svolgere attività che credono forniranno loro piacere. Così, ogni volta che vediamo apparire una notifica sul cellulare sale il livello di dopamina…”.
In conclusione, secondo il prof. Greenfield, l’attaccamento allo smartphone è molto simile a tutte le altre dipendenze, in quanto causa delle interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito celebrale della ricompensa, ossia incoraggia le persone a svolgere attività che credono gli daranno piacere. Così, ogni volta che vediamo apparire una notifica sul cellulare ‘sale il livello di dopamina’, perché pensiamo che ci sia in serbo per noi qualche cosa di nuovo e interessante. Il problema, però, è che non possiamo sapere in anticipo se accadrà davvero qualche cosa di bello, così si avrà l’impulso di controllare in continuazione innescando lo stesso meccanismo che si attiva in un giocatore di azzardo[4]. Come detto, nel 2002, Greenfield ha fondato il Center for Internet and Technology Addiction (CITA), per supportare individui e famiglie che lottano contro l’uso compulsivo della tecnologia. Da allora, il CITA è diventata l’organizzazione leader mondiale dedicata alle moderne dipendenze comportamentali, offrendo programmi intensivi per pazienti ambulatoriali (OIP) a pazienti in tutto il mondo. Oggi, il CITA continua a fornire risorse gratuite per le persone che lottano contro la dipendenza e valutazioni cliniche di livello mondiale per aiutare i pazienti a trovare le migliori opzioni di trattamento.
Ma a tutto c’è rimedio. Sempre il filosofo Yuval Noah Harari ci informa, infatti, come oggi la scienza sia in grado di risolvere qualunque problema si presenti a Homo sapiens, da quelli fisici a quelli specificamente psicologici. A cominciare dalla ricerca della ‘felicità’. Come? Basta una semplicissima pillola:
Se la scienza è nel giusto e la felicità è determinata dal nostro sistema biochimico, allora l’unico modo per assicurare un senso di contentezza durevole è intervenire sul funzionamento di questo sistema. Dimenticate la crescita economica, le riforme sociali e le rivoluzioni politiche: per far crescere i livelli di felicità abbiamo bisogno di manipolare la biochimica umana e questo è esattamente quello che abbiamo iniziato a fare nel corso degli ultimi decenni. Cinquant’anni fa gravava sugli psicofarmaci un severo stigma sociale. Oggi, quel marchio negativo è stato rimosso. Nel bene e nel male, una percentuale crescente della popolazione fa uso di psicofarmaci in maniera regolare, non soltanto per curare debilitanti malattie mentali, ma anche per affrontare più prosaiche depressioni e malinconie occasionali[5].
A beneficiare di questa geniale soluzione del terribile e inaccettabile problema della malinconia (Albrecht Dürer, autore della celebre Melancolia I sarebbe inorridito di fronte a tale idiozia)[6] saranno soprattutto i bambini (un bambino malinconico nel terzo millennio è, infatti, per Harari semplicemente inaccettabile):
Per esempio, è in aumento il numero di bambini in età scolastica che assumono stimolanti come il Ritalin. Nel 2011, 3,5 milioni di bambini americani hanno assunto farmaci per ADHD (Disturbo di deficit di attenzione/iperattività). In Gran Bretagna il numero è cresciuto da 92.000 nel 1997 a 786.000 nel 2012. All’origine, l’obiettivo era curare i disturbi di attenzione, ma oggi bambini del tutto sani assumono questi farmaci per migliorare le loro prestazioni ed essere all’altezza delle crescenti aspettative di insegnati e genitori… Finora, tutti hanno concordato su un punto: per migliorare l’istruzione dobbiamo cambiare le scuole. Oggi, per la prima volta nella storia, c’è qualcuno che ritiene che sarebbe più efficiente cambiare la biochimica degli alunni[7].
Ma torniamo alla nomofobia. Nel 2009, anche in India è stata condotta una ricerca dal Dipartimento di Medicina di Comunità ed è stata riscontrata questa nuova forma di sindrome, ma con incidenza minore, circa nel 18% dei soggetti, e non vi sono presentate differenze rispetto al genere[8]. Un altro studio americano effettuato dal Morningside Recovery, un centro di riabilitazione mentale di Newport Beach, ha dimostrato che milioni di americani, circa i 2/3 della popolazione, sono affetti da nomofobia e che molti di loro raggiungono stati elevati di agitazione incontrollata se vengono a conoscenza di non possedere il proprio cellulare. Nonostante nel nome compaia la sigla “fobia” e i sintomi siano molto similari a quelli dell’ansia, uno studio condotto da ricercatori del Panic and Respiration Laboratory, dell’Università Federale di Rio de Janeiro (2010) sembra indicare che la nomofobia sia da considerare una dipendenza patologica piuttosto che un disturbo d’ansia. I ricercatori avrebbero infatti sperimentato che un approccio terapeutico mirato a ridurre l’ansia non sia efficace nel trattamento della nomofobia, ma che i soggetti affetti da questo tipo di psicopatologia rispondano meglio a un trattamento specifico per le dipendenze patologiche[9]. Nel 2014, due studiosi dell’Università di Genova, Nicola Luigi Bragazzi e Giovanni Del Puente, avevano proposto di inserire la nomofobia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-V), recentemente revisionato. Secondo questi ricercatori, la nomofobia sarebbe caratterizzata da “ansia, disagio, nervosismo e angoscia, causati da essere fuori dal contatto con un telefono cellulare o un computer”, e verrebbe utilizzata come un guscio protettivo, uno scudo, e come mezzo per ‘evitare’ la comunicazione sociale. I ricercatori italiani descrivono alcuni campanelli d’allarme per poter riconoscere se si sta ricadendo in questa sindrome:
- usare regolarmente il telefono cellulare e trascorrere molto tempo su di esso;
- avere uno o più dispositivi;
- portare sempre un caricabatterie con sé per evitare che il cellulare si scarichi;
- sentirsi ansioso e nervoso al pensiero di perdere il proprio portatile o quando il telefono cellulare non è disponibile nelle vicinanze o non viene trovato o non può essere utilizzato a causa della mancanza di campo, perché la batteria è esaurita e/o c’è mancanza di credito, o quando si cerca di evitare per quanto possibile, i luoghi e le situazioni in cui è vietato l’uso del dispositivo (come il trasporto pubblico, ristoranti, teatri e aeroporti);
- mantenere sempre il credito;
- dare a familiari e amici un numero alternativo di contatto e portando sempre con sé una carta telefonica prepagata per effettuare chiamate di emergenza se il cellulare dovesse rompersi o perdersi o, ancora, se venisse rubato;
- guardare lo schermo del telefono per vedere se sono stati ricevuti messaggi o chiamate. In questo caso si parla di un particolare disturbo che definito ringxiety, mettendo insieme la parola “squillo” in inglese e la parola ansia;
- controllo costante del livello di batteria del dispositivo per assicurarsi che non si possa scaricare per eventuali operazioni importanti;
- mantenere il telefono cellulare acceso sempre (24 ore al giorno);
- dormire con cellulare o tablet a letto;
- utilizzare lo smartphone in posti poco pertinenti.
Tra i sintomi/segni osservabili in un soggetto affetto da nomofobia, vengono inclusi i seguenti:
- ansia;
- alterazioni della funzionalità respiratoria;
- sudorazione profusa;
- agitazione;
- disorientamento;
- tachicardia;
- tremore.
Ulteriori importanti studi che indagano la nomofobia sono stati portati avanti da Francisca Lopez Torrecillas, docente presso il Dipartimento di personalità e di valutazione psicologica e trattamento delle dipendenze dell’Università di Granada, la quale ha svolto, nel 2007, una ricerca sul campo con giovani adulti tra i 18 e i 25 anni. La ricerca ha concluso che la maggior parte delle persone colpite da questa condizione sarebbero giovani adulti con bassa autostima e problemi nelle relazioni sociali, con il bisogno di essere costantemente connessi e in contatto con gli altri attraverso il telefono cellulare.
L’emergenza della problematica ha assunto dimensioni inquietanti, la presenza di specifici disturbi mentali, quali la fobia sociale o disturbi dello spettro ansioso e il disturbo da attacchi di panico sembrano anch’essi fattori potenzialmente precipitanti il manifestarsi di sintomi di tipo nomofobico. Diventa un caso sempre più difficile riuscire a differenziare un soggetto che diventa nomofobico a seguito di una dipendenza da smartphone da un soggetto che sviluppa nomofobia come conseguenza (fattore precipitante) della co-presenza di un Disturbo d’Ansia. Da una parte si tende a far rientrare la nomofobia all’interno delle cosiddette Fobie Specifiche, definite dal DSM-5 come una paura marcata e persistente verso uno stimolo o una situazione che non costituisce un pericolo per la vita, accompagnata da una serie di risposte somatiche e fisiologiche che, a loro volta, possono essere percepite come minacciose da chi le sperimenta. Dall’altra parte, come già riportato, il concetto di nomofobia è strettamente collegato a quello delle Dipendenze comportamentali, intese come tutti quei comportamenti messi in atto dall’individuo in maniera incontrollata. Affinché si possa parlare di vera e propria dipendenza è necessario che vi sia:
- coinvolgimento continuo in una specifica attività o comportamento, nonostante le sue conseguenze negative;
- perdita di controllo nel riuscire a diminuire o a non mettere in atto il comportamento problematico;
- messa in atto compulsiva del comportamento;
- stato di agitazione o malessere (craving) nel momento in cui non si riesce a gestire il comportamento problematico;
- sensazione di benessere durante la messa in atto.
Dalla descrizione che si è sin qui tentata, si potrebbe erroneamente pensare che i soggetti più a rischio siano soprattutto le fasce adolescenziali, ma recenti ricerche identificano la popolazione maggiormente a rischio nei giovani adulti con particolari caratteristiche: bassa autostima, scarso senso di autoefficacia, elevati livelli di introversione, alta impulsività, visioni negative di sé. Tra le conseguenze psico-sociali rilevate abbiamo:
- maggiore frequenza di disturbi d’ansia e disturbi depressivi[10]: bisogna considerare che le persone nomofobiche possono utilizzare il cellulare in maniera protettiva, come uno strumento che permette loro di evitare relazioni a tu per tu, e ciò rinforza i vissuti ansiosi nel momento in cui non hanno la possibilità di utilizzare il telefono, innescando così un circolo vizioso;
- elevati livelli di stress e tendenza all’isolamento[11]: si parla di “Sindrome da sovra-connessione” per indicare la limitazione delle interazioni faccia a faccia conseguenti all’uso eccessivo del cellulare; inoltre, viene spesso utilizzato il termine “tecno-stress” per indicare una condizione di disagio e di malessere, con impatti significativi sulla vita sociale e lavorativa della persona, indotte dall’uso smodato e disfunzionale delle tecnologie;
- presenza di tratti di personalità specifici quali l’estroversione[12];
- ideazione paranoide e psicosi.
Tra le conseguenze fisiche troviamo, invece:
- problemi muscolo-scheletrici, quali ad esempio problemi al nervo cervicale, ai pollici, ai polsi, alle spalle e alla schiena[13];
- disturbi oculari: lacrimazione e diminuzione della vista;
- alterazioni del sonno: è stato rilevato come alti livelli di Nomofobia siano correlati con disturbo del sonno[14].
Il trattamento delle nuove dipendenze viene attualmente realizzato sulla base di caratteristiche clinico-psicopatologiche simili ai disturbi dello spettro ossessivo-compulsivo e del controllo degli impulsi, ai disturbi da uso di sostanze e ai disturbi dell’umore, soprattutto quelli appartenenti allo spettro bipolare. La dipendenza dalle nuove tecnologie è sicuramente in fase di crescita, ma purtroppo viene spesso confusa con situazioni psicopatologiche diverse[15]. Il trattamento della nomofobia risulta per questo, a oggi, ancora molto limitato, includendo principalmente terapie di tipo cognitivo-comportamentale, combinate ad approcci di tipo psicofarmacologico. Per i soggetti affetti da nomofobia, diventa fondamentale ristabilire il contatto con il mondo reale (piuttosto che con il mondo digitale), ristabilire interazioni interpersonali nella vita reale.
La terapia cognitivo-comportamentale, in particolare, appare molto utile nel rinforzare il comportamento autonomo indipendente dal rinforzo legato alla dipendenza tecnologica, nonostante, a oggi, non sia stata ancora approvata in alcun trial clinico randomizzato.
Altra terapia emergente e promettente per tale disturbo appare essere rappresentata dal “Reality Approach” (o “Terapia della Realtà”), nella quale viene suggerito al paziente di focalizzarsi su comportamenti che distraggono dall’impiego dello smartphone, quali la pittura, il giardinaggio, il giocare all’aria aperta, etc…
Come concludere, dunque, questo allucinante viaggio del ‘mondo’ del transumano? Personalmente, penso che al di là dei progetti nitidamente demenziali di molti transumanisti (frutto spesso una evidente disforia nella personalità di chi li immagina), e più che aspirare a divenire Dèi, sia necessario, innanzitutto, che venga difesa e mantenuta la nostra dignità di ‘uomini’, quella auspicata dal geniale Pico della Mirandola nella sua celeberrima ‘Orazione’.
[1] Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dèi, Bompiani, Milano, 2014, pagg. 493-494.
[2] Termine che deriva dall’acronimo NO MObile PHOBIA e sta proprio a indicare la paura di non essere raggiungibili e di non poter utilizzare il proprio smartphone. È, perciò, una tipica fobia figlia del nostro tempo e derivante dal tipo di relazione che, in pochi anni, abbiamo instaurato con questo tipo di strumento tecnologico. Venetia Notara, Elissavet Vagka, Charalampos Gnardellis, Areti Lagiou, The emerging phenomenon of nomophobia in young adults: a systematic review study, 2021, https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34703533/.
[3] Enrica Perucchietti, Cyberuomo. Dall’Intelligenza Artificiale all’ibrido uomo-macchina, Arianna Editrice, Bologna, 2023, pagg. 79-80.
[4] David N. Greenfield, Richard A. Davis, Lost in cyberspace: The web @ work, in “Cyber-Psychology & Behavior”, Vol. 5, Issue 4, pagg. 347-353.
[5] Yuval Noah Harari, Homo Deus, Breve storia del futuro, Bompiani, Milano, 2018, pagg. 53-54.
[6] Quello di ‘melanconia’ è un concetto fondamentale che ha attraversato l’intera storia del pensiero occidentale. Rousseau la lodava come la dolce melanconia amica del piacere “la mélancolie duece, amie de la volupté”; per Diderot rappresentava il sentimento della nostra imperfezione “le sentiment abituelle de nôtre imperfection”; Hugo la definiva “la felicità di essere tristi” e, soprattutto Kirkegaard, che la considerava la rappresentazione della condizione esistenziale essenziale e più profonda dell’uomo che soffre nella sua lontananza da Dio. Essa, ed è il tema trattato da Kibansky, Panifsky e Saxl nel loro noto Saturno e la melanconia, può indicare un temporaneo stato d’animo, talvolta penoso e deprimente, talaltra solo dolcemente pensoso o nostalgico. In questo caso, si tratta di un’inclinazione puramente soggettiva, che per traslato può essere attribuita al mondo oggettivo, per cui a buon diritto è possibile parlare della “malinconia della sera”, della “malinconia dell’autunno” o anche, come fa il principe Hal di Shakespeare, della “malinconia di Moor-ditch”.
[7] Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro, Bompiani, Milano, 2018, pag. 54.
[8] Sanjay Dixit, Harish Shukla, Ak Bhagwat, Arpita Bindal, Abhilasha Goyal, Alia K Zaidi, Akansha Shrivastava, A Study to Evaluate Mobile Phone Dependence Among Students of a Medical College and Associated Hospital of Central India, in “Indian Journal of Community Medicine”, 35(2), April 2010, pagg. 339-341.
[9] Anna Lucia King, Alexandre Valença, Adriana-Cardoso Silva, Tathiana Baczynski, Marcele Carvalho M., Antonio E. Nardi, Nomophobia: Dependency on virtual environments or social phobia?, in “Computers in Human Behavior”, Volume 29, Issue 1, January 2013, pagg. 140-144.
[10] Soraia Goncalves, Paulo Dias, Ana-Paula Correia, Nomophobia and lifestyle: Smartphone use and its relationship to psychopathologies, in “Computers in Human Behavior Reports”, Volume 2, August-December 2020; Nagapraveen Veerapu, Ravi KumarBaer Philip, Hanisha Vasireddy, Sowmya Gurrala, Swathi Tapasw Kanna, A study on nomophobia and its correlation with sleeping difficulty and anxiety among medical students in a medical college, in “International Journal of Community Medicine and Public Health”, 6(5), 2019.
[11] Chethana K., Maria Nelliyanil, Manjula Anil, Prevalence of Nomophobia and its Association with Loneliness, Self-Happiness and Self Esteem among Undergraduate Medical Students of a Medical College in Coastal Karnataka, in “Indian Journal of Public Health Research & Development”, Volume 11, n. 3, 2020.
[12] Amisha Chhabra, Reetika Pal, Relationship between Nomophobia and Personality dimensions among young adults, in “Mukt Shabd Journal”, 2020.
[13] Farooq Azam Khan, Asfand Waqar, Suhail Niaz Khan Niazi, Text Neck Syndrome among Students of a Medical and Dental College in Lahore, in “Journal of Sharif Medical & Dental College”, Vol. 6, n. 01, 2020, pagg. 5-8.
[14] Antonio-José Moreno-Guerrero, Juan Lopez-Belmonte, José Antonio Romero-Rodriguez, Alejandro Rodriguez-Garcia, Nomophobia: Impact of cell phone use and time to rest among teacher students, in “Heliyon” 6(5), 2020.
[15] Informazioni e bibliografia tratte da Istituto A.T. Beck, Dipendenza da smartphone o Nomofobia.
