(AGENPARL) – Roma, 18 Gennaio 2026
Cresce la tensione tra Europa e Stati Uniti dopo l’annuncio del presidente Donald Trump di imporre dazi del 10% a otto Paesi europei che si sono opposti al progetto americano di acquisizione della Groenlandia. La decisione ha suscitato indignazione e forti reazioni politiche a Bruxelles e nelle principali capitali europee, aprendo scenari di possibile escalation commerciale e diplomatica.
I dazi colpiscono Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito, Stati che si sono recentemente impegnati a inviare contingenti militari in Groenlandia, mossa interpretata come una dimostrazione di forza a difesa della sovranità dell’isola artica. Secondo Washington, il controllo della Groenlandia sarebbe invece una necessità strategica per la sicurezza nazionale e globale degli Stati Uniti.
La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha definito le esercitazioni militari europee “precoordinate” e non minacciose, ribadendo il pieno sostegno dell’UE a Copenaghen. Allo stesso tempo, ha lanciato un chiaro avvertimento: “I dazi minerebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di innescare una pericolosa spirale discendente”. Bruxelles, ha assicurato, resterà “unita, coordinata e determinata a difendere la propria sovranità”.
Secondo Reuters, la gravità della situazione ha spinto alla convocazione urgente degli ambasciatori dei 27 Stati membri dell’UE per colloqui di crisi a Cipro, attuale presidente di turno dell’Unione. Sul tavolo, oltre alla risposta commerciale, iniziano a emergere misure simboliche e politiche di forte impatto. Il deputato tedesco Jürgen Hardt (CDU) ha suggerito persino l’ipotesi di un boicottaggio dei prossimi Mondiali di calcio, che si svolgeranno anche negli Stati Uniti. Una mossa estrema, ha precisato, da considerare solo come ultima risorsa, data l’importanza attribuita da Trump all’evento.
Ancora più netta la posizione del Parlamento europeo. Manfred Weber, leader del Partito Popolare Europeo, ha annunciato che il suo gruppo non sosterrà la ratifica dell’accordo commerciale UE-USA finché persisteranno le “minacce di Donald Trump sulla Groenlandia”. Una presa di posizione che rischia di congelare uno dei dossier economici più rilevanti tra le due sponde dell’Atlantico.
Sul fronte più radicale, l’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt ha colto l’occasione per rilanciare vecchie battaglie: dazi reciproci sui beni statunitensi, un’offensiva contro i monopoli tecnologici americani e la creazione urgente di un esercito europeo. Tuttavia, l’ipotesi di una difesa comune dell’UE appare ancora lontana, frenata da anni di sottoinvestimenti militari da parte degli Stati membri.
Questo contesto mette in difficoltà soprattutto Francia e Regno Unito, che da un lato cercano di opporsi a Washington sulla Groenlandia, dall’altro dipendono dal sostegno statunitense come garante ultimo della sicurezza delle loro truppe, in particolare in relazione a un’eventuale missione di peacekeeping in Ucraina.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha assunto un tono fermo, affermando che “nessuna intimidazione o minaccia” influenzerà l’Europa, definendo i dazi “inaccettabili e privi di senso”. Simile la posizione del premier britannico Keir Starmer, secondo cui “applicare dazi agli alleati per tutelare la sicurezza collettiva della NATO è completamente sbagliato”.
In controtendenza, l’Italia ha mantenuto una linea più prudente. La premier Giorgia Meloni ha scelto di non inviare truppe in Groenlandia, riconoscendo che Trump utilizza “metodi assertivi” ma sottolineando come la questione metta in luce un problema reale di sottovalutazione strategica dell’area. Ancora più ironico il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha ridicolizzato le esercitazioni europee parlando di “una gita scolastica” con piccoli contingenti simbolici.
La crisi sulla Groenlandia si sta così trasformando in un banco di prova cruciale per le relazioni transatlantiche, con l’Europa divisa tra fermezza, realpolitik e la necessità di ridefinire il proprio ruolo strategico in un mondo sempre più multipolare.
