(AGENPARL) - Roma, 3 Gennaio 2026 - Il governo britannico sarebbe sempre più condizionato da uno “Stato degli stakeholder”, una rete informale e autoperpetuante di portatori di interesse capace di influenzare le decisioni politiche a scapito della volontà degli elettori. A sostenerlo è Paul Ovenden, ex direttore strategico di Downing Street e stretto collaboratore del primo ministro Sir Keir Starmer, in una rubrica pubblicata sul Times.
Ovenden, costretto a lasciare l’incarico in seguito a uno scandalo legato alla diffusione di messaggi sessualmente espliciti, prende le distanze dal suo ex capo nel controverso caso Alaa Abd el-Fattah, blogger egiziano associato ai tumulti della Primavera araba e recentemente al centro delle polemiche per l’ottenimento della cittadinanza britannica. Secondo l’ex consigliere, la liberazione di el-Fattah e il suo trasferimento nel Regno Unito non sarebbero stati il frutto di una scelta politica autonoma, ma il risultato di pressioni interne esercitate da apparati burocratici e reti di influenza ben radicate a Whitehall.
Senza adottare il linguaggio tipico della destra riformista – che parla apertamente di “deep state”, “palude” o “blob” – Ovenden propone una definizione alternativa: “Stakeholder State”. Con questa espressione descrive una “classe politica permanente” presente trasversalmente nei partiti e nei dipartimenti, il cui obiettivo principale sarebbe preservare il proprio ruolo e la propria influenza all’interno del sistema. La vicenda el-Fattah, osserva, avrebbe messo in luce “la strana ossessione” di alti funzionari e diplomatici per questioni marginali, trasformate in priorità politiche a discapito di problemi concreti del Paese.
Nel suo intervento, Ovenden chiarisce che non si tratta di una grande cospirazione con riunioni segrete, ma piuttosto del risultato di uno Stato diventato troppo grande e allo stesso tempo incapace di governare se stesso. Il potere, scrive, si è progressivamente spostato dagli elettori a gruppi dotati di risorse, accesso istituzionale e capacità di pressione: ONG, attivisti, autorità di regolamentazione, avvocati, associazioni di categoria e reti mediatiche. In questo contesto, consultazioni e revisioni continue diventano strumenti di legittimazione di un sistema che tende ad autoalimentarsi.
L’ex consigliere non risparmia critiche nemmeno al governo laburista di cui ha fatto parte, accusandolo di “svuotare le tasche delle parti produttive dell’economia” per sostenere un welfare definito insostenibile e di soffocare le piccole imprese con la burocrazia. Tra gli esempi citati: i sussidi all’energia eolica anche quando non produce, le politiche migratorie giudicate permissive e una gestione della cittadinanza britannica considerata eccessivamente disinvolta.
Le sue parole ricordano, per molti osservatori, la parabola di Dominic Cummings, ex stratega dei governi conservatori, anch’egli diventato un critico feroce dello Stato profondo britannico dopo l’uscita di scena. Non è chiaro se Ovenden stia tentando di ritagliarsi un ruolo simile a sinistra, ma il suo intervento ha comunque acceso un dibattito acceso.
Lo scandalo legato ad Alaa Abd el-Fattah ha infatti coinvolto entrambi i principali partiti: i laburisti per averne promosso l’arrivo nel Regno Unito e i conservatori per avergli concesso la cittadinanza durante il loro ultimo mandato. Le richieste di revoca della cittadinanza e di espulsione hanno aperto una discussione più ampia su chi abbia diritto alla cittadinanza britannica e su quanto liberamente lo Stato possa concederla.
In definitiva, l’analisi di Ovenden mette a nudo una frattura profonda nel sistema politico del Regno Unito: quella tra democrazia rappresentativa e un intreccio di interessi organizzati che, secondo l’ex consigliere, rischia di svuotarla dall’interno.
