(AGENPARL) - Roma, 9 Settembre 2025 - Riflessioni su social e bias
Scriversi “addosso” (sui social) per commentare fatti ed eventi di varia natura o per esprimere pareri e giudizi (spesso non richiesti) è diventato un costume diffuso e consolidato.
Personalmente non amo partecipare ad accese e “dotte” discussioni che popolano Facebook e altri social: preferisco evitare confronti estenuanti e contenziosi sterili, che poco aggiungono e molto sottraggono in termini di serenità.
Molti interventi nascono più dalla “pancia” che dal cervello. Eppure, come ricordava Thomas Dewar (e non Einstein, cui la frase è stata erroneamente attribuita):
“Le menti sono come paracadute: funzionano solo se si aprono.”
Già anni fa scrivevo che non avrei preso in considerazione provocazioni sterili o commenti inappropriati. Il rischio, altrimenti, è quello di ritrovarsi a dibattere con “ultras” digitali: tifoserie senza freni, prive di moderazione, convinte che la propria voce debba prevalere a ogni costo.
Il 2020, “annus horribilis” ( nel quale abbiamo sperimentato gli effetti di una pandemia devastante, debilitante e decimante con circa 200.000 morti in Italia) ha mostrato in modo plastico il fenomeno. Prima della pandemia, la platea degli “allenatori da divano” discuteva su formazioni e schemi calcistici. Con il Covid, molti si sono improvvisati immunologi e virologi, spesso in contrapposizione alla scienza ufficiale.
La pandemia ha ampliato il bacino dei complottisti, alimentati da convinzioni incrollabili e sostenuti da argomentazioni tanto radicali quanto fragili. Ma anche i “non complottisti” si sono impegnati a cercare conferme e prove, talvolta cadendo nello stesso meccanismo opposto: trovare solo ciò che rafforzava le proprie opinioni.
Poi, con le guerre più vicine a noi (attualmente nel mondo sono in corso almeno 56 conflitti che coinvolgono oltre 92 Paesi: Ucraina, Medio Oriente, Africa, Myanmar, Messico e la regione del Sahel ed altri) è arrivata una nuova “conversione”: gli stessi utenti si sono riscoperti storici, analisti geopolitici o commentatori militari, pronti a esprimersi con sicurezza anche su temi complessi e delicati, non di rado con grammatica zoppicante e argomentazioni fragili.
A questo punto mi sono chiesto: perché questi dualismi così marcati? Perché due fazioni opposte, ciascuna determinata a “convertire” l’altra?
La risposta, almeno in parte, sta nei bias cognitivi. Daniel Kahneman, premio Nobel, ci ha spiegato come la mente cerchi in modo inconscio conferme alle proprie convinzioni, ignorando prove contrarie.
È un meccanismo naturale, che riguarda tutti: filosofi, fisici, critici, giornalisti, analisti… e naturalmente anche noi stessi.
Ignorare le prove contrarie rafforza solo l’illusione di avere ragione. E i social, amplificando ogni voce, moltiplicano la visibilità di queste distorsioni, trasformandole in scontri senza fine.
Forse sarebbe auspicabile che ciascuno si tenesse i propri bias, senza la pretesa di farne verità assolute da diffondere a piene mani.
Io mi accontento dei miei, consapevole che ci sono e che inevitabilmente condizionano il mio modo di guardare il mondo.
Per questo, sommessamente, concludo con una proposta semplice:
Ognuno si faccia i bias suoi.
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