(AGENPARL) - Roma, 10 Ottobre 2022 - (AGENPARL) – lun 10 ottobre 2022 CONDIZIONI DI VITA E REDDITO DELLE FAMIGLIE | ANNI 2020 E 2021
Non cala il rischio di povertà o esclusione sociale
Nel 2021 poco più di un quarto della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale (25,4%), quota sostanzialmente stabile rispetto al 2020 (25,3%) e al 2019 (25,6%).
In lieve peggioramento la disuguaglianza nel 2020: il reddito totale delle famiglie più abbienti è 5,8 volte quello delle famiglie più povere (5,7 nel 2019). Questo valore sarebbe stato decisamente più alto (6,9) in assenza di interventi di sostegno alle famiglie.
Il reddito netto medio delle famiglie è di 32.812 euro annui nel 2020. Gli interventi di sostegno (reddito di cittadinanza e altre misure straordinarie) ne hanno limitato il calo (-0,9% in termini nominali, -0,8% in termini reali).
-1,9%
La riduzione del reddito mediano nel 2020
In valore assoluto 26.597 euro l’anno (2.216 euro al mese). -6,2%
La contrazione complessiva dei redditi familiari rispetto al 2007
-10,2% al Centro; -7,8%
nel Mezzogiorno; -4,8%
nel Nord-est; -3,4% nel Nord-ovest 37,4%
Quota di dipendenti del settore privato con integrazioni salariali nel 2020
1.495 euro pro-capite l’integrazione salariale per Covid-19.
CONDIZIONI DI VITA
Stabile la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale
Nel 2021, il 20,1% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà (circa 11 milioni e 800 mila individui) avendo avuto, nell’anno precedente l’indagine, un reddito netto equivalente, senza componenti figurative e in natura, inferiore al 60% di quello mediano (ossia 10.519 euro). A livello nazionale la quota rimane sostanzialmente stabile rispetto ai due anni precedenti (20% e 20,1% rispettivamente nel 2020 e nel 2019), mentre si osserva un certo miglioramento nel Mezzogiorno e al Centro e un aumento del rischio di povertà nelle ripartizioni del Nord.
Il 5,6% della popolazione (circa 3 milioni e 300 mila individui) si trova in condizioni di grave deprivazione materiale, ossia presenta almeno quattro dei nove segnali di deprivazione individuati dall’indicatore Europa 2020; un valore che risulta più basso rispetto a quello dei due anni precedenti (5,9% nel 2020 e 7,4% nel 2019). Inoltre, l’11,7% degli individui vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, ossia con componenti tra i 18 e i 59 anni che hanno lavorato meno di un quinto del tempo, percentuale in aumento rispetto all’11% dell’anno precedente e al 10% del 2019.
La popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale (indicatore composito), ovvero la quota di individui che si trova in almeno una delle suddette tre condizioni (riferite a reddito, deprivazione e intensità di lavoro), è pari al 25,4% (circa 14 milioni 983 mila persone), sostanzialmente stabile rispetto al 2020 (25,3%) e al 2019 (25,6%). Questo andamento sintetizza, nel triennio considerato, il peggioramento dell’indicatore di bassa intensità lavorativa, il miglioramento di quello di grave deprivazione materiale e la sostanziale stabilità dell’indicatore del rischio di povertà nei tre anni.
Il Mezzogiorno rimane l’area del Paese con la percentuale più alta di individui a rischio di povertà o esclusione sociale (41,2%), stabile rispetto al 2020 (41%) e in diminuzione rispetto al 2019 (42,2%). In questa ripartizione aumenta la quota di individui che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (20,6% contro 19,2% del 2020 e 17,3% del 2019) e diminuisce quella degli individui a rischio di povertà (33,1% rispetto a 34,1% del 2020 e 34,7% del 2019). La riduzione del rischio di povertà o esclusione sociale riguarda in particolare la Puglia e la Sicilia mentre è in sensibile aumento in Campania per l’incremento della grave deprivazione e della bassa intensità lavorativa.
Nel triennio 2019-2021 il rischio di povertà o esclusione sociale si riduce anche nel Centro (21% contro 21,6% del 2020 e 21,4% del 2019), trainato da Marche e Lazio, mentre aumenta in Umbria e rimane invariato in Toscana. Nel Nord-est, ripartizione con la minore quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, questo indicatore peggiora nel 2021 (14,2% rispetto al 13,2% del 2020 e del 2019), con il Trentino-Alto Adige e l’Emilia Romagna stabili sia nel 2020 sia nel 2021, il Friuli Venezia-Giulia in calo nel 2021 (dopo il sensibile aumento nel 2020), il Veneto in crescita. Nel Nord-Ovest, il rischio di povertà o esclusione sociale riguarda il 17,1% degli individui (16,9% nel 2020, 16,4% nel 2019), con la Lombardia stabile, il Piemonte e la Liguria in aumento.
REDDITO E CONDIZIONI DI VITA: I NUMERI CHIAVE
Anni 2020-2021, media in euro, indicatore per 100 individui, incidenze percentuali
INDICATORE Indagine 2020 Indagine 2021
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e Isole Italia Nord-ovest Nord-est Centro Sud e Isole Italia
Reddito netto medio familiare senza affitti figurativi (*) 36.224 37.046 34.588 26.931 33.106 36.018 36.418 33.837 27.053 32.812
Rischio di povertà o esclusione sociale 16,9 13,2 21,6 41.0 25,3 17,1 14,2 21,0 41,2 25,4
Famiglie percettrici del Reddito di Cittadinanza (*) (‘c) 2,2 1,2 2,3 7,6 3,8 2,9 1,7 3,6 10,7 5,3
(*) Il periodo di riferimento è l’anno solare precedente quello di indagine
(a) Include la cassa integrazione guadagni ordinaria, straordinaria, in deroga e gli assegni ordinari e speciali dei fondi di solidarietà
(b) Sul totale dei lavoratori dipendenti del settore privato
(c) Erogato a partire da aprile 2019
Alto il rischio di povertà o esclusione sociale nelle famiglie numerose
Nel 2021, l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale continua a essere più elevata tra gli individui che vivono in famiglie con cinque o più componenti e risulta in aumento rispetto al biennio precedente (38,1% contro 36,2% del 2020 e 34,3% del 2019). Più nel dettaglio, il rischio di povertà o esclusione sociale è maggiore tra gli individui delle famiglie con tre o più figli (41,1% rispetto al 39,7% nel 2020 e 34,7% del 2019), tra le persone sole (30,6%, come nel 2019, e in riduzione dal 31,6% del 2020), soprattutto tra quelle che hanno meno di 65 anni (34,6% contro 34,4% nel 2020 e 32,4% nel 2019), e nelle famiglie monogenitore (33,1% rispetto al 32,2% del 2020 e al 34,5% del 2019).
Il rischio di povertà o esclusione sociale si attenua per le altre tipologie familiari tranne che per le coppie con figli, per le quali aumenta al 25,3% rispetto al 24,7% del 2020 e al 24,1% del 2019.
Nel 2021, il rischio di povertà o esclusione sociale si riduce per coloro che vivono in famiglie in cui la fonte principale di reddito è il lavoro dipendente (18,4% rispetto a 18,7% del 2020 e 20% del 2019) e il lavoro autonomo (22,4%, da 24,3% nel 2020 e 25,1% nel 2019), mentre aumenta per coloro che possono contare principalmente sul reddito da pensioni e/o trasferimenti pubblici (33,9% da 33,5% nel 2020 e 31,8% nel 2019).
I componenti delle famiglie con almeno un cittadino straniero presentano un rischio di povertà o esclusione sociale sensibilmente più elevato (42,2%, da 45,1% nel 2020 e 38,1% del 2019) rispetto a chi vive in famiglie di soli italiani (23,4%, contro 23,1% del 2020 e 24% del 2019). Vivere in famiglie con almeno uno straniero espone a un rischio di povertà e grave deprivazione doppio rispetto a quello di famiglie di soli italiani, mentre la bassa intensità lavorativa continua a essere minore (nel 2021 8,8% rispetto al 12,1% degli individui in famiglie di soli italiani) anche se la differenza si riduce a poco più di 3 punti percentuali nel 2021 dagli oltre 4 punti percentuali del 2020 e del 2019.
FIGURA 1. INDICATORE DI POVERTA’ O ESCLUSIONE SOCIALE PER TIPOLOGIA FAMILIARE
Anni 2019-2021, per 100 individui
(a) p.r.: persona di riferimento
REDDITI DELLE FAMIGLIE
In calo i redditi familiari nell’anno della pandemia
Nel 2020, si stima che le famiglie residenti in Italia abbiano percepito un reddito netto pari in media a 32.812 euro, ossia 2.734 euro al mese. Nell’anno della pandemia Covid-19 il reddito delle famiglie è tornato a ridursi rispetto all’anno precedente sia in termini nominali (-0,9%) che in termini reali (-0,8%).
Il reddito equivalente, che tiene conto delle economie di scala e rende confrontabili i livelli di reddito di famiglie di diversa numerosità e composizione, è diminuito anch’esso in termini reali (-0,8%). In questo caso il reddito include alcune poste non considerate nella definizione armonizzata a livello europeo, quali buoni pasto, fringe benefits non monetari (a eccezione dell’auto aziendale inclusa anche nella definizione europea) e autoconsumi (beni prodotti e consumati dalla famiglia).
Rispetto all’anno precedente, nel 2020 i redditi familiari medi in termini reali (esclusi gli affitti figurativi) sono lievemente cresciuti solo nel Mezzogiorno (+0,6%), diminuiti in modo significativo nel Centro (-2,0%) e nel Nord-est (-1,5%) e solo marginalmente al Nord-ovest (-0,4%). Le maggiori perdite si osservano per le famiglie numerose con almeno cinque componenti (-3,6%) e per le famiglie con almeno un componente straniero (-5,6%).
La contrazione complessiva dei redditi familiari rispetto al 2007, anno che precede la prima crisi economica del nuovo millennio, resta ancora notevole, con una perdita in termini reali pari in media al 6,2%. La contrazione è pari a -10,2% al Centro, a -7,8% nel Mezzogiorno, a -4,8% nel Nord-est e a -3,4% nel Nord-ovest.
Guardando alle diverse tipologie familiari, sempre rispetto al 2007, la diminuzione è maggiore per le famiglie più numerose (-2,7% per quelle con tre componenti, -5,9% per quelle con quattro e -11,7% per le famiglie con cinque o più componenti), è molto più limitata per le famiglie con un solo componente (-0,6%) mentre le famiglie con due componenti registrano una lieve crescita (0,9%). Notevole la differenza tra la perdita subita dalle famiglie composte da soli cittadini italiani (-5%) e quella delle famiglie con almeno un componente straniero (-13,8%).
Per confrontare le condizioni economiche delle famiglie di proprietari e inquilini (un quinto delle famiglie) è opportuno considerare nel calcolo del reddito disponibile anche l’affitto figurativo delle case di proprietà, in usufrutto o uso gratuito.
Nel 2020, il reddito familiare inclusivo degli affitti figurativi è stimato in media pari a 37.786 euro; considerando le variazioni in termini reali la riduzione rispetto all’anno precedente è pari all’1,2%, a causa della diminuzione degli affitti figurativi (-4,4%); identica riduzione si osserva per questo stesso indicatore, una volta reso equivalente.
LINK Excel.Sheet.12 “Sas-balbo-3eusilc2018comunicato stampaFigure e Tavole.xlsx” TABELLA!R4C2:R9C7 a f 4 h * MERGEFORMAT FIGURA 2. INDICATORI DI POVERTA’ O ESCLUSIONE SOCIALE
Anni 2004-2021, per 100 individui (a)
(a) Il rischio di povertà è calcolato sui redditi dell’anno precedente l’indagine e la bassa intensità di lavoro è calcolata sul numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia durante l’anno precedente l’indagine.
Poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha percepito un reddito inferiore all’importo medio. Calcolando il valore mediano, ovvero il livello di reddito che divide il numero di famiglie in due metà uguali, si osserva che il 50% delle famiglie residenti in Italia ha un reddito non superiore a 26.597 euro (2.216 euro al mese), con una riduzione dell’1,9% in termini nominali rispetto al 2019 (27.102 euro).
Le famiglie del Nord-est dispongono del reddito mediano più elevato (29.850 euro), seguite da quelle del Nord-ovest, del Centro e del Mezzogiorno, con livelli di reddito inferiori rispettivamente dell’1%, del 4% e del 25% rispetto a quello del Nord-est. Il livello del reddito mediano varia in misura significativa anche in base alla tipologia familiare. Le coppie con figli raggiungono i valori più alti con 39.139 euro (circa 3.260 euro al mese), trattandosi nella maggior parte dei casi di famiglie con due o più percettori. Le coppie con tre o più figli hanno un reddito mediano (35.676 euro) più basso di quello osservato per le coppie con due figli (39.880 euro) e anche di quelle con un solo figlio (38.797 euro).
Le famiglie monogenitore presentano un reddito mediano pari a 27.931 euro, e gli anziani che vivono soli nel 50% dei casi non superano la soglia di 16.073 euro (1.340 euro mensili). Anche le coppie senza figli percepiscono un reddito mediano più basso se la persona di riferimento è anziana (27.994 contro 32.517 euro delle coppie senza figli più giovani). Il livello di reddito mediano delle famiglie con stranieri è inferiore di più di 7.000 euro rispetto a quello delle famiglie composte solamente da italiani. Le differenze relative si accentuano passando dalle ripartizioni del Nord al Mezzogiorno, dove il reddito mediano delle famiglie con almeno uno straniero è pari al 54% di quello delle famiglie di soli italiani.
La crescita dei trasferimenti pubblici attenua la contrazione dei redditi da lavoro
L’andamento del reddito familiare in termini reali nel corso del 2020 mostra gli effetti sia della forte riduzione dell’attività economica dovuta alla pandemia sia delle politiche pubbliche di sostegno al reddito: mentre i redditi familiari da lavoro dipendente e da lavoro autonomo sono diminuiti rispettivamente del 5% e del 7,1%, i redditi da trasferimenti sono cresciuti del 9,4% in virtù delle misure straordinarie messe in campo per fronteggiare l’impatto dell’emergenza sanitaria, raggiungendo una quota pari a circa il 37% di tutti i redditi familiari. I redditi familiari da capitale si sono invece ridotti del 4,9% a causa della contrazione degli affitti figurativi.
La perdita complessiva rispetto ai livelli del 2007 resta decisamente più ampia per i redditi familiari da lavoro autonomo (-25,3% in termini reali) rispetto ai redditi da lavoro dipendente (-12,6%), mentre i redditi da capitale mostrano una perdita complessiva del 15,6%, in gran parte attribuibile alla dinamica negativa degli affitti figurativi (-18,1% in termini reali dal 2007).
FIGURA 3. REDDITO FAMILIARE NETTO CON AFFITTI FIGURATIVI A PREZZI COSTANTI PER LE PRINCIPALI TIPOLOGIE DI REDDITO. Redditi 2003-2020, valori medi (Base 2003=100)
Disuguaglianza
Lieve riduzione del reddito del quinto più ricco della popolazione
Per misurare la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è possibile ordinare gli individui dal reddito equivalente più basso a quello più alto, classificandoli in cinque gruppi (quinti). Il primo quinto comprende il 20% degli individui con i redditi equivalenti più bassi, l’ultimo quinto il 20% di individui con i redditi più alti. Il rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dall’ultimo quinto e quello ricevuto dal primo quinto (rapporto noto come S80/S20) fornisce una prima misura sintetica della disuguaglianza.
Se si fa riferimento alla distribuzione dei redditi equivalenti netti senza affitti figurativi, nel 2019, il rapporto è pari a 5,7, in miglioramento rispetto al 2018 (6,0) grazie anche all’introduzione del reddito di cittadinanza. Viceversa nel 2020, come conseguenza della pandemia da Covid-19, il rapporto peggiora lievemente a 5,8.
Considerando invence la distribuzione dei redditi equivalenti netti includendo gli affitti figurativi, il rapporto scende nel 2019 a 4,9 e risale a 5,1 nel 2020, ritornando al livello del 2018. Nel Mezzogiorno la disuguaglianza reddituale si conferma più ampia (il 20% più abbiente della popolazione ha un reddito pari a 5,5 volte quello della fascia più povera sia per il 2019 sia per il 2020) sebbene si registri un miglioramento rispetto al 2018 (5,8).
Minori livelli di disuguaglianza si registrano nel Nord-est per entrambi gli anni (3,7 nel 2019, 3,9 nel 2020 stesso valore rilevato nel 2018). Il Nord-ovest segnala un miglioramento nel 2019 (4,3) rispetto all’anno precedente (4,5) per poi tornare allo stesso livello nel 2020 (4,5). Il Centro mostra valori stabili nell’ultimo triennio (4,4).
Il livello di disuguaglianza tende a ridursi al crescere del reddito medio familiare inclusivo degli affitti figurativi: sia nel 2019 sia nel 2020 il Mezzogiorno, con un valore minimo rispettivamente di 31.090 e 30.831 euro (media nazionale 38.319 euro nel 2019 e 37.786 euro nel 2020), presenta il livello di disuguaglianza più elevato, il Nord-est quello più basso, pur in presenza di un reddito medio che diminuisce sensibilmente nei due anni (42.897 euro nel 2019 e 42.095 euro nel 2020).
Una delle misure più utilizzate in Europa per valutare la disuguaglianza tra i redditi degli individui è l’indice di concentrazione di Gini. Sulla base dei redditi netti senza componenti figurative e in natura (definizione armonizzata a livello europeo), nel 2019 il valore stimato per l’Italia è pari a 0,325, in miglioramento rispetto all’anno precedente (0,328) che tuttavia peggiora nel 2020 (0,329). Nella graduatoria crescente dei Paesi dell’Ue27 l’Italia è al ventesimo posto nel 2019 (diciannovesimo nel 2018). Nel 2020, per i 26 paesi Ue27 per i quali è disponibile l’indicatore l’Italia si trova al diciannovesimo posto.
In Italia l’indice di Gini è più elevato del dato nazionale nel Sud e nelle Isole (0,346 nel 2019; 0,349 nel 2020); peggiora tra il 2019 e il 2020 ma resta inferiore al dato medio nazionale nel Nord-ovest (0,303 nel 2019 e 0,314 nel 2020) e nel Nord-est (0,277 nel 2019 e 0,288 nel 2020). Al Centro invece l’indice resta stabile sotto la media nazionale in entrambi gli anni (0,309).
FIGURA 4. Reddito netto familiare medio annuo con affitto figurativo A PREZZI COSTANTI e disuguaglianza del reddito netto con affitto figurativo (S80/S20), per ripartizione geografica Redditi 2007-2020, valori in euro (Base 2020) e rapporto tra redditi
Le misure di sostegno al reddito nell’anno della pandemia
Massiccio ricorso alle integrazioni salariali
A partire da marzo 2020 sono stati molti e di diversa natura gli strumenti messi in campo dal Governo per fronteggiare la crisi dovuta all’emergenza sanitaria: sostegno al reddito, mantenimento dei livelli occupazionali, alleggerimento per le imprese del costo del lavoro durante il periodo di inattività. È stato massiccio il ricorso all’istituto delle integrazioni salariali (talvolta riadattate per coprire una più ampia platea dei lavoratori) e ad altre misure una tantum, finanziate prevalentemente, se non esclusivamente, tramite la fiscalità generale. Parallelamente a questi interventi vi è stato il blocco dei licenziamenti individuali e collettivi per ragioni economiche, sino al termine del periodo di lockdown conseguente alle varie ondate pandemiche.
Si stima che, nel 2020, le integrazioni salariali abbiano interessato nel periodo emergenziale una platea di 6,04 milioni di dipendenti in costanza di rapporto di lavoro (37,4% della forza lavoro alle dipendenze del settore privato). La causale Covid-19 è stata estesamente applicata e ha riguardato il 97,4% di tutti i titolari di integrazioni salariali. In termini monetari, si stima che siano stati erogati 9 miliardi di euro di trattamenti integrativi netti con causale emergenziale. In media, ciascun beneficiario di integrazione salariale con causale Covid-19 ha potuto così disporre nell’anno di 1.495 euro in trasferimenti netti.
Rispetto al 2019, il ricorso alla cassa integrazione è cresciuto di 14 volte in relazione al numero di beneficiari e si è decuplicato in termini di spesa sociale netta. Dal punto di vista dell’incidenza del fenomeno, ovvero del rapporto tra beneficiari e totale dei soggetti con stesse caratteristiche, si osserva durante tutto il 2020 un maggiore utilizzo della cassa integrazione tra lavoratori a tempo indeterminato (41,5%) paragonato a chi invece dispone di un rapporto di lavoro a termine (23,7%).
Per quanto attiene la tipologia di contratto orario, non sussistono differenze di rilievo nella collocazione in cassa integrazione tra coloro che sono a tempo a parziale (43,2%) e a tempo pieno (40,9%). Le integrazioni salariali sono state più diffusamente impiegate nei settori alloggio e ristorazione (50,3% dei lavoratori del settore), industria in senso stretto (49,3%) e commercio (48,3%). Hanno invece investito solo marginalmente il settore delle attività finanziarie e assicurative (8,9%), l’agricoltura (5,2%) e quello di servizi domestici (3,5%).
Le lavoratrici del settore privato hanno avuto meno accesso alle procedure di cassa integrazione (34,2% contro 39,6% dei colleghi maschi). Guardando l’età, sono i lavoratori delle classi centrali (35-44 e 45-54 anni) a essere stati collocati in cassa integrazione più spesso dei colleghi più giovani (15-34 anni) o più anziani (55-64 e 65 anni e più). Sul territorio, il ricorso alla cassa integrazione è stato più intenso al Nord-est (40,8%), Nord-ovest (38,8%) e Centro (38,9%), minore nel Mezzogiorno (31,8%).
FIGURA 5. integrazioni salariali: Tasso di fruizione per settore di attività.
Anno 2020, per 100 lavoratori dipendenti del privato nello stesso settore
I restanti interventi emergenziali in materia di protezione del lavoro hanno riguardato sia le forme di sostegno del reddito a rapporto cessato (proroga dell’indennità di disoccupazione NASpI), sia le misure una tantum (c.d. bonus 600-1000 euro) per la tutela dei lavoratori autonomi e atipici, degli stagionali e intermittenti alle dipendenze, che hanno cessato, ridotto o sospeso l’attività o il loro rapporto di lavoro.
Per quanto concerne la proroga NASpI, si stima che nel 2020 sia stata estesa a favore di 210 mila beneficiari per un importo complessivo di 410 milioni di euro. Da osservare come tra i due anni 2019-2020, gli strumenti preesistenti di tutela dei lavoratori a rapporto cessato (escluso il TFR), abbiano registrato un incremento relativamente contenuto nei valori delle prestazioni nette per la disoccupazione (+8%) e del numero dei relativi beneficiari (+4%), a conferma degli effetti positivi derivanti dal dispiego imponente di risorse emergenziali per la tutela occupazionale.
Una platea di 4,3 milioni di lavoratori per il bonus 600-1.000 euro
In riferimento al bonus 600-1000 euro emesso nel 2020, si stima sia stata di circa 4,3 milioni la platea dei beneficiari a fronte di un trasferimento netto in denaro di 6,2 miliardi di euro (1.451 euro a persona). In termini di quota, vi è un più elevato tasso di utilizzo del bonus tra gli autonomi (54%) e co.co.co (34,9%) e uno di gran lunga più basso tra i lavoratori dipendenti (4,8%). Ciò in ragione del fatto che questi ultimi hanno potuto disporre di una serie ammortizzatori sociali a loro specificatamente dedicati.
I settori di attività dove è stata più intensa la fruizione del bonus variano in funzione della tipologia di occupati. Per gli autonomi i tassi di utilizzo del bonus sono superiori al 50% in quasi tutti settori, con l’esclusione di coloro che operano nell’ambito della pubblica amministrazione (14,7%), dell’istruzione, della sanità e servizi sociali (23,6%). Nel caso dei dipendenti, il settore agricolo fa segnare un tasso di fruizione pari al 46%; segue a distanza quello di alloggi e ristorazione (12,8%).
Il differenziale di genere sui tassi di accesso alla prestazione è pari al 6,5% per le varie tipologie di lavoratori prese nel complesso (16,1% per gli uomini contro 9,6% per le donne). A livello territoriale i lavoratori del Mezzogiorno (15%) hanno avuto maggiore accesso al bonus rispetto a coloro che risiedono in altre aree geografiche (tutti sotto il 13%).
Analizzando la composizione dei titolari del bonus 600-1000 euro per condizione professionale, si nota come questo strumento sia stato prevalentemente appannaggio dei lavoratori autonomi (67,1% contro 22,3% dei lavoratori dipendenti, 4,8% dei collaboratori e 5,8% dei disoccupati). In particolare, all’interno della platea dei beneficiari con reddito prevalente autonomo, spicca la figura professionale del lavoratore in proprio (59,4%) e quella del libero professionista (21,5%).
FIGURA 6. BONUS 600-1000 EURO: TASSO DI FRUIZIONE PER TIPOLOGIA DI OCCUPATI E RELATIVO SETTORE DI ATTIVITà. Anno 2020, per 100 occupati della stessa tipologia e settore (a)
(a) Calcolato sul totale dei percettori di reddito da lavoro (autonomi o dipendenti) in età compresa tra 16-67 anni
Bonus baby-sitting per 765 mila genitori
Durante la sospensione dei servizi educativi dell’infanzia e delle attività didattiche delle scuole il Governo ha dato la possibilità ai lavoratori di ottenere un bonus monetario (c.d. bonus baby-sitting) a risarcimento dei costi sostenuti per i servizi di assistenza e sorveglianza ai minori.
In Italia sono stati 765 mila i lavoratori che hanno visto accolta e liquidata la richiesta del bonus baby-sitting nel 2020, per un valore complessivo di 873 milioni di euro (in media 1.141 euro a persona). Altra misura emergenziale con obiettivi simili è quella del congedo parentale straordinario al 50%. In questo caso sono stati circa 526 mila i lavoratori che ne hanno fruito nello stesso anno, per una spesa netta di 251 milioni di euro a copertura del periodo non lavorato (476 euro pro capite).
Infine, durante lo stesso periodo emergenziale è stata concessa la possibilità di estendere la durata dei permessi retribuiti di cui alla Legge n. 104/1992. Il numero stimato dei titolari di permessi risulta molto contenuto, sfiorando le 15 mila unità, per una spesa media netta pro capite di circa 590 euro.
Oltre alle misure di protezione sociale dedicate ai lavoratori e alle loro famiglie, il legislatore ha introdotto nel periodo dell’emergenza sanitaria una misura straordinaria specificatamente orientata al contrasto alla povertà: il Reddito di emergenza (Rem). Nato con l’obiettivo di supportare i nuclei familiari in condizioni di necessità a causa della crisi economica da pandemia e pertanto soggetto alla prova dei mezzi, il reddito di emergenza ha consentito di alleviare la condizione di disagio economico di circa 330 mila famiglie nel 2020, con trasferimenti monetari (assistenziali) stimati nell’ordine di circa 682 milioni di euro (2.085 euro a famiglia).
Ruolo chiave del reddito di cittadinanza durante la pandemia
Tra le misure preesistenti di contrasto alla povertà, il reddito di cittadinanza (RdC) ha assunto un ruolo chiave. Nel 2019, le 970 mila famiglie beneficiarie (3,8% circa) hanno usufruito in media di importi annui poco oltre i 3.980 euro. Nel 2020, l’anno dell’esplosione dell’emergenza sanitaria, si stima che il RdC abbia raggiunto oltre 1,3 milioni di famiglie (5,3%), con un beneficio annuo di 5.216 euro pro capite; questa quota sale al 15,2% per le famiglie del quinto più povero e al 6,1% per quelle del secondo quinto (Figura 7). L’impatto del trasferimento è stato in media pari al 29% del reddito familiare complessivo (46,5% per il quinto di famiglie più povere).
Il 10,7% delle famiglie residenti nel Mezzogiorno ha ricevuto almeno una mensilità del RdC, quota di gran lunga superiore a quella registrata nel Nord-est (1,7%), nel Nord-ovest (2,9%) e nel Centro (3,6%). Le famiglie con 5 o più componenti ne hanno usufruito in misura maggiore, 10,9% contro 5% delle altre. Circa il 10% delle famiglie con almeno un componente straniero ha percepito il RdC, quota doppia rispetto alle famiglie formate da soli cittadini italiani.
FIGURA 7. Famiglie percettrici di misure di sostegno PER l’emergenza sanitaria o di reddito di cittadinanza e incidenza dei trasferimenti sul reddito familiare PER QUINTI DI REDDITO.
Anno 2020, per 100 famiglie e percentuali del reddito familiare totale.
Misure di sostegno straordinarie per oltre un terzo delle famiglie nel 2020
Nel 2020 il complesso dei trasferimenti e delle misure straordinarie di sostegno ha attutito gli effetti della pesante contrazione dell’attività economica. Più di una famiglia su tre (36,2%), ha beneficiato di almeno una delle misure emergenziali rilevate (integrazioni salariali con causale Covid19, proroga indennità di disoccupazione, bonus 600-1000 euro, contributi a fondo perduto erogati dall’Agenzia delle Entrate, bonus baby-sitting, congedo parentale straordinario al 50%, incremento dei permessi retribuiti ex-legge 104/92, reddito di emergenza), per un totale pari al 2,2% del reddito complessivo.
La quota di famiglie che hanno usufruito delle misure di sostegno è stata più elevata al Nord-est (39,7% contro 37,0% del Nord-ovest, 37,5% del Centro e 32,6% del Mezzogiorno), tra le famiglie numerose (65,7% delle famiglie con 5 o più componenti contro 26,4% di famiglie con due e 19% con un solo componente) e tra quelle con almeno un componente straniero (il 48,1% rispetto al 35% delle famiglie di soli cittadini italiani). Ha ricevuto trasferimenti legati all’emergenza sanitaria circa il 70% delle famiglie con reddito principale da lavoro autonomo e la metà di quelle con reddito principale da lavoro dipendente.
Tra le famiglie che hanno avuto accesso alle misure, l’importo medio dei trasferimenti è stato pari a poco meno di 2.000 euro (5,2% del reddito familiare). Il sostegno è stato rilevante per le famiglie del Mezzogiorno, con trasferimenti pari in media al 6,7% del reddito complessivo, per le famiglie con stranieri e per le persone sole (rispettivamente per il 6,8% e l’8,3% del reddito), e in generale per le famiglie più povere: le famiglie del primo quinto di reddito hanno ricevuto trasferimenti per circa il 14% del reddito totale (5,9% per le famiglie del terzo quinto, 2,7% per le famiglie più ricche dell’ultimo quinto).
Le misure straordinarie e il Reddito di cittadinanza, pari al 3% del reddito disponibile familiare del 2020, hanno attutito la caduta dei redditi, stimata allo 0,8% in termini reali rispetto all’anno precedente. Senza queste misure la caduta dei redditi familiari sarebbe stata molto più ampia, in particolare per alcuni gruppi: -9,1% per le famiglie con stranieri, -6,7% per le famiglie con almeno 5 componenti, e in generale -6,9% per le famiglie del primo quinto di reddito. La lieve crescita dei redditi delle famiglie del Mezzogiorno osservata nel 2020 (+0,6%) si deve a questi interventi: in loro assenza i redditi familiari avrebbero perso il 4,1% in termini reali.
Per valutare l’impatto dei trasferimenti sui principali indicatori della disuguaglianza si può utilizzare la distribuzione dei redditi equivalenti al netto dei trasferimenti emergenziali, del RdC o di entrambe le misure. In questo modo si può osservare l’entità del contributo delle misure di sostegno nel 2020: senza l’insieme dei trasferimenti emergenziali il rapporto S80/S20 risulterebbe pari a 6,2, senza il RdC a 6,4 e senza entrambe le misure a 6,9, valori molto superiori al 5,8 osservato. L’indice di Gini, che risulta pari a 0,329 nel 2020, sarebbe cresciuto fino allo 0,338 senza i trasferimenti emergenziali e allo stesso valore senza il RdC, mentre al netto di entrambi la concentrazione dei redditi sarebbe salita fino a 0,346.
FIGURA 8. Indice di concentrazione di Gini e disuguaglianza dei redditi (rapporto s80/s20) con e senza le misure di sostegno per l’emergenza sanitaria e il reddito di cittadinanzA.
Anno 2020.
Glossario
Affitto figurativo: è una componente non-monetaria del reddito delle famiglie che vivono in case di loro proprietà, in usufrutto, in uso gratuito o in affitto agevolato (cioè inferiore ai prezzi di mercato); rappresenta il costo (aggiuntivo nel caso degli affitti agevolati) che queste dovrebbero sostenere per prendere in affitto, ai prezzi vigenti sul mercato immobiliare, un’unità abitativa con caratteristiche identiche a quella in cui vivono (al netto delle spese di condominio, riscaldamento, accessorie e con riferimento a una casa non ammobiliata).
Altri redditi: includono i redditi da capitale e qualsiasi altro tipo di reddito non proveniente da un’attività lavorativa, attuale o pregressa, o da trasferimenti pubblici.
Bonus baby-sitting: bonus monetario destinato ai genitori lavoratori con minori di 12 anni, ovvero minori oltre tale limite di età in presenza di disabilità; il bonus deve essere utilizzato per il pagamento di personale per la cura dell’infanzia. La somma inizialmente prevista dall’art. 25 del DL 18/20 è stata di 600 euro, poi raddoppiata dall’art. 73 del DL 34/20.
Bonus 600-1.000 euro: misure di sostegno del reddito una tantum per la tutela dei lavoratori autonomi e atipici, degli stagionali e intermittenti alle dipendenze, che hanno cessato, ridotto o sospeso la loro attività o il loro rapporto di lavoro. Queste misure una tantum, prendono a vario titolo il nome reddito di ultima istanza, indennità Covid-19 per i lavoratori stagionali operanti in settori diversi dal turismo e stabilimenti termali e per lavoratori intermittenti (DL 18/20). I requisiti per l’accesso alla misura sono l’iscrizione a specifiche casse previdenziali interne all’Inps e, talvolta, requisiti contrattuali e/o di appartenenza a categorie produttive Ateco. L’indennità è stata erogata in due o più rate di diverso ammontare destinate a: professionisti e lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa iscritti alla Gestione separata, lavoratori autonomi iscritti alle Gestioni speciali dell’Inps, stagionali del turismo e degli stabilimenti termali, lavoratori del settore agricolo, intermittenti e altri (marittimi, venditori a domicilio, etc.), lavoratori del settore dello spettacolo.
Bassa intensità di lavoro (indicatore Europa 2020): percentuale di persone che vivono in famiglie per le quali il rapporto fra il numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia durante l’anno di riferimento dei redditi (quello precedente all’anno di rilevazione) e il numero totale di mesi teoricamente disponibili per attività lavorative è inferiore a 0,20. Ai fini del calcolo di tale rapporto, si considerano i membri della famiglia di età compresa fra i 18 e i 59 anni, escludendo gli studenti nella fascia di età tra i 18 e i 24 anni. Le famiglie composte soltanto da minori, da studenti di età inferiore a 25 anni e da persone di 60 anni o più non sono considerate nel calcolo dell’indicatore.
Cassa integrazione guadagni (Cig): è una prestazione finalizzata a sostituire o integrare la retribuzione ed è destinata ai lavoratori sospesi dal lavoro o che operano con orario ridotto a causa di difficoltà produttive dell’azienda. Possono usufruire dell’integrazione salariale gli operai, gli impiegati e i quadri mentre sono esclusi i dirigenti e i lavoranti a domicilio. Si veda per maggiori dettagli la voce integrazioni salariali.
Congedo parentale straordinario al 50%: è una misura volta a consentire l’accudimento dei minori nel periodo di sospensione dei servizi educativi/didattici, parzialmente sovrapponibile al bonus baby-sitting. I genitori lavoratori che avevano presentato nel 2020 una o più domande di bonus baby-sitting per un importo pari o inferiore a 600 euro, potevano fruire contestualmente del congedo Covid-19, ma per un massimo di 15 giorni (in luogo dei 30 canonici).
Contributi sociali: includono i contributi effettivi, ossia i contributi obbligatori per il conseguimento delle prestazioni previdenziali e assistenziali (malattia, invalidità, malattie professionali o infortuni sul lavoro, vecchiaia, maternità), posti a carico del lavoratore dipendente, autonomo, del lavoratore parasubordinato e del datore di lavoro. I contributi figurativi non sono stimati nell’indagine Eu-Silc.
Contributi sociali a carico del datore di lavoro: includono i contributi effettivi del datore di lavoro e l’onere per l’accantonamento al trattamento di fine rapporto (Tfr). Dal 2011 non includono i contributi a carico dei committenti dei lavoratori parasubordinati (collaboratori coordinati e continuativi e dei collaboratori a progetto).
Contributi sociali dei lavoratori autonomi: includono i contributi sociali dei lavoratori autonomi e i contributi posti a carico dei lavoratori parasubordinati e dei loro committenti e dal 2017 anche le assicurazioni sociali obbligatorie per le prestazioni di lavoro occasionale (voucher).
Costo del lavoro per i percettori di reddito da lavoro dipendente: somma delle retribuzioni lorde e dei contributi sociali a carico del datore di lavoro.
Cuneo fiscale e contributivo: somma dell’imposta personale sul reddito, dei contributi sociali del lavoratore dipendente e dei contributi a carico del datore di lavoro.
Disuguaglianza del reddito netto (s80/s20): Rapporto fra il reddito equivalente netto totale ricevuto dal 20% della popolazione con il più alto reddito e quello ricevuto dal 20% della popolazione con il più basso reddito. Il rapporto è calcolato in base al Reddito netto familiare.
Estensione permessi retribuiti L.104/92: estensione dei permessi retribuiti, di cui all’articolo 33, commi 3 e 6, della legge n. 104/1992 per i lavoratori dipendenti del settore privato, di ulteriori complessive 12 giornate usufruibili nei mesi di maggio e giugno 2020 (D.Lgs. n.34/2020 di cui all’art.73).
Grave deprivazione materiale (indicatore Europa 2020): percentuale di persone in famiglie che registrano almeno quattro segnali di deprivazione materiale sui nove indicati di seguito:
1.essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito;
2.non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione;
3.non poter sostenere spese impreviste di 850 euro (l’importo di riferimento per le spese impreviste è pari a circa 1/12 del valore della soglia di povertà annuale calcolata con riferimento ai due anni precedenti l’indagine);
4.non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano;
5.non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;
6.non potersi permettere un televisore a colori;
7.non potersi permettere una lavatrice;
8.non potersi permettere un’automobile;
9.non potersi permettere un telefono.
Imposta personale sul reddito: somma delle imposte dirette (Irpef, addizionali regionali e comunali, imposta sostitutiva sulle attività finanziarie e imposta sui redditi a tassazione separata). Per il reddito da lavoro dipendente, da pensione e da disoccupazione l’imposta personale sul reddito corrisponde alla ritenuta alla fonte (secondo la definizione europea di reddito lordo), mentre per il lavoro autonomo corrisponde all’imposta netta, in quanto gli acconti e le ritenute sul lavoro autonomo, a differenza dell’imposta anticipata sul reddito da lavoro dipendente e da pensione, possono divergere anche significativamente dall’imposta finale. L’imposta sul lavoro autonomo include una parte dell’Irap. L’imposta regionale sulle attività produttive è stimata applicando l’aliquota Irap alla parte della base imponibile del contribuente autonomo che corrisponde al reddito imponibile Irpef. Essendo calcolata sull’imponibile Irpef, l’Irap è per questa parte assimilabile ad una imposta diretta.
Indice di concentrazione di Gini: misura il grado di diseguaglianza della distribuzione del reddito (un valore pari a 0 indica che tutte le unità ricevono lo stesso reddito, un valore pari a 1 indica che il reddito totale è percepito da una sola unità). In questa pubblicazione l’indice di Gini è calcolato su base individuale, attribuendo ad ogni individuo il reddito netto equivalente della famiglia di appartenenza. L’indice è calcolato in base al Reddito netto familiare senza componenti figurative e in natura.
Integrazioni salariali: sono l’insieme di istituti a garanzia del reddito da lavoro dipendente, alla cui origine vi è il decreto legislativo del 12 agosto 1947 n.869. Questi istituti sono accomunati dall’obiettivo della salvaguardia economica dei lavoratori dipendenti in caso di sospensione o riduzione dell’attività dell’impresa, determinate da eventi transitori e non imputabili alla volontà dell’imprenditore o dei lavoratori, o a situazioni temporanee di mercato. Essi fanno parte della più ampia categoria di ammortizzatori sociali esistenti nel sistema economico italiano, assumendo la forma di integrazione salariale a tutela di situazioni di disoccupazione parziale, cioè in costanza di rapporto di lavoro. Tra questi istituti vi sono: la cassa integrazione guadagni ordinaria (CIGO), originariamente prevista per i lavoratori del settore industriale e edile, comprende un vasto campo di applicazione di diverse attività e specificatamente dedicata ai lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato (inclusi gli apprendisti ed esclusi i dirigenti); la cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS) estesa ai casi di riduzioni o sospensioni di personale determinate da crisi, ristrutturazioni, riorganizzazioni e riconversioni aziendali o nei casi di procedure concorsuali; la cassa integrazione guadagni in deroga (CIGD) finalizzata alla tutelare dei lavoratori delle aziende non coperte dai precedenti istituti ordinario e straordinario, gli assegni ordinari e speciali dei fondi di solidarietà (AOA e ASA) estesa a settori di piccole dimensioni. Durante l’emergenza epidemica la loro applicazione è stata semplificata ed estesa dai provvedimenti emessi a partire dall’art. 19 del DL 18/20 oltre ogni limite temporale e di risorse prima vigenti. Tale modalità di erogazione è stata comunemente denominata Cassa Covid-19.
Irap: l’imposta regionale sulle attività produttive, istituita con D.Lgs. del 15 dicembre 1997.
Pensioni e Trasferimenti pubblici: le “pensioni” comprendono prestazioni sociali in denaro di tipo periodico o continuativo. Ne fanno parte le pensioni (da lavoro) erogate al lavoratore al raggiungimento di una determinata età, alla maturazione di un certo numero di anni di contributi previdenziali, o in possesso dei requisiti di legge (vecchiaia, anzianità, anticipate); le rendite per infortunio sul lavoro o malattie professionali; gli assegni di invalidità ai lavoratori per ridotte capacità di lavoro; le pensioni cosiddette “indirette”, ovvero quelle erogate ad altro familiare nel caso di decesso del titolare dell’assegno pensionistico (pensioni di reversibilità); le pensioni di inabilità o invalidità civile; le indennità di accompagnamento; le pensioni o assegni sociali; le pensioni di guerra. I “trasferimenti pubblici” comprendono le indennità di disoccupazione (Aspi, Naspi, disoccupazione agricola ecc.) o di mobilità, il trattamento di cassa integrazione guadagni, liquidazioni per interruzione del rapporto di lavoro, le borse lavoro e i compensi per l’inserimento professionale e per i lavori socialmente utili, le borse di studio, gli assegni al nucleo familiare, l’assegno al nucleo con almeno tre figli minori, il reddito minimo di inserimento o altri aiuti in denaro per le famiglie in difficoltà, la Carta acquisti (Social card).
Redditi da capitale: includono i proventi da attività finanziarie (conti correnti, libretti di risparmio, certificati di deposito, buoni fruttiferi, titolo di stato, obbligazioni, fondi comuni di investimento, gestioni patrimoniali o forme di risparmio gestite, azioni o partecipazioni in società, esclusi i capital gain), le rendite da attività reali (soldi ricevuti per l’affitto di case, terreni, subaffitto dell’abitazione principale, affitti figurativi), le pensioni volontarie integrative private.
Redditi da lavoro autonomo: includono i compensi derivanti dallo svolgimento di un’attività lavorativa indipendente (quali compensi per l’esercizio di professioni indipendenti, onorari, provvigioni e qualsiasi altro reddito da un’attività agricola, commerciale, artigianale, ecc. svolta non alle dipendenze), i redditi provenienti da collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co) o a progetto (co.co.pro), i redditi derivanti dallo sfruttamento dei diritti di autore e i voucher per le prestazioni di lavoro occasionale (se non diversamente specificato).
Redditi da lavoro dipendente: includono le retribuzioni frutto di un’attività lavorativa prestata alle dipendenze. Nella definizione italiana comprende oltre al valore figurativo dell’auto aziendale concessa per uso privato (unica componente aggiuntiva ammessa nella definizione europea), anche i buoni-pasto e gli altri fringe-benefits non monetari.
Reddito (RdC) e Pensione di Cittadinanza (PdC): introdotti con D.L. n. 4 del 2019, convertito in Legge n. 26 del 2019 e erogati da aprile 2019. RdC è un sostegno economico finalizzato al reinserimento nel mondo del lavoro e all’inclusione sociale. PdC è la denominazione che assume il Reddito di Cittadinanza qualora tutti i componenti del nucleo familiare siano di età pari o superiore a 67 anni, oppure se nel nucleo familiare sono presenti anche persone di età inferiore a 67 anni in condizione di disabilità grave o non autosufficienza.
Reddito di Emergenza – REM: misura di contrasto alla povertà erogata durante la crisi e riservata alle famiglie italiane e a quelle con cittadinanza non italiana con un ISEE al di sotto dei 15.000 euro, che non percepivano il reddito di cittadinanza oppure un reddito da lavoro superiore alla rata del REM. L’ammontare è stabilito aumentando in base ai componenti della famiglia, attraverso un coefficiente di equivalenza, la quota di 400 euro riservata ai singoli, fino ad un massimo di 800 euro. La prima rata per il 2020 è stata istituita dall’art. 82 del DL 34/20, la successiva erogazione è stata distribuita automaticamente dopo il DL 104/20. La possibilità di chiedere le ultime due rate dell’anno 2020 è stata prevista dal DL 137/20.
Reddito di Inclusione – REI: misura di contrasto alla povertà dal carattere universale, condizionata alla valutazione della condizione economica, che, a seguito dell’introduzione del Reddito di cittadinanza, dal 1°marzo 2019, non può più essere richiesto e, a partire dal successivo mese di aprile, non è più riconosciuto né rinnovato (Decreto legge n. 4/2019, art. 13). Il Reddito di inclusione si è concluso definitivamente nel mese di agosto 2020.
Reddito mediano familiare: è il valore di reddito che divide la distribuzione di frequenza in due parti uguali (il 50% delle famiglie presenta un reddito inferiore o pari alla mediana, il 50% un valore superiore). Poiché il reddito ha una distribuzione asimmetrica e maggiormente concentrata sui valori più bassi della scala, la mediana risulta sempre inferiore al valore medio.
Reddito netto familiare: include i redditi da lavoro dipendente compresi i fringe benefits (buoni pasto, auto aziendale, rimborsi spese sanitarie, scolastiche o asili nido, vacanze premio, beni prodotti dall’azienda, eccetera) e i redditi da lavoro autonomo, quelli da capitale reale e finanziario, le pensioni e altri trasferimenti pubblici e privati, il valore monetario di eventuali beni prodotti in famiglia per l’autoconsumo, al netto delle imposte personali sul reddito, delle tasse e tributi sull’abitazione e dei contributi sociali a carico dei lavoratori dipendenti e autonomi. Da tale importo vengono sottratti i trasferimenti versati ad altre famiglie (per esempio, gli assegni di mantenimento per un ex-coniuge). Il reddito netto familiare considerato in questa pubblicazione non è comparabile con il reddito disponibile aggregato del settore Famiglie, riportato nei Conti Nazionali (ottenuto sommando ai redditi primari le operazioni di redistribuzione secondaria del reddito e includendo anche una stima dell’economia “sommersa”).
Reddito netto familiare senza componenti figurative e in natura: corrisponde alla nozione di reddito utilizzata in modo armonizzato a livello europeo. Rispetto al reddito netto familiare, non comprende componenti figurative quali gli affitti figurativi e componenti in natura quali il valore monetario di eventuali beni prodotti in famiglia per l’autoconsumo e i fringe benefits (buoni pasto, rimborsi spese sanitarie, scolastiche o asili nido, vacanze premio, beni prodotti dall’azienda, eccetera) ad eccezione dell’auto aziendale concessa per uso privato, inclusa in tale nozione di reddito. In questa pubblicazione tale definizione è utilizzata per il calcolo del rischio di povertà e dell’indice di concentrazione di Gini.
Reddito equivalente: è calcolato dividendo il valore del reddito netto familiare per un opportuno coefficiente di correzione (scala di equivalenza), che permette di tener conto dell’effetto delle economie di scala e di rendere direttamente confrontabili i livelli di reddito di famiglie diversamente composte. La scala di equivalenza (definita “OCSE modificata” e utilizzata anche a livello europeo) è pari alla somma di più coefficienti individuali (1 per il primo adulto, 0,5 per ogni altro adulto e 0,3 per ogni minore di 14 anni). Tutti i membri della stessa famiglia possiedono lo stesso reddito (individuale) equivalente netto.
Reddito a prezzi costanti: è calcolato deflazionando il reddito monetario con il valore medio annuo dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’Unione europea (IPCA). Tale indice è preferibile rispetto all’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), poiché si riferisce alla spesa monetaria per consumi finali sostenuta esclusivamente dalle famiglie e assicura una misura dell’inflazione comparabile a livello europeo.
Rischio di povertà (indicatore Europa 2020): percentuale di persone che vivono in famiglie con un reddito netto equivalente inferiore a una soglia di rischio di povertà, fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto equivalente. Il reddito netto considerato per questo indicatore rispetta la definizione europea e non include componenti figurative e in natura, quali l’affitto figurativo, i buoni-pasto, gli altri fringe benefits non-monetari (ad eccezione dell’auto aziendale) e gli autoconsumi. Nel 2021 la soglia di povertà (calcolata sui redditi 2020) è pari a 10.519 euro annui (877 euro al mese) per una famiglia di un componente adulto. Per determinare le soglie di povertà di famiglie di ampiezza e composizione diversa si utilizza la scala OECD modificata.
Rischio di povertà o di esclusione sociale (indicatore Europa 2020): percentuale di persone che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni:
1.vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro;
2.vivono in famiglie a rischio di povertà;
3.vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale.
Strategia Europa 2020: strategia decennale dell’Unione europea per la crescita e l’occupazione varata nel 2010 allo scopo di creare le condizioni favorevoli ad una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. L’Ue ha concordato cinque obiettivi quantitativi da realizzare entro la fine del 2020 che riguardano l’occupazione, la ricerca e lo sviluppo, il clima e l’energia, l’istruzione, l’integrazione sociale e la riduzione della povertà.
Nota metodologica
Quadro normativo
L’indagine su “Reddito e condizioni di vita delle famiglie” è prevista dal Programma statistico nazionale che raccoglie l’insieme delle rilevazioni statistiche necessarie al Paese. Essa è svolta in conformità alle definizioni concettuali e metodologiche espresse dal Regolamento del Parlamento e Consiglio europeo, n. 1177/2003 e (EU) 2019/1700 riguardante le statistiche su reddito e condizioni di vita (Eu-Silc).
Obiettivi conoscitivi
Il progetto Eu-Silc (Eu Statistics on Income and Living Conditions, Regolamento del Parlamento europeo n. 1177/2003 e dal 2021 (EU) 2019/1700) costituisce una delle principali fonti di dati per i rapporti periodici dell’Unione europea sulla situazione sociale e sulla diffusione del disagio economico nei Paesi membri. Gli indicatori previsti dal Regolamento sono incentrati sul reddito e sull’esclusione sociale, in un approccio multidimensionale al problema e con una particolare attenzione agli aspetti di deprivazione materiale.
L’Italia partecipa al progetto con l’indagine su “Reddito e condizioni di vita delle famiglie”, svolta a cadenza annuale a partire dal 2004. Sebbene il Regolamento Eu-Silc richieda la produzione di indicatori a livello nazionale, in Italia l’indagine è stata disegnata per assicurare stime affidabili anche a livello regionale.
Popolazione di riferimento e unità di rilevazione
La popolazione di riferimento è costituita da tutte le famiglie residenti in Italia al momento dell’intervista e dai relativi componenti. Sono escluse le persone che vivono in istituzioni.
Per famiglia si intende un insieme di persone che dimorano abitualmente nella stessa abitazione e legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti che condividono il reddito e/o le spese e aventi dimora abituale nello stesso comune. Tutti i componenti della famiglia sono rilevati ma solo le persone di 16 anni o più sono intervistate.
Processo e metodologie
L’indagine è realizzata mediante interviste sulla situazione familiare e interviste individuali, Dal 2011 la realizzazione delle interviste a domicilio avviene con la tecnica CAPI (Computer Assisted Personal Interview), in collaborazione con una società incaricata. Inoltre, dal 2015 è stata introdotta, per una parte delle interviste, la tecnica CATI (Computer-Assisted Telephone Interviewing).
L’indagine è campionaria e il disegno di campionamento segue uno schema a due stadi (comuni-famiglie) con stratificazione dei comuni in base alla dimensione demografica. Il disegno è di tipo panel ruotato: il campione relativo a ogni occasione d’indagine è costituito da quattro gruppi di rotazione, ciascuno dei quali rimane nel campione per quattro anni consecutivi. Ogni anno un quarto del campione trasversale è rappresentato da famiglie e individui casualmente estratti dalle liste anagrafiche dei comuni selezionati per l’indagine; i restanti tre quarti si riferiscono alle famiglie e agli individui estratti nell’anno precedente, nei due e nei tre anni precedenti, che vengono quindi intervistati per la seconda, terza o quarta volta rispettivamente. Dal 2021 i gruppi rotazionali sono stati ampliati a sei. Il campione totale è statisticamente rappresentativo della popolazione residente in Italia ed è composto, nel 2021 da 18.561 famiglie (per un totale di 38.450 individui), distribuite in circa 800 comuni italiani di diversa ampiezza demografica.
Le informazioni sono raccolte mediante un questionario elettronico strutturato in tre parti:
a)la scheda generale, in cui vengono inserite le informazioni demografiche di base di tutti i componenti della famiglia (sesso, data e luogo di nascita, cittadinanza, ecc.) e alcune informazioni sui minori di 16 anni di età (frequenza scolastica e affidamento a servizi di cura formali o informali);
b)il questionario familiare, in cui vengono raccolte informazioni su condizioni abitative, spese per l’abitazione, situazione economica, deprivazione materiale, rete di aiuto informale e su alcune tipologie di reddito ricevute a livello familiare;
c)il questionario individuale, per ciascun componente di almeno 16 anni di età, in cui vengono registrate informazioni sul livello di istruzione e formazione, sulle condizioni di salute, sulla condizione professionale (attuale o trascorsa) e sui redditi percepiti nell’anno solare precedente l’intervista (da lavoro dipendente, autonomo, da collaborazione e prestazione occasionale, da trasferimenti pensionistici e non pensionistici, da capitale reale o finanziario, da trasferimenti privati).
I dati di reddito rilevati tramite intervista vengono successivamente integrati con i dati provenienti da archivi amministrativi per la determinazione finale del reddito disponibile degli individui e delle famiglie. L’utilizzo integrato dei dati di fonte amministrativa e di un modello di microsimulazione (SM2) permette, inoltre, di determinare le tasse e i contributi sociali pagati dagli individui che, sommati ai redditi disponibili, costituiscono i redditi lordi.
Alla base delle stime prodotte sulle misure di sostegno economico del 2020 vi sono principalmente le informazioni di natura amministrava ricavate dagli archivi Inps e dalle fonti fiscali, mentre il ricorso ai dati del questionario d’indagine è limitato alla stima dei contributi a fondo perduto a carico dell’Agenzia delle Entrate. Occorre sottolineare che le stime relative alle integrazioni salariali includono sia le prestazioni erogate direttamente dall’Inps (CIGO, CIGS, CIGD, CISOA, assegni di solidarietà ad esclusione di quelli gestiti dallo Stato), sia i trattamenti anticipati dai datori di lavoro e posti a conguaglio con i contributi da versare allo stesso Ente. I valori delle prestazioni sono calcolate al netto del prelievo fiscale, e nel caso delle integrazioni salariali anche al netto dei contributi sociali figurativi e della quota del 5,84%. Pertanto le stime possono differire rispetto ai dati dell’INPS o di altri Istituti e rispetto ad altre indagini e pubblicazioni, per la natura campionaria dell’indagine, per il fatto che l’indagine europea adotta il criterio di cassa in luogo della competenza economica e infine perché espressi al netto dell’imposizione fiscale.
Gli intervalli di confidenza
Al fine di valutare l’accuratezza delle stime prodotte da un’indagine campionaria è necessario tener conto dell’errore campionario che deriva dall’aver osservato la variabile di interesse solo su una parte (campione) della popolazione. Tale errore può essere espresso in termini di errore assoluto (standard error) o di errore relativo (cioè l’errore assoluto diviso per la stima, che prende il nome di coefficiente di variazione, CV).
Da qui è possibile costruire l’intervallo di confidenza che, con un prefissato livello di fiducia, contiene al suo interno il valore vero, ma ignoto, del parametro oggetto di stima. L’intervallo di confidenza è calcolato aggiungendo e sottraendo alla stima puntuale il suo errore campionario assoluto, moltiplicato per un coefficiente che dipende dal livello di fiducia; considerando il tradizionale livello di fiducia del 95% (?=0,05), il coefficiente corrispondente è pari a 1,96. Tali intervalli comprendono, pertanto, i parametri ignoti della popolazione con probabilità pari a 0,95.
Di seguito si riportano gli errori relativi (CV), gli errori assoluti e gli intervalli di confidenza delle stime dei principali indicatori diffusi nella pubblicazione.
ERRORI RELATIVI, ERRORI ASSOLUTI E INTERVALLI DI CONFIDENZA DELLE STIME DEI PRINCIPALI INDICATORI. Anni 2020 e 2021
Intervallo di confidenza (livello di fiducia=95%) Intervallo di confidenza (livello di fiducia=95%)
Stima puntuale Errore Standard Errore relativo (CV %) Lim inferiore Lim superiore Stima puntuale Errore Standard Errore relativo (CV %) Lim inferiore Lim superiore
Reddito netto medio familiare (anno 2020, valori in euro)
Il calcolo di alcuni indicatori
L’affitto figurativo, per l’indagine su redditi e condizioni di vita, viene stimato attraverso un modello econometrico che analizza la relazione fra le caratteristiche delle abitazioni e gli affitti ai prezzi di mercato pagati dagli inquilini.
Sul sottoinsieme dei soli affittuari a prezzi di mercato, attraverso una procedura di Heckman a due step, viene stimato il modello di seguito specificato:
lnyi=?0+?1kXki+?2Ti+?3?i+uidove yi è l’affitto pagato, Xki è un vettore di caratteristiche dell’abitazione (tipo di abitazione, dimensione dell’abitazione, presenza di terrazze, balconi, giardini, luminosità) e della zona in cui è situata, Ti è il periodo di occupazione della casa, ?i è l’inverse Mill’s ratio per la correzione del sample selection bias (l’affitto è osservato unicamente tra coloro che pagano un affitto ai prezzi di mercato, che quindi potrebbero differire in maniera sistematica e non osservabile dal resto del campione) e ui è il termine di errore.
In particolare ?i si ottiene attraverso un modello probit con la condizione di affittuario come variabile dipendente e una serie di caratteristiche familiari come variabili esplicative (numero componenti, numero percettori, quinto di reddito equivalente e alcune caratteristiche socio-economiche della persona di riferimento).
I parametri ?i, stimati tramite il modello, sono successivamente utilizzati per imputare il valore dell’affitto figurativo alle famiglie non affittuarie.
Da tale valore vengono detratti gli eventuali interessi pagati sul mutuo-casa, mentre la parte di mutuo destinata a rimborsare il capitale prestato non viene sottratta in quanto corrisponde ad una riduzione del debito, cioè ad un aumento del patrimonio della famiglia.
L’indice di concentrazione di Gini può essere espresso con la seguente formula:
dove Qi sono le percentuali cumulate del reddito e Pi sono le percentuali cumulate in caso di equi-distribuzione; l’indice è quindi più sensibile ai cambiamenti di reddito che avvengono nel mezzo della distribuzione.
Diffusione
Le stime dell’indagine sono consultabili anche nel datawarehouse I.Stat all’indirizzo http://dati.istat.it/ (tema: ”Condizioni economiche delle famiglie e disuguaglianze”, argomenti “Reddito”, “Povertà”, “Condizioni abitative”).
In adempimento al Regolamento europeo n. 1177/2003 e (EU) 2019/1700, i dati dell’indagine sono trasmessi annualmente a Eurostat. I principali indicatori, archiviati nel database di Eurostat, sono consultabili al link: http://ec.europa.eu/eurostat/data/database (Tema “Population and social conditions”, argomento “Income and living conditions”).
Dati riepilogativi su reddito e condizioni economiche delle famiglie sono inoltre diffusi nel volume Noi Italia, nell’Annuario statistico italiano e nel Rapporto Bes: il benessere equo e sostenibile in Italia.
Per ulteriori informazioni è possibile accedere al sito dell’Istat all’indirizzo: http://www.istat.it/it/archivio/5663.
Per chiarimenti tecnici e metodologici
Paolo Consolini

