(AGENPARL) - Roma, 3 Novembre 2026 - Dopo la pausa di ottobre, Federal Reserve, Banca Centrale Europea e Banca del Giappone potrebbero tornare ad aumentare il costo del denaro prima della fine del 2026. L’inflazione persistente, il rincaro del petrolio e del gas e la solidità dei consumi americani alimentano le aspettative di nuovi interventi. Anche la Banca d’Inghilterra si prepara alla riunione del 5 novembre, mentre le dimissioni anticipate di Christine Lagarde aprono una fase di incertezza ai vertici della BCE. I mercati finanziari guardano ora a un dicembre decisivo per il futuro dell’economia mondiale.
Le principali banche centrali mondiali si avvicinano alla conclusione del 2026 in un clima di crescente preoccupazione per l’inflazione, mentre il rialzo dei prezzi dell’energia e la persistente solidità di alcune economie stanno modificando le aspettative sui tassi di interesse.
La Federal Reserve statunitense, la Banca Centrale Europea e la Banca del Giappone hanno mantenuto invariati i rispettivi tassi di riferimento nelle riunioni di ottobre, ma i segnali provenienti dai mercati indicano una crescente possibilità di nuovi aumenti a dicembre.
La decisione di attendere prima di intervenire nuovamente riflette una difficoltà condivisa: contenere l’inflazione senza provocare un rallentamento eccessivo dell’attività economica.
Negli Stati Uniti, l’espansione economica continua a mostrare una notevole capacità di resistenza. I consumi rimangono sostenuti e l’inflazione si mantiene superiore all’obiettivo della Federal Reserve.
Nell’eurozona, l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas naturale, collegato alle tensioni in Medio Oriente, minaccia di trasferirsi progressivamente ai costi di produzione, ai trasporti e ai prezzi al consumo.
In Giappone, invece, la Banca centrale sta affrontando una fase differente: dopo anni di politiche monetarie eccezionalmente accomodanti, Tokyo considera ormai necessario mantenere sotto controllo un’inflazione di fondo che ha raggiunto livelli coerenti con il suo obiettivo.
A Londra, la Banca d’Inghilterra si prepara a una riunione particolarmente importante il 5 novembre, con i mercati orientati verso un nuovo rialzo.
Secondo il comunicato ufficiale della Federal Reserve del 28 ottobre 2026, il comitato monetario americano ha deciso di mantenere i tassi tra il 3,75% e il 4%, sottolineando che l’inflazione rimane elevata.
La Banca Centrale Europea, nella decisione del 29 ottobre, ha confermato i tassi invariati, ma ha segnalato rischi crescenti per la stabilità dei prezzi.
La Banca del Giappone ha mantenuto il proprio tasso guida all’1,25%, lasciando aperta la possibilità di un ulteriore intervento a dicembre.
Le prospettive di rialzo sono quindi concrete, ma nessuna delle tre istituzioni ha già approvato un aumento per dicembre. Le decisioni dipenderanno dai nuovi dati economici e dall’evoluzione delle condizioni finanziarie.
La pausa di ottobre: una decisione condivisa, ma per ragioni differenti
Le riunioni di fine ottobre hanno prodotto lo stesso risultato apparente: nessuna modifica immediata ai tassi.
Le motivazioni, tuttavia, non coincidono.
Negli Stati Uniti, la Fed ha scelto di valutare gli effetti delle precedenti restrizioni monetarie su consumi, investimenti e condizioni del credito.
Nell’eurozona, la BCE si confronta con uno shock energetico che può contemporaneamente aumentare l’inflazione e ridurre la crescita.
In Giappone, la Bank of Japan sta procedendo attraverso una normalizzazione graduale della politica monetaria, cercando di evitare che l’inflazione superi stabilmente l’obiettivo del 2%.
La Banca d’Inghilterra affronta invece pressioni particolarmente forti sui prezzi al consumo, aggravate dall’aumento delle quotazioni energetiche.
Tassi di riferimento al 3 novembre 2026
| Banca centrale | Tasso | Ultima decisione |
| Federal Reserve | 3,75–4,00% | Invariato, 28 ottobre |
| BCE | 2,50% | Invariato, 29 ottobre |
| Banca del Giappone | 1,25% | Invariato, 30 ottobre |
| Banca d’Inghilterra | 3,75% | Invariato, 17 settembre |
Per la BCE è indicato il tasso sui depositi; per la Fed l’intervallo-obiettivo dei federal funds; per Giappone e Regno Unito i rispettivi tassi guida. Fonti: Federal Reserve, BCE, Bank of Japan e Bank of England.
Le differenze tra i tassi riflettono strutture economiche e condizioni inflazionistiche differenti.
Non sarebbe quindi corretto interpretare il livello più basso del Giappone come una politica necessariamente meno restrittiva rispetto alle altre economie: conta anche il rapporto tra tassi nominali, inflazione attesa e condizioni del credito.
Un aumento di 25 punti base, equivalente a 0,25 punti percentuali, può avere effetti differenti a seconda del contesto in cui viene applicato.
Federal Reserve: il 28 ottobre i tassi rimangono tra il 3,75% e il 4%
La Federal Reserve ha deciso di non modificare il costo del denaro durante la riunione del 27 e 28 ottobre.
La decisione è stata approvata con dieci voti favorevoli e due contrari.
I due dissenzienti, Lisa Cook e Beth Hammack, avrebbero preferito aumentare immediatamente i tassi di 25 punti base.
Secondo il comunicato ufficiale del Federal Open Market Committee, l’attività economica americana continua a crescere a un ritmo sostenuto.
Il documento evidenzia una spesa interna resistente, una produttività in espansione e investimenti aziendali robusti.
Anche il mercato del lavoro ha mantenuto una relativa stabilità.
La Fed ha però ribadito che l’inflazione rimane superiore al livello considerato coerente con la stabilità dei prezzi.
Il comitato ha quindi preferito attendere ulteriori informazioni prima di modificare la politica monetaria.
Questa scelta segue il rialzo di 25 punti base approvato a settembre, che aveva portato i tassi nell’intervallo attuale.
La pausa di ottobre non segnala necessariamente la fine della fase restrittiva.
La banca centrale ha piuttosto deciso di osservare come le condizioni finanziarie già più rigide stiano influenzando l’economia.
Kevin Warsh e la sfida di controllare l’inflazione senza frenare la crescita
Il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha ribadito la necessità di riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%.
La sua posizione, tuttavia, non si riduce alla richiesta di nuovi rialzi automatici.
Nel corso della conferenza stampa del 28 ottobre, Warsh ha sottolineato che la produttività potrebbe contribuire a sostenere la crescita economica senza generare necessariamente pressioni eccessive sui prezzi.
Secondo la ricostruzione pubblicata da Reuters, il presidente ha spiegato che il comitato ritiene opportuno raccogliere ulteriori dati prima di prendere una decisione.
La Fed deve infatti gestire due obiettivi: stabilità dei prezzi e massima occupazione sostenibile.
Un aumento eccessivo dei tassi potrebbe ridurre gli investimenti, rendere più costosi i finanziamenti e indebolire il mercato del lavoro.
Un atteggiamento troppo accomodante potrebbe invece consentire all’inflazione di rimanere elevata più a lungo.
Il dilemma si è accentuato con la crescita dell’economia americana, che continua a mostrare maggiore resistenza di quanto alcuni osservatori avessero previsto.
Warsh considera quindi decisivo valutare se le pressioni inflazionistiche dipendano soprattutto dalla domanda interna o da fattori come energia e costi di produzione.
I dati americani: crescita del PIL al 3,4% e inflazione ancora elevata
Le statistiche economiche spiegano perché la Federal Reserve mantenga un orientamento prudente.
Secondo i dati riepilogativi pubblicati sul sito ufficiale della Fed, il prodotto interno lordo statunitense è cresciuto a un ritmo annualizzato del 3,4% nel terzo trimestre del 2026.
Il dato evidenzia una capacità di espansione significativa, nonostante l’aumento del costo del credito.
La stessa fonte indica che l’inflazione PCE, una delle misure seguite più attentamente dalla Federal Reserve, era pari al 3,6% a settembre.
Il tasso di disoccupazione si collocava invece al 4,2%.
Questa combinazione rende particolarmente complessa la decisione sui tassi.
Una crescita solida riduce il timore di una recessione immediata e può offrire alla Fed maggiore spazio per un ulteriore irrigidimento monetario.
Al tempo stesso, la presenza di un’inflazione superiore all’obiettivo suggerisce che le pressioni sui prezzi non siano ancora completamente rientrate.
Il comportamento dei consumatori rappresenta un elemento centrale.
Se le famiglie continuano a spendere e le imprese mantengono una domanda sostenuta, le politiche restrittive potrebbero richiedere più tempo per produrre gli effetti desiderati.
Tuttavia, una maggiore produttività può consentire all’economia di crescere senza generare necessariamente un aumento proporzionale dell’inflazione.
È proprio questa relazione che la Fed dovrà valutare nelle prossime settimane.
Il 9 dicembre la Fed potrebbe tornare ad aumentare i tassi
La prossima decisione del Federal Open Market Committee è prevista al termine della riunione dell’8 e 9 dicembre.
Secondo le stime di mercato riportate nel quadro iniziale, la probabilità attribuita a un rialzo di 25 punti base raggiungeva il 73%.
Altre rilevazioni, aggiornate dopo la conferenza stampa di Warsh, hanno indicato valori vicini all’80%.
Le percentuali non devono essere interpretate come dati immutabili.
Le aspettative dei mercati finanziari cambiano continuamente in funzione delle dichiarazioni delle autorità monetarie, delle pubblicazioni statistiche e degli eventi geopolitici.
L’analisi di PIMCO pubblicata il 28 ottobre prevede un ulteriore rialzo di 25 punti base a dicembre, seguito dalla possibilità di un altro aumento nei primi mesi del 2027.
Secondo questa interpretazione, la Fed starebbe completando una fase di ricalibrazione dei tassi, anziché avviare necessariamente un lungo ciclo di restrizioni.
Se la banca centrale decidesse effettivamente di aumentare i tassi di un quarto di punto, il nuovo intervallo-obiettivo passerebbe dal 3,75–4% al 4–4,25%.
Si tratta però di uno scenario condizionale.
La Fed potrebbe anche decidere di mantenere la pausa qualora i dati indicassero un rallentamento dell’inflazione o un indebolimento dell’attività economica.
La BCE mantiene i tassi invariati, ma l’inflazione energetica cambia lo scenario
La situazione europea presenta caratteristiche differenti rispetto a quella statunitense.
Il 29 ottobre, il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea ha deciso di mantenere invariati i tre principali tassi di riferimento.
Il tasso sui depositi è rimasto al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 2,90%.
Secondo il comunicato ufficiale della BCE del 29 ottobre 2026, l’aumento dei prezzi dell’energia continua a rappresentare un rischio per le prospettive di inflazione dell’eurozona.
La banca centrale ha evidenziato che gli effetti completi dello shock energetico non sono ancora emersi.
Il rincaro delle materie prime può infatti trasmettersi gradualmente all’economia attraverso diversi canali.
Le imprese che utilizzano energia nei processi produttivi affrontano maggiori costi.
Le società di trasporto possono subire aumenti delle spese operative.
Le famiglie possono ritrovarsi a sostenere bollette più elevate, riducendo le risorse disponibili per altri consumi.
Il problema è che lo stesso shock energetico può generare contemporaneamente maggiore inflazione e minore crescita.
Per la BCE si tratta di una combinazione particolarmente difficile da gestire.
Un rialzo dei tassi può contribuire a contenere la domanda e le aspettative inflazionistiche, ma non è in grado di aumentare direttamente l’offerta di petrolio o gas naturale.
Christine Lagarde segnala rischi crescenti per la stabilità dei prezzi
Durante la conferenza stampa successiva alla riunione, Christine Lagarde ha illustrato le ragioni della scelta attendista.
La presidente della BCE ha sottolineato che l’inflazione di fondo è rimasta finora relativamente stabile e che la crescita salariale non mostra ancora una risposta particolarmente significativa al nuovo shock energetico.
Tuttavia, la persistenza dell’aumento dei prezzi di petrolio e gas potrebbe produrre conseguenze più ampie nei prossimi mesi.
Secondo la dichiarazione ufficiale di politica monetaria del 29 ottobre, la BCE considera particolarmente importanti gli effetti indiretti e quelli cosiddetti di secondo impatto.
I primi riguardano il trasferimento dei maggiori costi energetici ai prezzi dei beni e dei servizi.
I secondi si verificano quando il rincaro iniziale modifica il comportamento delle imprese e dei lavoratori, influenzando aumenti salariali, listini e aspettative sull’inflazione futura.
È proprio questa seconda categoria a destare particolare attenzione.
Se le famiglie e le imprese cominciano a considerare normale un’inflazione persistentemente elevata, il ritorno alla stabilità dei prezzi può diventare più difficile.
Lagarde ha però ribadito che la BCE non si impegna preventivamente su un percorso prestabilito dei tassi.
Ogni decisione sarà valutata alla luce delle informazioni disponibili al momento della riunione.
Il 17 dicembre potrebbe arrivare il nuovo rialzo della BCE
I mercati finanziari interpretano l’orientamento dell’istituto di Francoforte come un possibile segnale di stretta monetaria a dicembre.
Secondo le stime riportate nel quadro iniziale, la probabilità di un rialzo raggiungerebbe l’87%.
Questa percentuale rappresenta un’aspettativa di mercato, non una decisione ufficiale.
La stima non è stata confermata come valore puntuale attraverso una serie storica indipendente di contratti monetari nella documentazione consultata, e deve quindi essere considerata indicativa.
La ricostruzione pubblicata da Reuters il 29 ottobre conferma comunque che un aumento a dicembre viene considerato uno scenario particolarmente concreto dagli operatori.
Secondo fonti vicine al dibattito interno, i responsabili della politica monetaria avrebbero valutato anche la possibilità di aumentare immediatamente i tassi durante la riunione di ottobre.
La scelta finale sarebbe stata quella di attendere ulteriori informazioni sull’andamento dell’energia e sulle condizioni finanziarie.
La prossima riunione monetaria della BCE è prevista per il 17 dicembre.
Se il Consiglio direttivo decidesse un aumento di 25 punti base, il tasso sui depositi salirebbe dal 2,50% al 2,75%.
L’entità e la possibilità di un simile intervento dipenderanno però dall’evoluzione delle prospettive inflazionistiche.
Il problema europeo: inflazione più alta e crescita più debole
La principale difficoltà della BCE riguarda il carattere dell’attuale shock economico.
Negli Stati Uniti, la persistenza dell’inflazione si accompagna a una crescita ancora relativamente robusta.
Nell’eurozona, invece, l’aumento dei prezzi energetici rischia di indebolire ulteriormente un’economia già caratterizzata da una crescita moderata.
Secondo la valutazione della BCE del 29 ottobre, le condizioni di finanziamento si sono già irrigidite rispetto alla riunione precedente.
Questo significa che imprese e famiglie possono affrontare costi del credito più elevati anche senza un nuovo aumento immediato dei tassi ufficiali.
I mercati obbligazionari possono infatti anticipare le decisioni della banca centrale.
Se gli investitori si aspettano tassi più alti, i rendimenti dei titoli di Stato e delle obbligazioni societarie possono aumentare.
Le banche possono a loro volta modificare le condizioni applicate ai prestiti.
Di conseguenza, una parte della restrizione monetaria può verificarsi prima che la BCE intervenga formalmente.
Il rischio è che un eccessivo irrigidimento finanziario riduca investimenti e consumi proprio mentre il rincaro energetico comprime il potere d’acquisto.
La BCE dovrà quindi trovare un equilibrio tra il contenimento dell’inflazione e la necessità di evitare una contrazione economica troppo pronunciata.
Le dimissioni anticipate di Christine Lagarde aprono una fase di transizione
A rendere ancora più particolare la situazione europea contribuisce l’annuncio delle dimissioni anticipate della presidente della BCE.
Il 29 ottobre, l’istituzione ha confermato ufficialmente che Christine Lagarde lascerà il proprio incarico il 7 febbraio 2027.
La decisione anticipa di circa nove mesi la conclusione naturale del mandato, prevista per ottobre 2027.
Secondo il comunicato ufficiale della Banca Centrale Europea, Lagarde ha informato della decisione il Consiglio direttivo e il presidente del Consiglio europeo António Costa.
Il successore sarà nominato dal Consiglio europeo attraverso la procedura prevista dall’articolo 283 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.
L’annuncio introduce una nuova variabile nel dibattito monetario.
La BCE dovrà affrontare le prossime decisioni sui tassi mentre si avvicina il cambiamento al vertice dell’istituzione.
La successione potrebbe influenzare le aspettative degli investitori sul futuro orientamento della politica monetaria.
Tuttavia, occorre ricordare che le decisioni sui tassi vengono adottate collegialmente dal Consiglio direttivo, non autonomamente dal presidente.
Il cambio di leadership non implica quindi automaticamente un cambiamento della strategia monetaria.
Resta inoltre importante distinguere le informazioni ufficiali dalle ipotesi sulle future attività professionali di Lagarde: il comunicato BCE conferma la data delle dimissioni, ma non attribuisce ufficialmente alla presidente un nuovo incarico.
Titoli di Stato e debito pubblico: la stretta europea rischia di aumentare le pressioni
Un eventuale rialzo dei tassi BCE avrebbe conseguenze anche sui mercati del debito sovrano.
I titoli di Stato rappresentano una componente fondamentale del sistema finanziario europeo.
Quando i rendimenti aumentano, i governi possono affrontare costi più elevati per finanziare il debito in scadenza e le nuove emissioni.
L’effetto non è immediato sull’intero debito pubblico, perché molti titoli già emessi mantengono cedole fisse.
Tuttavia, nel tempo, il rifinanziamento può diventare più costoso.
La questione è particolarmente delicata per gli Stati caratterizzati da un elevato rapporto tra debito e prodotto interno lordo.
Secondo Reuters, nella ricostruzione del 29 ottobre, le pressioni sui rendimenti obbligazionari europei stanno già contribuendo all’irrigidimento delle condizioni finanziarie.
Il caso francese viene osservato con particolare attenzione, a causa dell’ampliamento del differenziale tra i titoli pubblici francesi e quelli tedeschi.
Un aumento significativo degli spread può riflettere rischi fiscali, incertezza politica e condizioni generali di mercato.
La BCE dispone di strumenti per contrastare movimenti disordinati che compromettano la trasmissione della politica monetaria.
Tra questi figura il Transmission Protection Instrument, concepito per affrontare dinamiche finanziarie ingiustificate e disordinate.
La sua disponibilità non equivale però a una garanzia incondizionata per tutti i Paesi.
L’eventuale utilizzo dipende dai requisiti stabiliti dall’istituzione.
Banca del Giappone: ottobre si chiude con i tassi fermi all’1,25%
Anche il Giappone si prepara a una possibile nuova fase di inasprimento monetario.
Il 30 ottobre, la Bank of Japan ha deciso di mantenere invariato il tasso guida all’1,25%.
La decisione è arrivata in un contesto nel quale l’inflazione di fondo ha raggiunto livelli considerati coerenti con l’obiettivo del 2%.
Secondo la comunicazione ufficiale della Banca del Giappone, l’istituto intende mantenere il tasso interbancario overnight intorno all’1,25%, mentre la prossima riunione è programmata per il 17 e 18 dicembre.
La decisione segna una fase importante del lungo percorso di normalizzazione della politica monetaria giapponese.
Per molti anni, Tokyo ha utilizzato tassi estremamente bassi, politiche di acquisto di attività finanziarie e altri strumenti straordinari per contrastare la debolezza dei prezzi.
La situazione è progressivamente cambiata.
L’aumento dei prezzi delle importazioni, la svalutazione dello yen e le dinamiche salariali hanno contribuito a riportare l’inflazione su livelli più elevati.
Secondo la ricostruzione di Reuters del 30 ottobre, la banca centrale ritiene che la fase nella quale era necessario stimolare l’inflazione per raggiungere il 2% sia stata sostituita da una nuova esigenza: impedire che la crescita dei prezzi superi stabilmente quell’obiettivo.
Il risultato è una politica monetaria progressivamente più restrittiva.
Kazuo Ueda apre alla possibilità di un nuovo intervento a dicembre
Il governatore della Banca del Giappone, Kazuo Ueda, ha confermato che l’istituto continuerà a valutare l’opportunità di ulteriori rialzi.
Durante la conferenza stampa di ottobre, Ueda ha spiegato che l’evoluzione dell’inflazione richiede un approccio differente rispetto al passato.
La banca centrale non deve più concentrarsi esclusivamente sull’obiettivo di riportare l’inflazione al 2%, ma deve assicurarsi che rimanga stabile intorno a quel livello.
Secondo Reuters, il governatore ha indicato che ogni riunione sarà un’occasione per rivalutare l’orientamento monetario, compreso l’appuntamento di dicembre.
Non è stato annunciato un calendario vincolante dei rialzi.
Le dichiarazioni suggeriscono però che la banca centrale considera necessario mantenere aperta la possibilità di nuovi interventi.
Il Giappone presenta caratteristiche economiche differenti rispetto agli Stati Uniti e all’eurozona.
Una parte delle pressioni inflazionistiche deriva da fattori esterni, tra cui l’aumento dei prezzi energetici e il costo delle importazioni.
Il tasso di cambio dello yen rappresenta inoltre un elemento rilevante.
Una valuta più debole può rendere più costose le importazioni di energia e materie prime, alimentando le pressioni sui prezzi interni.
Tassi più elevati possono contribuire a modificare le condizioni del mercato valutario, ma il loro effetto dipende anche dalle decisioni delle altre banche centrali e dai movimenti internazionali dei capitali.
Oxford Economics prevede ulteriori rialzi fino all’1,75%
Gli analisti economici ritengono che la normalizzazione monetaria giapponese possa proseguire anche nel 2027.
Secondo un’analisi pubblicata da Oxford Economics il 30 ottobre 2026, la Banca del Giappone dovrebbe aumentare i tassi a dicembre e successivamente nell’aprile 2027.
Lo scenario centrale della società di ricerca prevede un tasso terminale dell’1,75%.
Gli economisti non escludono però uno scenario più restrittivo.
Se le pressioni sui prezzi energetici e sulle importazioni dovessero persistere più a lungo del previsto, la Bank of Japan potrebbe dover portare il tasso fino al 2% nel corso del 2027.
La valutazione dipende dalla dinamica dei prezzi e dalla capacità dell’economia giapponese di assorbire ulteriori aumenti del costo del credito.
Oxford Economics sottolinea che una parte importante dell’inflazione recente deriva da shock dell’offerta, non soltanto da un’accelerazione della domanda interna.
Questo elemento rende il quadro più complesso.
Una politica monetaria troppo restrittiva potrebbe indebolire consumi e investimenti senza eliminare direttamente le cause esterne dell’inflazione.
Allo stesso tempo, una risposta insufficiente potrebbe consentire alle pressioni sui prezzi di diventare più persistenti.
Banca d’Inghilterra: il 5 novembre potrebbe arrivare un rialzo di 25 punti base
La prossima decisione monetaria importante arriverà dal Regno Unito.
Giovedì 5 novembre, la Banca d’Inghilterra comunicherà l’esito della riunione del Monetary Policy Committee.
Il tasso di riferimento britannico è attualmente al 3,75%.
Secondo il sito ufficiale della Bank of England, l’istituto aveva mantenuto invariato il costo del denaro nella decisione del 17 settembre, segnalando che l’aumento dei prezzi energetici avrebbe potuto determinare ulteriori pressioni inflazionistiche.
La banca centrale ha un obiettivo di inflazione del 2%.
Le rilevazioni più recenti indicano un livello dei prezzi superiore al target, in un contesto caratterizzato dall’aumento delle spese energetiche.
Secondo le stime ricavate dalla curva dei tassi overnight e pubblicate da Faiz Radar, sulla base dei dati del 30 ottobre, il mercato attribuiva una probabilità indicativa dell’88% a un rialzo di 25 punti base il 5 novembre.
Si tratta di una stima derivata dai prezzi finanziari, non di una probabilità ufficialmente comunicata dalla banca centrale.
Se il rialzo venisse approvato, il Bank Rate passerebbe dal 3,75% al 4%.
Gli operatori considerano inoltre possibili ulteriori aumenti a dicembre e nei primi mesi del 2027.
La decisione sarà accompagnata dal nuovo rapporto di politica monetaria, che permetterà di valutare come la banca centrale interpreta gli effetti dei rincari energetici.
Il petrolio e il gas naturale diventano il principale rischio per l’economia mondiale
Il fattore comune alle decisioni delle principali banche centrali è il nuovo aumento dei prezzi dell’energia.
Le tensioni in Medio Oriente hanno provocato incertezza sulle forniture e sui costi del trasporto energetico.
Petrolio e gas rappresentano materie prime fondamentali per numerose attività economiche.
Il loro rincaro può influire sui carburanti, sulla produzione industriale, sui trasporti e sulle bollette.
Gli effetti possono propagarsi progressivamente lungo le catene produttive.
Un’impresa manifatturiera che affronta costi energetici più elevati può scegliere di assorbire parte dell’aumento riducendo i propri margini oppure trasferirlo ai clienti attraverso prezzi più alti.
La stessa dinamica può interessare trasporti, distribuzione e servizi.
Il risultato dipende dalle condizioni della domanda, dal livello della concorrenza e dalla capacità delle imprese di modificare i listini.
Secondo la BCE, la durata dello shock energetico è una variabile essenziale per comprendere le prospettive inflazionistiche.
Un aumento temporaneo può produrre effetti differenti rispetto a una fase prolungata di prezzi elevati.
Se il rincaro persiste, diventa più probabile che le imprese e i lavoratori modifichino le proprie aspettative.
Questo può rendere più difficile il ritorno dell’inflazione agli obiettivi delle banche centrali.
Perché i tassi più alti non possono risolvere direttamente uno shock energetico
Un aumento dei tassi di interesse rappresenta uno strumento monetario, non una soluzione diretta ai problemi di approvvigionamento.
La Federal Reserve, la BCE e le altre banche centrali possono influenzare le condizioni del credito e la domanda complessiva.
Non possono però produrre direttamente più petrolio, aumentare le forniture di gas o eliminare i rischi geopolitici lungo le rotte commerciali.
La politica monetaria agisce soprattutto attraverso il costo dei finanziamenti, i consumi, gli investimenti e le aspettative.
Quando i tassi aumentano, ottenere prestiti diventa generalmente più costoso.
Le famiglie possono rimandare acquisti finanziati a credito.
Le imprese possono ridurre o posticipare alcuni investimenti.
La domanda complessiva tende così a rallentare, riducendo la possibilità che le aziende trasferiscano integralmente i maggiori costi sui prezzi finali.
Il problema è che questa strategia può anche indebolire la crescita.
Per le banche centrali, quindi, la sfida consiste nel contenere la trasmissione dell’inflazione senza provocare danni economici sproporzionati.
La situazione è particolarmente delicata nelle economie che presentano già segnali di rallentamento.
Mutui, prestiti e consumi: cosa cambia per le famiglie
Un nuovo ciclo di rialzi avrebbe conseguenze dirette sulle condizioni finanziarie di famiglie e imprese.
L’aumento dei tassi ufficiali tende a influenzare il costo dei finanziamenti bancari, anche se l’effetto non è sempre immediato e uniforme.
Per i mutui a tasso variabile, l’impatto dipende dalle condizioni contrattuali e dagli indici utilizzati per calcolare gli interessi.
I mutui a tasso fisso già stipulati generalmente non risentono direttamente delle successive variazioni dei tassi ufficiali, mentre i nuovi finanziamenti possono diventare più costosi.
Anche prestiti personali, credito al consumo e finanziamenti aziendali possono essere influenzati.
La Banca d’Inghilterra, nella propria guida al funzionamento dei tassi, spiega che l’aumento del costo del denaro riduce generalmente la convenienza a prendere in prestito risorse e può incentivare il risparmio.
Gli effetti sulla spesa dei consumatori dipendono però anche dai redditi, dall’occupazione e dalla fiducia nell’economia.
Per alcune famiglie, tassi più elevati significano rate più pesanti.
Per i risparmiatori, invece, possono aumentare i rendimenti di conti remunerati e depositi, se le banche trasferiscono il rialzo alla clientela.
La distribuzione degli effetti è quindi differenziata.
Chi possiede debiti a tasso variabile può essere penalizzato, mentre chi dispone di risparmio liquido può beneficiare di una remunerazione maggiore.
Imprese e investimenti: il rischio di una frenata economica
Le imprese rappresentano un altro settore particolarmente esposto ai cambiamenti della politica monetaria.
Un aumento dei tassi può rendere più costoso finanziare nuovi impianti, macchinari, attività di ricerca e investimenti immobiliari.
Il costo del capitale costituisce infatti uno degli elementi utilizzati dalle aziende per valutare la convenienza economica dei progetti.
Quando aumenta, alcuni investimenti possono diventare meno redditizi.
Le imprese già fortemente indebitate possono inoltre affrontare maggiori spese per interessi al momento del rifinanziamento.
La situazione è particolarmente delicata per le piccole e medie imprese, che spesso dipendono maggiormente dal credito bancario.
Le grandi società possono disporre di strumenti alternativi, tra cui emissioni obbligazionarie e accesso ai mercati finanziari.
Anche questi strumenti risentono però dei rendimenti richiesti dagli investitori.
Il rialzo dei tassi può quindi ridurre la crescita degli investimenti privati.
Per le banche centrali, questo effetto rappresenta uno dei principali canali attraverso i quali la politica monetaria contribuisce a contenere l’inflazione.
Il rischio emerge quando il rallentamento diventa eccessivo, riducendo l’occupazione e la produzione.
Euro, dollaro, sterlina e yen: possibili conseguenze sui mercati valutari
Le decisioni monetarie influenzano anche i tassi di cambio.
Quando una banca centrale aumenta il costo del denaro, le attività finanziarie denominate nella relativa valuta possono diventare più interessanti per gli investitori.
Questo può sostenere la valuta, anche se l’effetto dipende da numerosi fattori.
Contano soprattutto le differenze tra i tassi attesi nelle diverse economie, non soltanto il livello nominale di un singolo tasso.
Se Fed e BCE aumentassero i tassi in misura simile, per esempio, l’effetto sul rapporto euro-dollaro potrebbe essere meno evidente rispetto a uno scenario in cui intervenisse soltanto una delle due.
Anche le aspettative già incorporate nei prezzi di mercato giocano un ruolo importante.
Una decisione attesa dagli operatori può produrre movimenti limitati.
Una scelta inattesa può invece provocare reazioni più significative.
Per il Giappone, la relazione tra tassi e cambio dello yen è particolarmente delicata.
Un rafforzamento dello yen può contribuire a ridurre il costo delle importazioni, ma può anche influire sulla competitività delle esportazioni.
Per le economie europee, le variazioni dei cambi incidono sui prezzi delle materie prime importate e sulle condizioni commerciali delle imprese.
Le date decisive di novembre e dicembre 2026
- 5 novembre — Banca d’InghilterraDecisione sui tassi e pubblicazione del nuovo rapporto di politica monetaria.
- 8–9 dicembre — Federal ReserveRiunione FOMC, decisione sui federal funds e conferenza stampa.
- 17 dicembre — Banca Centrale EuropeaDecisione del Consiglio direttivo sui tassi dell’eurozona.
- 17–18 dicembre — Banca del GiapponeRiunione sulla politica monetaria, con possibile rivalutazione del tasso guida.
Calendario delle decisioni previsto al 3 novembre 2026. Fonti: Federal Reserve, BCE, Bank of Japan e Bank of England.
Gli appuntamenti di dicembre avranno particolare importanza perché permetteranno alle autorità monetarie di incorporare le ultime informazioni disponibili sull’inflazione, sull’attività economica e sull’evoluzione delle tensioni geopolitiche.
Tre possibili scenari per la fine del 2026
Il primo scenario è quello di un nuovo ciclo di rialzi coordinati, pur senza una vera decisione comune tra le banche centrali.
In questo caso, Federal Reserve, BCE e Banca del Giappone potrebbero aumentare i tassi in risposta alla persistenza dell’inflazione.
Una simile evoluzione determinerebbe condizioni monetarie globali più restrittive e potrebbe contribuire al raffreddamento della domanda.
Il secondo scenario prevede rialzi differenziati.
Alcune istituzioni potrebbero intervenire immediatamente, mentre altre potrebbero preferire un’ulteriore pausa.
Questa possibilità dipenderebbe dalle differenze nella crescita economica e nell’andamento dei prezzi.
Il terzo scenario è quello di una nuova fase attendista.
Se l’inflazione dovesse mostrare segnali di rallentamento o se l’attività economica peggiorasse, alcune banche centrali potrebbero decidere di rinviare gli aumenti.
È importante sottolineare che questi scenari non rappresentano previsioni certe.
La loro utilità consiste nel mostrare quali fattori potrebbero modificare le decisioni delle autorità monetarie.
Le banche centrali rischiano di trovarsi davanti a una nuova stagflazione?
La combinazione tra inflazione elevata e crescita debole richiama il concetto di stagflazione.
Il termine descrive una situazione nella quale i prezzi continuano ad aumentare mentre l’economia ristagna o cresce molto lentamente.
Non tutte le economie si trovano attualmente in questa condizione.
Gli Stati Uniti, per esempio, mostrano ancora una crescita sostenuta.
Nell’eurozona, invece, il rischio di una combinazione tra pressione inflazionistica e rallentamento economico è particolarmente importante.
Uno shock energetico prolungato potrebbe ridurre il potere d’acquisto delle famiglie e aumentare i costi industriali.
Se le banche centrali rispondessero con tassi più elevati, la domanda potrebbe indebolirsi ulteriormente.
Il rischio non è soltanto una crescita inferiore alle attese.
In alcune circostanze, un’economia può affrontare contemporaneamente costi produttivi più elevati, investimenti in rallentamento e condizioni finanziarie restrittive.
Per evitare questo risultato, le autorità monetarie devono distinguere tra aumenti temporanei dei prezzi e pressioni inflazionistiche destinate a persistere.
La scelta del momento in cui intervenire sarà quindi decisiva.
Dicembre sarà il banco di prova della politica monetaria mondiale
La fine del 2026 potrebbe segnare una nuova fase di inasprimento monetario nelle principali economie avanzate.
Federal Reserve, BCE e Banca del Giappone hanno deciso di mantenere invariati i tassi a ottobre, ma l’inflazione persistente e l’aumento dei prezzi dell’energia rendono sempre più concreto il dibattito su ulteriori aumenti.
Negli Stati Uniti, la solidità della crescita e dei consumi offre alla Fed margini per mantenere una politica restrittiva.
Nell’eurozona, la BCE deve affrontare una situazione più delicata, nella quale il rincaro energetico può alimentare l’inflazione e contemporaneamente indebolire l’attività economica.
Il Giappone sta invece proseguendo il percorso di normalizzazione dopo anni di politiche monetarie eccezionalmente accomodanti.
Anche la Banca d’Inghilterra si prepara a una decisione importante il 5 novembre, con i mercati orientati verso un aumento dei tassi.
Le dimissioni anticipate di Christine Lagarde aggiungono un ulteriore elemento di incertezza al quadro europeo, pur senza modificare il funzionamento collegiale delle decisioni BCE.
Il punto centrale non è soltanto se le banche centrali aumenteranno i tassi a dicembre, ma quanto a lungo saranno disposte a mantenere condizioni monetarie restrittive per riportare l’inflazione verso il 2%.
Un nuovo aumento potrebbe contribuire a contenere le aspettative sui prezzi, ma comporterebbe anche costi più elevati per famiglie, imprese e governi.
L’equilibrio tra stabilità monetaria e crescita economica sarà quindi la principale sfida dei prossimi mesi.
Le decisioni di dicembre permetteranno di comprendere se la pausa di ottobre sia stata soltanto un’interruzione temporanea della stretta oppure l’inizio di una fase più prudente e differenziata.
