(AGENPARL) - Roma, 7 Ottobre 2026 - Un’inchiesta del Palestinian Youth Movement e di Urgence Palestine sostiene che tra maggio e settembre 2026 la Francia abbia autorizzato 35 operazioni militari destinate alle filiali di Elbit Systems. Tra componenti per carri armati, sistemi aeronautici ed elettronica militare, emerge una filiera che collega l’industria francese della difesa al principale produttore israeliano di armamenti.
La Francia continua a sostenere di non fornire a Israele armi offensive.
Eppure, secondo una nuova inchiesta condotta dal Palestinian Youth Movement insieme al collettivo francese Urgence Palestine, tra maggio e settembre 2026 il governo francese avrebbe autorizzato 35 operazioni di esportazione militare verso Israele, tutte destinate direttamente a filiali di Elbit Systems, uno dei principali produttori israeliani di armamenti.
La ricostruzione è stata rilanciata il 6 ottobre 2026 e aggiunge un nuovo capitolo alla discussione sul ruolo della Francia nella filiera internazionale che alimenta l’industria militare israeliana.
Il dato più significativo non riguarda soltanto il numero delle spedizioni. È la loro destinazione.
Secondo l’inchiesta, infatti, i materiali non sarebbero stati inviati genericamente al mercato israeliano, ma direttamente a società appartenenti alla rete industriale di Elbit Systems.
Dalla Francia alle fabbriche di Elbit
La ricostruzione individua fornitori distribuiti in cinque regioni francesi e descrive una serie di componenti destinati a sistemi militari.
Tra il materiale figurano unità di raffreddamento per carri armati e sistemi lanciamissili, visiere destinate agli scafi dei piloti di elicotteri e aerei da combattimento, apparecchiature di sorveglianza e componentistica elettronica avanzata.
Non si tratta quindi, secondo il rapporto, di un’unica tipologia di prodotto.
La filiera comprende tecnologie differenti che entrano in sistemi terrestri, aeronautici ed elettronici.
Tra le aziende citate compare anche Thales, uno dei principali gruppi francesi del settore della difesa.
Secondo l’inchiesta, Thales avrebbe prodotto e inviato pannelli di controllo destinati all’azionamento di armi a distanza.
È proprio la natura di questi componenti a mettere in discussione la distinzione utilizzata dal governo francese tra materiale “offensivo” e materiale che può essere esportato verso Israele.
Il nodo della definizione di “arma offensiva”
La posizione ufficiale francese è netta: Parigi sostiene di non fornire armi offensive a Israele e afferma che questo tipo di transazioni si sarebbe concluso nel 2024.
Ma la distinzione diventa più complessa quando si passa dall’arma completa alla sua componentistica.
Un sistema militare contemporaneo è infatti composto da decine o centinaia di elementi prodotti da aziende diverse.
Un’unità di raffreddamento non è un carro armato. Una visiera non è un elicottero. Un pannello di controllo non è, da solo, un sistema d’arma.
Ma questi componenti possono essere indispensabili al funzionamento delle piattaforme nelle quali vengono integrati.
È proprio su questa zona grigia che si concentra la contestazione di Urgence Palestine.
Thomas Nayla, avvocato del collettivo, contesta la possibilità di classificare come puramente difensivi componenti destinati a carri armati, sistemi missilistici e piattaforme militari.
La questione, dunque, non è soltanto cosa venga esportato dalla Francia.
È dove finisca quel materiale e quale ruolo assuma una volta integrato nella filiera produttiva israeliana.
Un ponte aereo tra Francia e Israele
L’inchiesta ricostruisce anche la logistica delle spedizioni.
Delle 35 operazioni individuate, 33 sarebbero partite dall’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, mentre 32 sarebbero state trasportate da aerei della compagnia israeliana El Al.
Il dato contribuisce a delineare una catena logistica precisa: produttori francesi, aeroporto francese, vettore israeliano e infine società appartenenti alla filiera di Elbit Systems.
Non è quindi soltanto una questione industriale.
È anche una questione di infrastrutture e trasporti.
La Francia non sarebbe semplicemente il luogo nel quale vengono prodotti determinati componenti. Secondo la ricostruzione, il territorio francese diventerebbe anche uno dei punti di partenza della loro successiva integrazione nell’industria militare israeliana.
Il precedente delle oltre 525 spedizioni
Le nuove rivelazioni si inseriscono in un quadro più ampio.
Secondo un precedente rapporto pubblicato dalle stesse organizzazioni ad aprile, tra ottobre 2023 e marzo 2026sarebbero state individuate più di 525 spedizioni di equipaggiamenti militari francesi verso Israele.
Il nuovo rapporto sostiene quindi che il flusso non si sarebbe interrotto, ma avrebbe continuato a coinvolgere aziende francesi anche nel corso del 2026.
È questo il punto politico centrale della vicenda.
Da una parte Parigi afferma di aver interrotto la vendita di armi offensive.
Dall’altra, secondo la ricostruzione delle organizzazioni che hanno condotto l’inchiesta, la componentistica francese continua a entrare nella catena industriale israeliana.
Il caso Elbit Systems
Al centro di questa rete industriale c’è Elbit Systems.
L’azienda è uno dei principali produttori israeliani di sistemi militari e sviluppa tecnologie per droni, sorveglianza, sistemi terrestri, guerra elettronica e piattaforme aeronautiche.
Secondo quanto riportato nell’inchiesta, Elbit avrebbe un ruolo particolarmente importante nella fornitura di droni e sistemi terrestri alle forze armate israeliane.
Tra i sistemi associati all’azienda ci sono anche i droni Hermes, utilizzati per attività di sorveglianza aerea e acquisizione degli obiettivi.
La società avrebbe inoltre ottenuto risultati economici record durante il conflitto e avrebbe promosso alcuni dei propri sistemi come tecnologie “testate in combattimento”.
È un’espressione che assume un significato particolare quando l’esperienza operativa diventa contemporaneamente una caratteristica commerciale del prodotto.
Le accuse sull’impiego a Gaza
Il rapporto colloca queste forniture nel contesto della guerra a Gaza.
Organizzazioni per i diritti umani e giornalisti presenti nella Striscia hanno denunciato ripetutamente l’utilizzo di sistemi militari israeliani contro la popolazione civile.
Tra le accuse riportate nell’inchiesta c’è anche quella secondo cui sistemi prodotti o forniti da Elbit sarebbero stati impiegati per individuare e colpire persone nella Striscia, comprese persone che si trovavano nelle strade o nelle tende.
Queste accuse vanno però tenute distinte dal dato sulle esportazioni.
Il fatto che un componente francese sia stato inviato a una filiale di Elbit non dimostra, da solo, che quello specifico componente sia stato utilizzato in uno specifico attacco a Gaza.
Dimostra, secondo la ricostruzione citata, l’esistenza di una relazione industriale e commerciale.
È la distinzione fondamentale per comprendere la vicenda senza confondere la documentazione sulle forniture con la prova dell’impiego operativo di ogni singolo componente.
La Francia dentro una filiera europea
Il caso francese si inserisce inoltre in un quadro europeo più ampio.
Secondo i dati citati nell’inchiesta, la Germania sarebbe il principale fornitore europeo di armi a Israele, con oltre 930 milioni di dollari di licenze di esportazione approvate nei primi cinque mesi del 2026.
Il Regno Unito, pur avendo annunciato la sospensione di alcune licenze, avrebbe continuato ad autorizzare forniture militari per un valore di almeno 236 milioni di dollari dall’ottobre 2023, con importanti eccezioni legate al programma F-35.
Il quadro che emerge è quindi quello di una filiera europea ancora attiva, nonostante le crescenti pressioni politiche legate alla guerra a Gaza.
La domanda che rimane aperta
La vicenda francese porta alla luce una questione che va oltre il semplice conteggio delle armi esportate.
Che cosa significa davvero interrompere la vendita di armi offensive quando la componentistica necessaria alla loro produzione, al loro funzionamento o alla loro manutenzione continua a essere esportata?
La risposta dipende dalla classificazione giuridica dei singoli prodotti e dal loro uso finale.
Ma sul piano politico la domanda rimane.
Se le 35 spedizioni descritte dall’inchiesta sono state effettivamente autorizzate dalle autorità francesi e se i componenti sono entrati nella produzione di sistemi militari israeliani, allora la distanza tra la dichiarazione politica di Parigi e la realtà della filiera industriale diventa difficile da ignorare.
Non significa che ogni componente francese sia un’arma.
Significa che l’industria militare contemporanea funziona attraverso catene di produzione internazionali, nelle quali il confine tra produttore dell’arma e fornitore della sua tecnologia può diventare estremamente sottile.
Ed è proprio lungo quella linea di confine che oggi passa una parte della controversia sulle responsabilità europee nella guerra di Gaza.
