(AGENPARL) - Roma, 26 Settembre 2026 - La lettura di Izvestia sul nuovo corso nucleare italiano: SMR, industria, costi, tempi e ostacoli politici
Per l’Italia il nucleare torna a essere una questione concreta. Non ancora nei cantieri, non ancora nelle centrali, ma nella legislazione e nella strategia energetica del Paese.
Il 23 settembre il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, già approvato dalla Camera. Il provvedimento affida al Governo il compito di costruire il quadro normativo necessario per disciplinare la produzione di energia nucleare, la costruzione e l’esercizio degli impianti, la gestione del combustibile e dei rifiuti radioattivi, la sicurezza e le nuove tecnologie, compresi i piccoli reattori modulari.
È quindi un passaggio importante, ma va letto per quello che è: l’apertura di un percorso legislativo e industriale, non l’avvio immediato della costruzione di una centrale. Il testo approvato prevede infatti che il Governo eserciti la delega attraverso successivi decreti legislativi.
Per Giorgia Meloni è la concretizzazione di una scelta politica annunciata da tempo. Per il sistema energetico italiano, invece, comincia adesso la parte più complessa: capire quali tecnologie utilizzare, dove collocarle, come finanziarle, come organizzare la sicurezza e la gestione dei rifiuti e, soprattutto, quanto tempo sarà necessario prima che il nuovo nucleare possa produrre effettivamente elettricità.
È proprio su questo terreno che l’analisi pubblicata da Izvestia acquista interesse. Il quotidiano russo legge il ritorno italiano all’atomo non soltanto come una decisione energetica, ma come il tentativo di riattivare una filiera industriale che, nonostante quarant’anni di assenza di centrali sul territorio nazionale, non è mai completamente scomparsa.
Quarant’anni dopo il referendum, l’Italia riparte da una situazione particolare
La storia italiana del nucleare è diversa da quella di molti altri Paesi europei.
L’Italia aveva costruito una propria industria atomica e disponeva di quattro centrali in esercizio prima dell’interruzione del programma. Dopo il referendum del 1987, seguito all’incidente di Chernobyl, il settore della produzione elettrica nucleare venne progressivamente abbandonato.
Il dossier parlamentare sul provvedimento ricostruisce proprio questa traiettoria: la produzione nucleare italiana, iniziata negli anni Sessanta, si arrestò alla fine degli anni Ottanta e il tema tornò periodicamente nel dibattito politico, fino ai tentativi di rilancio e al nuovo referendum del 2011.
La particolarità italiana, tuttavia, è che l’abbandono delle centrali non ha significato la scomparsa dell’intero patrimonio industriale.
È questo uno dei punti sui quali insiste Izvestia.
L’Italia ha continuato a lavorare nel settore attraverso società di ingegneria, componentistica, ricerca e servizi specializzati. Ansaldo Nucleare, per esempio, ha mantenuto attività internazionali nel settore dei reattori e ha partecipato a progetti in Romania, mentre continua a essere coinvolta nel programma ITER sulla fusione nucleare. La stessa società indica inoltre una lunga esperienza nella fornitura di componenti e sistemi per diversi tipi di reattori.
Il risultato è una situazione abbastanza singolare: l’Italia deve ricostruire la capacità di realizzare centrali sul proprio territorio, ma non deve necessariamente ricostruire da zero tutte le competenze industriali necessarie per lavorare nel nucleare.
È una differenza sostanziale.
La vera scommessa sono i piccoli reattori
Il ritorno dell’atomo italiano non sembra destinato a riprodurre semplicemente il modello delle grandi centrali costruite nella seconda metà del Novecento.
La discussione italiana si concentra infatti sempre più sugli Small Modular Reactors, gli SMR, e sulle tecnologie nucleari di nuova generazione.
Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima già prevedeva, nel medio periodo e dopo il 2030, la valutazione delle possibilità di impiego dei nuovi piccoli reattori modulari a fissione, insieme alla prospettiva di lungo periodo della fusione.
La delega approvata dal Parlamento amplia ulteriormente questo quadro. Il programma nazionale previsto dal provvedimento comprende infatti la possibilità di disciplinare impianti di fissione di nuova generazione, SMR e AMR, oltre alla ricerca e allo sviluppo della fusione.
La logica degli SMR è diversa da quella delle grandi centrali tradizionali.
Reattori più piccoli possono essere pensati anche per fornire energia a distretti industriali particolarmente energivori, riducendo almeno in teoria la necessità di costruire enormi impianti centralizzati.
È un punto importante per un Paese come l’Italia, dove il costo dell’energia rappresenta da anni una questione centrale per l’industria.
Ma qui bisogna evitare una semplificazione: gli SMR non sono una scorciatoia che consenta di avere rapidamente nuova elettricità nucleare.
La tecnologia deve essere autorizzata, i progetti devono essere selezionati, devono essere individuati i siti, devono essere definite le procedure di sicurezza e deve essere costruita una filiera capace di sostenere la produzione.
Anche a livello europeo il settore è ancora in una fase di sviluppo. La Commissione europea ha lanciato nel marzo 2026 una strategia specifica per accelerare lo sviluppo e la diffusione degli SMR, mentre il progetto europeo EAGLES-300, guidato da Ansaldo Nucleare insieme a ENEA, RATEN e SCK CEN, è stato inserito tra i progetti selezionati dall’Alleanza industriale europea sugli SMR.
Questo significa che l’Italia non si sta muovendo in un vuoto tecnologico, ma dentro una più ampia corsa europea alla nuova generazione nucleare.
Il tempo resta il problema principale
È qui che l’analisi di Izvestia introduce una delle questioni più interessanti.
Secondo il quotidiano russo, l’Italia potrebbe avere bisogno di almeno dieci-quindici anni prima di arrivare al primo chilowattora commerciale prodotto da una nuova generazione nucleare.
La stima non è un calendario ufficiale del Governo italiano e va quindi considerata come una previsione. Ma il ragionamento di fondo è difficile da ignorare.
Prima della costruzione vera e propria bisogna infatti creare il quadro regolatorio, definire le procedure di autorizzazione, scegliere le tecnologie, individuare i siti e affrontare i ricorsi e le procedure ambientali.
Soltanto dopo arriva la costruzione.
Questo spiega anche perché il ritorno al nucleare non può essere presentato come una soluzione immediata ai problemi energetici italiani.
La legge approvata dal Parlamento apre una prospettiva pluriennale. Il Governo dovrà ora trasformare quella delega in norme concrete e in un programma nazionale.
Il nodo dei soldi
Poi c’è il problema finanziario.
Izvestia stima in circa 15-30 miliardi di euro il fabbisogno per un primo programma dell’ordine di alcuni gigawatt entro il 2040. Anche questa è una stima dell’analisi russa, non una cifra fissata dalla legge italiana.
La questione, però, rimane centrale.
Un programma nucleare richiede investimenti enormi e distribuiti su molti anni. Gli investitori devono poter contare su regole stabili, tempi prevedibili e meccanismi capaci di rendere finanziabili impianti che hanno costi iniziali elevati e una vita operativa molto lunga.
L’Unione europea offre oggi un quadro diverso rispetto al passato.
La Commissione ha incluso, a determinate condizioni, specifiche attività nucleari nella tassonomia europea delle attività economiche sostenibili. Questo non significa che Bruxelles finanzi automaticamente una centrale nucleare, ma rende possibile collocare determinati investimenti nucleari all’interno del quadro europeo della finanza sostenibile, quando rispettano i criteri previsti.
È un elemento che può facilitare la raccolta di capitale, ma non risolve da solo il problema economico.
Il punto più difficile potrebbe essere il territorio
Ancora più complesso potrebbe essere il rapporto con le comunità locali.
Una centrale nucleare non è soltanto un grande investimento industriale. Significa scegliere un territorio, costruire infrastrutture, organizzare la sicurezza, gestire il combustibile e affrontare per decenni il problema dei rifiuti radioattivi.
Ed è proprio qui che il passato italiano pesa.
La localizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi rappresenta da anni una delle questioni più delicate del settore. Il ritorno al nucleare renderebbe inevitabilmente ancora più importante la capacità dello Stato di individuare siti, costruire consenso e garantire procedure trasparenti.
Il Parlamento ha previsto che il futuro quadro normativo affronti anche la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito.
Il problema, quindi, non è soltanto trovare una tecnologia.
È trovare un modello istituzionale capace di accompagnarla.
La questione politica non è chiusa
Il ritorno al nucleare rimane inoltre una scelta politicamente divisiva.
Durante l’esame parlamentare sono state presentate obiezioni che riguardano i costi, i tempi di realizzazione, la gestione dei rifiuti, la sicurezza energetica e il rapporto tra investimenti nucleari e sviluppo delle rinnovabili.
La maggioranza, al contrario, ha sostenuto la necessità di creare una nuova base legislativa per l’atomo, collegandola alla sicurezza e all’indipendenza energetica, alla decarbonizzazione e alla competitività industriale.
Il punto concreto è che il Parlamento ha approvato la delega. La discussione politica, però, non termina con il voto.
Comincia adesso una fase nella quale bisognerà decidere come applicarla.
Francia, Stati Uniti e la nuova partita industriale
Ed è qui che entra in gioco anche la geopolitica.
Se l’Italia tornerà realmente a produrre energia nucleare, dovrà scegliere tecnologie, partner industriali e fornitori.
Izvestia individua soprattutto Francia e Stati Uniti come possibili interlocutori occidentali, citando da una parte EDF e Framatome e dall’altra Westinghouse e GE Hitachi.
Non è però una scelta già effettuata.
La Francia dispone di una grande industria nucleare e di una lunga esperienza nella costruzione e gestione degli impianti. Gli Stati Uniti possono contare su tecnologie e aziende impegnate nello sviluppo degli SMR. Parallelamente, l’Italia possiede una propria filiera industriale che potrebbe essere coinvolta in modo significativo.
Ansaldo Nucleare, per esempio, continua a sviluppare attività internazionali e partecipa a iniziative europee sugli SMR. Nel luglio 2026 Ansaldo Energia ha inoltre annunciato un accordo con RINA per lo sviluppo della filiera nucleare italiana.
La scelta tecnologica sarà quindi anche una scelta industriale.
Non si tratterà soltanto di decidere quale reattore costruire, ma di stabilire quanta parte del valore economico e tecnologico del programma resterà in Italia.
La Russia resta fuori dalla partita?
È uno degli aspetti geopolitici più interessanti dell’analisi russa.
Izvestia osserva che Russia e Cina potrebbero incontrare ostacoli legati alle sanzioni, alla sicurezza nazionale e agli impegni internazionali dell’Italia.
Non significa che esista già una decisione formale italiana che escluda qualsiasi tecnologia russa o cinese. Significa piuttosto che la scelta di un partner nucleare avverrebbe dentro un contesto internazionale nel quale tecnologia, sicurezza e alleanze strategiche sono strettamente collegate.
Dopo la guerra in Ucraina e la trasformazione dei rapporti energetici europei con Mosca, questo elemento assume un peso particolare.
Il nucleare, in altre parole, potrebbe diventare anche uno degli strumenti attraverso i quali l’Italia ridisegna la propria autonomia energetica e industriale.
Il vero punto è che non si tratta soltanto di centrali
È forse questa la parte più interessante dell’intera vicenda.
Il ritorno italiano al nucleare non riguarda semplicemente la possibilità di costruire una nuova centrale.
Riguarda la ricostruzione di una filiera industriale, la formazione di tecnici e operatori, la regolazione della sicurezza, la gestione dei rifiuti, la ricerca, la produzione di componenti, il rapporto con le università e la capacità di partecipare ai grandi programmi internazionali.
E riguarda anche la posizione dell’Italia nella nuova competizione europea sugli SMR.
Da questo punto di vista, la scelta parlamentare del settembre 2026 rappresenta l’apertura di una fase completamente diversa rispetto ai precedenti tentativi di ritorno al nucleare.
Non c’è ancora una centrale italiana da costruire.
C’è però una legge che chiede al Governo di creare le condizioni normative perché quella possibilità torni concretamente sul tavolo.
Il calendario dirà se la svolta diventerà industria
Il passaggio decisivo sarà ora l’attuazione.
Il Governo dovrà trasformare la delega in norme, definire il programma nazionale, stabilire procedure e responsabilità, affrontare il tema dei siti e della sicurezza e creare le condizioni economiche per attrarre investimenti.
Nel frattempo, l’Europa sta cercando di accelerare lo sviluppo degli SMR e l’industria italiana sta cercando di posizionarsi nella nuova filiera.
Il nucleare italiano, dunque, è tornato.
Ma è tornato innanzitutto come progetto industriale, legislativo e geopolitico.
La domanda non è più soltanto se l’Italia voglia tornare all’atomo. Dopo il voto del Senato, quella scelta di indirizzo è stata formalizzata.
La domanda successiva è molto più concreta: se e quando l’Italia riuscirà a trasformare la nuova legge in reattori, investimenti, competenze industriali e produzione di energia.
Ed è su questo terreno, molto più che sulle dichiarazioni politiche, che si misurerà la reale portata della svolta italiana.
