(AGENPARL) - Roma, 25 Settembre 2026 - Per cinquant’anni la sicurezza energetica è stata costruita attorno a una domanda: da dove arriverà il prossimo barile di petrolio?
Dopo la crisi dello Stretto di Hormuz, la domanda sta cambiando.
Sempre più governi cominciano a chiedersi quanti di quei barili sia possibile non consumare affatto.
Ed è qui che l’elettrificazione assume un significato completamente diverso.
Non è più soltanto uno degli strumenti della decarbonizzazione. Sta diventando una strategia geopolitica per ridurre l’esposizione delle economie agli shock petroliferi, alle rotte marittime vulnerabili e alla volatilità internazionale dei combustibili.
Una nuova analisi dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, preparata su richiesta della Turchia e dell’Australia nell’ambito dei lavori verso la COP31, quantifica per la prima volta con particolare chiarezza la dimensione di questa trasformazione.
Il risultato è notevole.
Con tecnologie già disponibili, l’elettricità potrebbe arrivare a soddisfare in modo economicamente competitivo il 33% dei consumi finali mondiali, contro circa il 23% attuale.
L’obiettivo globale del 35% entro il 2035, attualmente al centro delle discussioni internazionali, non appare quindi più come un salto tecnologico nel futuro.
La tecnologia, in larga misura, esiste già.
Il problema è costruire abbastanza reti, generazione, accumuli e infrastrutture per utilizzarla.
Hormuz ha cambiato l’equazione
La crisi dello Stretto di Hormuz rappresenta il secondo grande shock energetico mondiale in appena cinque anni.
Prima la crisi del gas europeo seguita all’invasione russa dell’Ucraina.
Poi la nuova crisi mediorientale.
Due eventi differenti che hanno però ricordato ai governi la stessa realtà: un’economia dipendente dai combustibili importati rimane inevitabilmente esposta alla geopolitica dei luoghi nei quali quei combustibili vengono prodotti e delle rotte attraverso cui vengono trasportati.
Petrolio e gas devono essere estratti.
Devono essere caricati.
Devono attraversare oleodotti, gasdotti, stretti e oceani.
Devono arrivare nei porti.
E infine devono essere raffinati o distribuiti.
Ogni passaggio costituisce un potenziale punto di vulnerabilità.
L’elettrificazione modifica questa architettura.
Un’auto elettrica alimentata da elettricità prodotta internamente non necessita di benzina importata.
Una pompa di calore riduce il fabbisogno di gas per il riscaldamento.
Un processo industriale elettrificato può sostituire combustibili fossili precedentemente importati.
Il risultato è che una crisi petrolifera può diventare anche un acceleratore dell’elettrificazione.
La nuova sicurezza energetica non significa soltanto trovare altri fornitori
Storicamente la risposta agli shock petroliferi è stata la diversificazione.
Se un produttore diventava inaffidabile, bisognava trovare un altro produttore.
Se una rotta diventava pericolosa, bisognava trovare una rotta alternativa.
Se le forniture diminuivano, bisognava aumentare le riserve strategiche.
Tutte queste misure rimangono importanti.
Ma l’elettrificazione aggiunge una quarta possibilità: eliminare una parte della domanda di combustibile.
È un cambiamento fondamentale.
Non si tratta di sostituire un barile saudita con un barile americano, brasiliano o norvegese.
Si tratta di sostituire quel barile con elettroni.
Il numero che cambia la prospettiva: 18 milioni di barili al giorno
L’AIE ha cercato di quantificare cosa significherebbe una forte accelerazione dell’elettrificazione.
Il risultato è impressionante.
Nello scenario di elettrificazione più rapida, nel 2035 il mondo potrebbe consumare 18 milioni di barili di petrolio al giorno in meno rispetto a quanto accadrebbe altrimenti.
Il principale responsabile sarebbe il trasporto.
Oggi automobili, camion e altri mezzi rappresentano uno dei grandi pilastri della domanda petrolifera mondiale.
Ogni veicolo elettrico sposta una parte di quella domanda dal sistema petrolifero al sistema elettrico.
Moltiplicato per centinaia di milioni di veicoli, il cambiamento diventa geopolitico.
Diciotto milioni di barili al giorno non rappresentano semplicemente una riduzione delle emissioni.
Rappresentano milioni di barili che non devono essere estratti, trasportati attraverso stretti strategici, raffinati e importati.
Oltre 400 miliardi di dollari di importazioni in meno
Esiste poi un secondo numero.
Secondo l’AIE, se i Paesi importatori accelerassero considerevolmente l’elettrificazione, la loro spesa per le importazioni energetiche potrebbe diminuire di oltre 400 miliardi di dollari entro il 2035 rispetto ai livelli del 2025.
È un trasferimento economico enorme.
Ogni anno le economie importatrici inviano centinaia di miliardi di dollari ai Paesi produttori di combustibili fossili.
L’elettrificazione può trattenere una parte crescente di quel valore all’interno delle economie nazionali, soprattutto quando l’elettricità viene prodotta attraverso risorse domestiche.
Solare.
Eolico.
Idroelettrico.
Nucleare.
Geotermia.
E altre fonti disponibili localmente.
In questo senso, elettrificare significa anche modificare la bilancia commerciale energetica di un Paese.
Il paradosso di Hormuz: più costa il petrolio, più conviene elettrificare
L’analisi dell’AIE contiene un’altra conclusione particolarmente interessante.
La stima secondo cui l’elettricità potrebbe raggiungere economicamente il 33% dei consumi finali è stata calcolata utilizzando prezzi energetici precedenti all’attuale shock dell’offerta.
Con i prezzi più elevati determinati dalla crisi di Hormuz, una quota ancora maggiore dei consumi diventerebbe economicamente conveniente da elettrificare.
È uno dei grandi paradossi delle crisi petrolifere.
Nel breve periodo danneggiano le economie importatrici.
Nel lungo periodo aumentano l’incentivo economico ad abbandonare il petrolio.
Lo shock che rende il carburante più costoso rende contemporaneamente più competitive le tecnologie che possono sostituirlo.
L’era dell’elettricità è già cominciata
La trasformazione, del resto, è già in corso.
Dal 2019 la domanda mondiale di elettricità è cresciuta a un ritmo più che doppio rispetto alla domanda complessiva di energia.
Auto elettriche, pompe di calore, condizionamento, industria elettrificata, data center e intelligenza artificiale stanno spostando progressivamente il centro di gravità del sistema energetico mondiale verso l’elettricità.
Non significa che petrolio e gas scompariranno rapidamente.
Significa però che una quota crescente dell’attività economica dipenderà dalla rete elettrica.
Ed è una trasformazione che porta con sé un nuovo problema.
Se tutto diventa elettrico, la rete diventa strategica quanto un oleodotto
Più un’economia si elettrifica, maggiore diventa l’importanza della sicurezza del sistema elettrico.
È il rovescio della medaglia.
Ridurre la dipendenza dal petrolio significa aumentare quella dall’elettricità.
Un blackout in un’economia fortemente elettrificata può diventare ancora più costoso di quanto lo sia oggi.
Trasporti, riscaldamento, industria, telecomunicazioni, data center e servizi digitali dipenderebbero sempre più dalla stessa infrastruttura.
La rete elettrica diventa quindi una delle infrastrutture strategiche fondamentali del XXI secolo.
Il vero collo di bottiglia potrebbe essere la rete
Il problema è che gli investimenti nelle reti non stanno avanzando alla stessa velocità della nuova domanda elettrica.
Secondo l’AIE, oltre 2.500 GW di progetti — comprendenti nuova generazione, accumuli e grandi consumatori come i data center — sono attualmente bloccati nelle code di connessione alle reti elettriche mondiali.
Per soddisfare la crescita prevista della domanda fino al 2030, gli investimenti annuali nelle reti dovrebbero aumentare di circa il 50% rispetto agli attuali 400 miliardi di dollari l’anno.
Questo potrebbe diventare il grande paradosso dell’elettrificazione.
Il mondo possiede tecnologie capaci di sostituire una parte crescente dei combustibili fossili.
Ma potrebbe non possedere abbastanza infrastruttura elettrica per collegarle.
Non basta produrre più elettricità
Il dibattito viene spesso ridotto alla quantità di nuova capacità da costruire.
Ma un sistema fortemente elettrificato richiede molto di più.
Servono reti di trasmissione.
Servono reti di distribuzione.
Servono trasformatori.
Servono sistemi di accumulo.
Serve flessibilità della domanda.
Servono interconnessioni.
Servono sistemi digitali capaci di coordinare milioni di produttori, batterie, automobili e consumatori.
E serve capacità di generazione programmabile per garantire l’equilibrio del sistema quando la produzione variabile non è sufficiente.
L’elettrificazione non consiste quindi semplicemente nel sostituire una caldaia a gas con una pompa di calore o un’automobile a benzina con una elettrica.
Significa ricostruire una parte significativa dell’infrastruttura energetica.
Rinnovabili e nucleare diventano anche strumenti geopolitici
La crisi di Hormuz modifica anche il modo in cui possono essere valutate le fonti di generazione.
Solare, eolico, idroelettrico e nucleare vengono normalmente confrontati attraverso parametri come costo, emissioni e affidabilità.
Ma in un mondo caratterizzato da shock geopolitici assume maggiore importanza un altro elemento: la quantità di energia che può essere prodotta internamente senza dipendere quotidianamente da grandi flussi di combustibili importati.
Un parco solare non deve ricevere ogni mattina una petroliera.
Una turbina eolica non necessita di un gasdotto.
Una centrale nucleare richiede combustibile, ma quantità relativamente piccole possono garantire lunghi periodi di funzionamento.
L’AIE sottolinea infatti che una rapida espansione della generazione elettrica domestica a basse emissioni amplificherebbe sia i benefici climatici sia quelli relativi alla sicurezza energetica.
L’elettrificazione dell’industria sarà la parte più difficile
Le automobili rappresentano il caso più visibile.
Ma la trasformazione industriale potrebbe essere ancora più importante.
Molti processi a bassa e media temperatura possono già essere elettrificati attraverso tecnologie commercialmente disponibili.
L’AIE stima che quasi il 40% del calore industriale a bassa e media temperatura oggi prodotto con combustibili fossili presenti un potenziale competitivo di elettrificazione.
Forni elettrici, pompe di calore industriali, resistenze, induzione e altre tecnologie possono sostituire progressivamente gas e petrolio in numerose applicazioni.
Per le industrie ad altissima temperatura, invece, il percorso è più complesso e richiederà combinazioni differenti di elettricità, idrogeno, combustibili e nuove tecnologie.
Nei Paesi emergenti l’elettrificazione avrà un volto diverso
Non esiste però un unico modello valido per tutto il mondo.
In Europa elettrificazione può significare pompe di calore, automobili elettriche e industria.
In economie emergenti può significare qualcosa di completamente diverso.
Pompe elettriche per l’irrigazione al posto dei generatori diesel.
Scooter e mototaxi elettrici nelle grandi città.
Macchinari elettrici per piccole imprese alimentari o tessili.
Cottura elettrica.
Microreti.
L’AIE sottolinea proprio questa differenza: il potenziale è globale, ma le priorità cambiano radicalmente da Paese a Paese.
Anche l’elettricità crea nuove dipendenze
Sarebbe però un errore pensare che l’elettrificazione elimini il rischio geopolitico.
Lo trasforma.
Una società meno dipendente dal petrolio può diventare più dipendente da rame, litio, grafite, terre rare, trasformatori, semiconduttori e batterie.
Molte di queste filiere sono geograficamente concentrate.
La sicurezza energetica del futuro non dipenderà quindi soltanto da Hormuz.
Dipenderà anche dalle miniere, dalle raffinerie di minerali critici, dalle fabbriche di batterie, dalle reti digitali e dalle catene produttive dell’elettronica di potenza.
La geopolitica dell’energia non scompare.
Cambia materia prima.
E arriva il rischio informatico
Un sistema elettrico più digitale e distribuito crea inoltre una superficie di attacco molto più ampia.
Milioni di colonnine di ricarica.
Batterie.
Impianti fotovoltaici.
Contatori intelligenti.
Data center.
Sistemi di gestione della domanda.
Reti digitalizzate.
Tutti questi dispositivi devono comunicare.
E ogni collegamento digitale rappresenta anche un potenziale rischio informatico.
La cybersecurity diventa quindi parte integrante della sicurezza energetica.
L’elettrificazione può tagliare le emissioni anche prima di avere una rete completamente pulita
Un altro risultato importante dell’analisi riguarda le emissioni.
Trasporti, edifici e industria rappresentano insieme oltre la metà delle emissioni mondiali di CO₂ legate all’energia.
Nello scenario di elettrificazione accelerata analizzato dall’AIE, le emissioni di questi tre settori diminuirebbero del 40% entro il 2035.
La ragione è anche fisica.
Molte tecnologie elettriche utilizzano l’energia in maniera molto più efficiente delle alternative basate sulla combustione.
Un motore elettrico converte una quota molto maggiore dell’energia in movimento rispetto a un motore a combustione.
Una pompa di calore può trasferire diverse unità di calore utilizzando una sola unità di elettricità.
L’elettrificazione può quindi ridurre il consumo energetico complessivo oltre a spostarne la fonte.
Il 35% non è più soprattutto un problema tecnologico
Ed è forse questa la conclusione più importante del rapporto.
I Paesi stanno discutendo un obiettivo globale secondo cui l’elettricità dovrebbe arrivare a coprire il 35% dei consumi finali entro il 2035. Il tema è stato al centro del dialogo di alto livello IEA-COP31 tenutosi a New York il 22 settembre.
L’AIE calcola che, sfruttando pienamente soltanto il potenziale economicamente competitivo delle tecnologie disponibili oggi, il mondo potrebbe già arrivare al 33%.
La distanza tecnologica dal 35%, quindi, è relativamente piccola.
La distanza infrastrutturale è molto più grande.
La corsa non è più soltanto per il petrolio. È per l’elettricità
Per oltre un secolo la potenza economica è stata strettamente collegata alla capacità di assicurarsi combustibili.
Pozzi petroliferi.
Giacimenti di gas.
Raffinerie.
Oleodotti.
Rotte marittime.
Riserve strategiche.
Tutto questo continuerà a contare.
Ma l’economia che sta emergendo aggiunge un’altra infrastruttura strategica: un sistema elettrico capace di produrre enormi quantità di energia, trasportarle, immagazzinarle e distribuirle in modo affidabile.
Lo shock di Hormuz potrebbe quindi essere ricordato non soltanto per quanto ha fatto aumentare il prezzo del petrolio.
Potrebbe essere ricordato anche per avere accelerato una domanda molto più radicale:
quanto petrolio sarebbe ancora necessario importare se automobili, riscaldamento, industria e una parte crescente dell’economia funzionassero direttamente con elettricità prodotta in patria?
Per i Paesi importatori, la risposta dell’AIE comincia ad assumere dimensioni strategiche: fino a 18 milioni di barili al giorno di domanda petrolifera evitata e oltre 400 miliardi di dollari di importazioni energetiche in meno nello scenario di elettrificazione accelerata al 2035.
Dopo Hormuz, quindi, elettrificare non significa soltanto decarbonizzare.
Significa trasformare la sicurezza energetica da una corsa per assicurarsi il prossimo barile a una corsa per costruire la prossima rete elettrica.
