(AGENPARL) - Roma, 15 Settembre 2026 - La Libia sembra avviarsi verso una nuova fase politica, mentre si intensificano gli sforzi per individuare un nuovo Primo Ministro in grado di guidare il Paese verso l’unificazione istituzionale e, in ultima analisi, verso le elezioni nazionali.
Questo sviluppo segue l’adozione della cosiddetta roadmap 4+4, che prevede modifiche al quadro elettorale e la formazione di un governo unificato rappresentativo dell’intera Libia. Al nuovo esecutivo verrebbe affidato il compito di ricondurre le istituzioni statali, oggi divise, sotto un’unica autorità esecutiva, affrontare le urgenti crisi economiche e dei servizi, ripristinare il normale funzionamento dell’amministrazione e predisporre le condizioni politiche e istituzionali necessarie allo svolgimento delle elezioni entro un periodo proposto di 24 mesi.
Al centro della corsa emergente alla guida del governo figurano diversi candidati ufficialmente riconosciuti, che in precedenza hanno soddisfatto i requisiti richiesti e presentato i propri programmi. Tra i nomi che stanno attirando crescente attenzione vi è Mohamed Elmezughi, ingegnere libico ed ex candidato alla presidenza, che negli ultimi anni ha sostenuto la necessità di una soluzione alla lunga crisi politica del Paese guidata dagli stessi libici.
Elmezughi presenta la propria candidatura non semplicemente come una corsa a una carica politica, ma come parte di una proposta più ampia volta alla costituzione di un’autorità esecutiva unificata, capace di porre fine all’attuale divisione istituzionale e creare le condizioni necessarie per elezioni parlamentari e presidenziali credibili.
I suoi sostenitori ritengono che diversi fattori possano rafforzarne le prospettive, tra cui un’ampia base sociale, un crescente consenso nell’opinione pubblica, i rapporti con attori politici e sociali nelle diverse aree della Libia e una piattaforma politica incentrata sulle istituzioni dello Stato piuttosto che sulla redistribuzione del potere tra le attuali fazioni politiche.
La questione immediata, tuttavia, è stabilire se il panorama politico libico si stia realmente muovendo verso le elezioni oppure se il Paese rischi di entrare in un’altra lunga fase di transizione.
Da oltre un decennio la Libia attraversa una successione di accordi, assetti politici e strutture transitorie che non sono riusciti a produrre una duratura unità istituzionale né elezioni nazionali. Il rinvio delle elezioni previste per dicembre 2021 rimane un riferimento particolarmente importante nel dibattito. Per molti libici, quindi, la questione centrale non è semplicemente se possa essere annunciato un nuovo calendario elettorale, ma se gli attori politici che controllano le istituzioni esistenti abbiano realmente la volontà di consentire una vera transizione.
Questa incertezza ha portato alcuni candidati a sostenere che affidarsi esclusivamente all’attesa delle elezioni potrebbe lasciare ancora una volta la Libia intrappolata nella transizione.
Da questa prospettiva, assumere la guida di un governo realmente unificato potrebbe rappresentare una strada più immediata verso l’incisività politica e la riforma istituzionale. Un esecutivo efficace potrebbe unificare le istituzioni statali, migliorare i servizi pubblici, rafforzare le relazioni tra le diverse regioni e componenti politiche della Libia e creare un contesto più stabile nel quale le future elezioni possano effettivamente svolgersi.
Per Elmezughi, pertanto, la carica di Primo Ministro e quella di Presidente non rappresenterebbero necessariamente due obiettivi politici in competizione. La priorità immediata, secondo questa impostazione, consiste nella creazione di un governo nazionale funzionante, preservando al tempo stesso il diritto dei libici di scegliere attraverso le urne la futura leadership del Paese.
Il processo di selezione rimane tuttavia politicamente complesso. Gli equilibri interni della Libia fanno sì che la scelta del Primo Ministro non possa essere considerata indipendentemente dai principali attori nazionali, tra cui la Camera dei Rappresentanti, il suo presidente Aguila Saleh, i vertici dell’apparato militare dell’Est, l’Alto Consiglio di Stato e le influenti forze politiche e sociali della Libia occidentale.
Allo stesso tempo, l’evoluzione politica libica continua a essere seguita attentamente dalle potenze internazionali che dispongono di interessi e influenza significativi nel Paese, tra cui Stati Uniti, Egitto, Turchia, Regno Unito, Francia, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Russia.
La sfida per la comunità internazionale, quindi, non consiste semplicemente nel sostenere un’altra formula politica, ma nel contribuire a creare le condizioni affinché un esecutivo libico unificato possa operare con sufficiente legittimità e indipendenza da condurre il Paese verso le elezioni.
Elmezughi ha svolto consultazioni con diversi attori politici e sociali libici e ha inoltre mantenuto contatti con interlocutori internazionali coinvolti nel dossier libico, nell’ambito di un più ampio sforzo volto a illustrare la propria visione e valutare le prospettive di una nuova fase politica.
La questione più ampia che si pone oggi alla Libia è se il processo in corso possa finalmente interrompere il ciclo dei governi transitori che, anziché concludere la crisi politica del Paese, hanno ripetutamente contribuito a prolungarla.
Un nuovo governo, qualora venisse formato, sarà pertanto giudicato meno in base all’identità del suo Primo Ministro che alla capacità di raggiungere tre obiettivi fondamentali: unificare le istituzioni dello Stato, ripristinare la fiducia dei cittadini e creare le condizioni per elezioni nazionali credibili.
Per la Libia, i prossimi mesi potrebbero determinare se il Paese stia entrando nella fase conclusiva della sua lunga transizione o se, al contrario, si stia preparando ad aprirne un nuovo capitolo.
La scelta di un nuovo Primo Ministro potrebbe quindi rappresentare molto più di un semplice cambio di governo. Potrebbe diventare il banco di prova per comprendere se la classe politica libica e i suoi partner internazionali siano finalmente pronti a passare dalla gestione della crisi alla sua soluzione.

Libya moves toward a new unified government as the race for Prime Minister takes shape
Libya appears to be entering a new political phase as efforts intensify to identify a new Prime Minister capable of leading the country toward institutional unification and, ultimately, national elections.
This development follows the adoption of the so-called 4+4 roadmap, which calls for amendments to the electoral framework and the formation of a unified government representing all of Libya. The new executive would be tasked with bringing the country’s divided state institutions under a single authority, addressing urgent economic and public-service crises, restoring the normal functioning of government, and creating the political and institutional conditions necessary for elections within a proposed 24-month period.
At the center of the emerging race to lead the government are several officially recognized candidates who have previously met the required criteria and presented their programs. Among the names attracting growing attention is Mohamed Elmezughi, a Libyan engineer and former presidential candidate who has advocated in recent years for a Libyan-led solution to the country’s prolonged political crisis.
Elmezughi is presenting his candidacy not simply as a bid for political office, but as part of a broader proposal to establish a unified executive authority capable of ending the current institutional division and creating the conditions necessary for credible parliamentary and presidential elections.
His supporters believe that several factors could strengthen his prospects, including a broad social base, growing public acceptance, relationships with political and social actors across different parts of Libya, and a political platform focused on strengthening state institutions rather than redistributing power among the existing political factions.
The immediate question, however, is whether Libya’s political landscape is genuinely moving toward elections or whether the country risks entering another prolonged transitional phase.
For more than a decade, Libya has experienced a succession of agreements, political arrangements, and transitional structures that have failed to produce lasting institutional unity or national elections. The postponement of the elections scheduled for December 2021 remains a particularly important reference point in the debate. For many Libyans, therefore, the central issue is not simply whether another electoral timetable can be announced, but whether the political actors controlling the existing institutions genuinely have the will to allow a real transition to take place.
This uncertainty has led some candidates to argue that relying exclusively on waiting for elections could once again leave Libya trapped in transition.
From this perspective, assuming leadership of a genuinely unified government could provide a more immediate path toward political effectiveness and institutional reform. An effective executive could unify state institutions, improve public services, strengthen relations among Libya’s different regions and political constituencies, and create a more stable environment in which future elections could actually be held.
For Elmezughi, therefore, the positions of Prime Minister and President would not necessarily represent competing political objectives. Under this approach, the immediate priority is to establish a functioning national government while preserving the right of Libyans to choose the country’s future leadership through the ballot box.
The selection process, however, remains politically complex. Libya’s internal balance of power means that the choice of Prime Minister cannot be considered independently of the country’s main domestic actors, including the House of Representatives, its Speaker Aguila Saleh, the leadership of the eastern military establishment, the High Council of State, and influential political and social forces in western Libya.
At the same time, Libya’s political trajectory continues to be closely watched by international powers with significant interests and influence in the country, including the United States, Egypt, Türkiye, the United Kingdom, France, the United Arab Emirates, Qatar, and Russia.
The challenge for the international community, therefore, is not simply to support another political formula, but to help create the conditions under which a unified Libyan executive can operate with sufficient legitimacy and independence to lead the country toward elections.
Elmezughi has held consultations with various Libyan political and social actors and has also maintained contacts with international stakeholders involved in the Libyan file, as part of a broader effort to present his vision and assess the prospects for a new political phase.
The broader question facing Libya today is whether the current process can finally break the cycle of transitional governments that, rather than ending the country’s political crisis, have repeatedly contributed to prolonging it.
A new government, if formed, will therefore be judged less by the identity of its Prime Minister than by its ability to achieve three fundamental objectives: unifying state institutions, restoring public confidence, and creating the conditions for credible national elections.
For Libya, the coming months could determine whether the country is entering the final stage of its prolonged transition or, instead, preparing to open another chapter of it.
The selection of a new Prime Minister could therefore represent far more than a simple change of government. It could become a test of whether Libya’s political class and its international partners are finally prepared to move from managing the crisis to resolving it.
