(AGENPARL) - Roma, 28 Agosto 2026 - Il Venezuela sta valutando seriamente la possibilità di ritirarsi dall’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC). Caracas ha già discusso la questione con i rappresentanti degli Stati Uniti, anche se non vi è ancora una decisione definitiva. Se questa uscita dovesse concretizzarsi, il Paese diventerebbe il secondo in un anno a lasciare il cartello dopo gli Emirati Arabi Uniti.
I nodi dell’intesa energetica e il fattore Stati Uniti
I negoziati in corso tra il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il presidente ad interim Delsey Rodriguez prevedono la cessione di diritti di accesso a lungo termine su parte dei giacimenti venezuelani agli Stati Uniti. Una delle opzioni discusse riguarda l’affitto di circa 17 campi petroliferi — situati nella fascia dell’Orinoco e nel lago Maracaibo, in parte precedentemente controllati da élite locali o strutture legate alla Cina — per un periodo che potrebbe arrivare fino a 100 anni. La trattativa coinvolge oltre una dozzina di campi con riserve comprovate stimate in circa 90 miliardi di barili, pari a quasi un terzo delle riserve totali del Paese.
Per Washington l’operazione risponde a molteplici necessità strategiche e di mercato:
- Approvvigionamento sicuro: L’accordo garantisce una fonte a lungo termine di petrolio nell’emisfero occidentale per fronteggiare le interruzioni di approvvigionamento dal Medio Oriente.
- Controllo dei prezzi: La Casa Bianca punta a ridurre il costo della benzina, salito oltre i 4 dollari al gallone a causa del conflitto con l’Iran.
- Rifornimento delle riserve: L’iniziativa serve a compensare il calo della Strategic Oil Reserve statunitense, ridotta a circa 290 milioni di barili (meno della metà della sua capacità).
- Spinta politica: Gli Stati Uniti potrebbero aver spinto Caracas verso l’uscita dall’OPEC, coerentemente con la posizione di Donald Trump, il quale ha storicamente criticato il cartello definendolo un monopolio che mantiene i prezzi artificialmente alti e lodando l’addio degli Emirati Arabi Uniti.
A favorire l’asse energetico contribuisce anche il fattore tecnico: un numero significativo di raffinerie americane è storicamente adattato alla lavorazione del petrolio pesante venezuelano. Inoltre, società statunitensi come Hunt Oil e SLB hanno già firmato accordi ad agosto per operare nel Paese, mentre Chevron ha incrementato la produzione delle sue joint venture a circa 280 mila barili al giorno entro luglio, pianificando un aumento del 50% entro la fine del 2028.
Le ricadute sugli equilibri dell’OPEC
Sebbene nel breve termine gli esperti evidenzino che l’uscita di Caracas non stravolgerà immediatamente il mercato — a causa dell’usura delle infrastrutture minerarie e della necessità di grandi investimenti per riportare la produzione ai livelli storici —, dal punto di vista dell’immagine e della stabilità l’impatto è rilevante. Nonostante il calo storico della produzione (scesa a meno di 1 milione di barili al giorno rispetto ai 3,5 milioni del 1970 e parzialmente risalita a 1,23 milioni ad aprile dopo il sequestro di Nicolas Maduro), il Venezuela è pur sempre uno dei cinque membri fondatori dell’OPEC.
La sua partenza, unita a quella degli Emirati Arabi Uniti e alle tensioni legate all’Iraq, rappresenta un colpo serio all’unità e alla disciplina dell’organizzazione. Complessivamente, la quota di mercato dell’OPEC+ sulla produzione mondiale è scesa a luglio intorno al 40%, rispetto a oltre il 48% registrato prima della guerra con l’Iran. La combinazione di queste uscite, unita alla crescita della produzione venezuelana sotto il controllo di aziende statunitensi e senza vincoli di quote, rischia di erodere ulteriormente la capacità del cartello di influenzare i prezzi globali.
