(AGENPARL) - Roma, 16 Agosto 2026 - Il futuro energetico britannico torna al centro dello scontro politico. Con l’arrivo di Andy Burnham a Downing Street, il dibattito sulle risorse di petrolio e gas del Mare del Nord è entrato in una nuova fase: da una parte la necessità di accelerare la transizione energetica, dall’altra le pressioni affinché Londra continui a sfruttare le proprie risorse fossili per limitare la dipendenza dalle importazioni.
Il nuovo primo ministro laburista ha già lasciato intendere di voler adottare un approccio “pragmatico” nei confronti del petrolio e del gas. Una posizione che ha immediatamente riacceso le aspettative dell’industria e, contemporaneamente, le preoccupazioni dell’ala ambientalista del Labour.
Al centro della battaglia ci sono soprattutto due progetti: Jackdaw, grande giacimento di gas, e Rosebank, progetto petrolifero nelle acque a nord-ovest delle Shetland.
Jackdaw e Rosebank, i due dossier esplosivi
Entrambi i progetti sono diventati simboli dello scontro sulla politica energetica britannica.
Le precedenti autorizzazioni erano state concesse dal governo conservatore, ma una decisione giudiziaria le ha successivamente dichiarate illegittime, contestando il modo in cui erano state considerate le emissioni derivanti dall’utilizzo finale del petrolio e del gas estratti.
La questione, quindi, non riguarda semplicemente l’apertura di nuovi pozzi. Londra deve decidere fino a che punto la produzione già pianificata possa essere compatibile con gli impegni climatici e con la nuova strategia energetica nazionale.
Secondo le indiscrezioni circolate nel settore, Burnham potrebbe attendere la conclusione delle consultazioni pubbliche prima di prendere una decisione definitiva.
Un possibile compromesso potrebbe riguardare proprio Jackdaw. Il progetto del gas potrebbe risultare politicamente più semplice da sostenere rispetto a Rosebank, anche perché potrebbe collegarsi a infrastrutture già esistenti e diventare operativo più rapidamente.
Il “pragmatismo” energetico di Burnham
Prima ancora di assumere la guida del governo, Burnham aveva segnalato di non voler affrontare la questione attraverso una contrapposizione assoluta tra combustibili fossili e rinnovabili.
La parola utilizzata è stata “pragmatismo”.
Ed è proprio questa impostazione che potrebbe segnare una parziale discontinuità nella politica energetica laburista.
Il programma elettorale del Labour del 2024 prevedeva infatti di non concedere nuove licenze di esplorazione nel Mare del Nord, assicurando allo stesso tempo che quelle già esistenti non sarebbero state revocate.
Il problema è stabilire in quale categoria debbano rientrare progetti come Jackdaw e Rosebank dopo l’annullamento giudiziario delle precedenti autorizzazioni.
È una distinzione apparentemente tecnica che potrebbe avere conseguenze politiche ed economiche enormi.
Sicurezza energetica contro obiettivi climatici
I sostenitori dello sfruttamento del Mare del Nord sottolineano soprattutto un elemento: il Regno Unito continua ad avere bisogno di grandi quantità di petrolio e gas.
Una parte consistente del riscaldamento domestico e della produzione elettrica britannica dipende ancora dal gas naturale. Secondo questa impostazione, rinunciare alla produzione nazionale non eliminerebbe immediatamente il consumo di combustibili fossili, ma potrebbe semplicemente aumentare le importazioni.
L’argomento dell’industria è quindi semplice: se il Regno Unito continuerà comunque a consumare petrolio e gas durante la transizione, sarebbe preferibile produrne almeno una parte internamente.
Sul fronte opposto, ambientalisti e climatologi sostengono che continuare a investire in nuovi giacimenti rischierebbe di bloccare capitali e infrastrutture in attività destinate progressivamente a perdere importanza.
La questione è diventata ancora più delicata dopo un’estate caratterizzata da temperature elevate, siccità e incendi, che ha riportato il cambiamento climatico al centro del dibattito politico britannico.
Il rischio di una rivolta nel Labour
Una decisione favorevole alle trivellazioni potrebbe aprire un fronte interno particolarmente difficile per Burnham.
La deputata laburista Rachael Maskell ha chiesto al governo di mantenere il carbonio “nel sottosuolo”, sostenendo la necessità di accelerare la trasformazione del sistema energetico britannico.
La pressione arriva anche dall’esterno del Labour. I Verdi guidati da Zack Polanski hanno assunto una posizione nettamente contraria all’apertura di nuovi progetti petroliferi e del gas.
Per Burnham esiste quindi un evidente rischio politico: spostarsi verso una politica più favorevole alla produzione nazionale potrebbe conquistare consensi nelle regioni e nei settori industriali legati all’energia, ma contemporaneamente alienare una parte dell’elettorato progressista e ambientalista.
La nomina di Miatta Fahnbulleh alla guida del dicastero responsabile della sicurezza energetica e delle emissioni nette aggiunge un ulteriore elemento alla partita, considerata la sua esperienza sui temi della transizione climatica.
L’industria chiede di sfruttare le risorse britanniche
Dal settore petrolifero arriva invece un messaggio diametralmente opposto.
La tesi sostenuta dall’industria è che, finché il Paese continuerà a consumare combustibili fossili, dovrebbe privilegiare quelli prodotti nelle proprie acque.
La questione investe non soltanto la sicurezza energetica, ma anche investimenti, gettito fiscale, occupazione e futuro della filiera offshore britannica.
Il Mare del Nord dispone infatti di un vasto ecosistema industriale sviluppato durante decenni di produzione petrolifera. Una riduzione troppo rapida delle attività potrebbe comportare la perdita di competenze e capacità industriali difficili da ricostruire successivamente.
Ma anche questo argomento viene contestato.
Nuove trivellazioni abbasserebbero davvero le bollette?
Uno dei punti più controversi riguarda l’effetto della produzione del Mare del Nord sui prezzi pagati dai consumatori.
Secondo il UK Energy Research Centre, aumentare le trivellazioni non garantirebbe automaticamente bollette più basse o una maggiore protezione dagli shock internazionali.
Petrolio e gas britannici vengono infatti commercializzati all’interno di mercati più ampi, i cui prezzi dipendono dalle dinamiche internazionali.
Anche l’impatto occupazionale diretto dei singoli progetti potrebbe essere inferiore rispetto alla percezione pubblica. Per Jackdaw, ad esempio, le stime citate nel dibattito indicano un numero relativamente limitato di posti di lavoro diretti permanenti una volta completata la fase di costruzione.
A questo si aggiunge un problema strutturale: i giacimenti britannici sono maturi e gran parte delle riserve facilmente sfruttabili è già stata estratta.
Nuove autorizzazioni potrebbero pertanto rallentare il declino della produzione, ma difficilmente riporterebbero il Mare del Nord ai livelli produttivi dei decenni passati.
Jackdaw potrebbe diventare il compromesso
È proprio qui che emerge lo scenario politicamente più interessante.
Burnham potrebbe scegliere una strada intermedia: mantenere il divieto sulle nuove campagne esplorative su larga scala, continuare gli investimenti nelle rinnovabili e nelle reti elettriche, ma consentire alcuni progetti collegati a infrastrutture e licenze già esistenti.
Jackdaw potrebbe rappresentare il banco di prova di questa strategia.
Il gas continua infatti a essere considerato da una parte del mondo politico e industriale come una fonte necessaria durante la transizione, soprattutto per compensare l’intermittenza di eolico e solare e garantire la sicurezza del sistema nei periodi di elevata domanda.
Rosebank sarebbe invece politicamente più difficile da autorizzare, essendo principalmente un progetto petrolifero e trovandosi già al centro di una forte mobilitazione ambientalista.
Una decisione che definirà la politica energetica di Burnham
La controversia sul Mare del Nord va quindi molto oltre Jackdaw e Rosebank.
La decisione del nuovo governo chiarirà quale significato Burnham intenda attribuire alla parola “pragmatismo”: una prosecuzione limitata della produzione fossile mentre cresce rapidamente quella rinnovabile, oppure una revisione più profonda delle restrizioni introdotte negli ultimi anni.
Londra deve conciliare quattro obiettivi difficili da perseguire contemporaneamente: ridurre le emissioni, mantenere affidabile il sistema energetico, contenere i costi per famiglie e imprese e preservare una base industriale nazionale.
Qualunque scelta comporterà dei costi politici.
Autorizzare Jackdaw o Rosebank potrebbe provocare una rivolta nell’ala ambientalista del Labour e rafforzare i Verdi. Bloccarli entrambi potrebbe invece alimentare le accuse secondo cui Londra starebbe rinunciando alle proprie risorse energetiche mentre continua a importare combustibili fossili dall’estero.
Per il nuovo primo ministro, la battaglia del Mare del Nord rischia così di trasformarsi nel primo grande test della sua strategia energetica e climatica.
