(AGENPARL) - Roma, 6 Luglio 2026 - uomini dediti a sedare e violentare le proprie compagne, ci pone di fronte
a una realtà ineludibile. Non stiamo parlando di un "raptus" o di semplice
cronaca nera, ma di un fenomeno organizzato. I parallelismi con il caso
Pelicot in Francia sono evidenti e ci impongono un'analisi politica, prima
ancora che penale.
Il primo errore da evitare è cedere alla narrazione mediatica del "mostro"
o della devianza psichiatrica. Parlare di follia serve solo ad
auto-assolvere la società. Una rete che utilizza chat crittografate,
calcola i dosaggi farmacologici per azzerare la volontà altrui e pianifica
gli abusi in modo seriale non ha nulla di irrazionale. È l'esercizio lucido
e spietato di un potere.
Il cuore del problema è materiale: la concezione del corpo femminile come
proprietà. L'uso dei sedativi serve esattamente a questo: annullare la
coscienza della donna per ridurla a un oggetto inerte, a totale
disposizione. E non è un caso che questo avvenga proprio all'interno della
famiglia, il luogo che la retorica dominante descrive come rifugio sicuro,
ma che storicamente si trasforma nel perimetro chiuso dove il dominio
patriarcale si esercita senza ostacoli.
Questa visione proprietaria dei corpi non è un'anomalia. Patriarcato e
capitalismo si sostengono a vicenda. In una società strutturata
sull'estrazione di valore, sullo sfruttamento e sull'uso dell'altro come
strumento, la logica predatoria si estende anche alle relazioni affettive.
L'individuo smette di essere un soggetto e diventa un possedimento.
L'elemento che svela definitivamente la natura di questa violenza è la
"rete". Perché questi uomini sentono l'esigenza di filmare, scambiarsi
"consigli" e fare gruppo? Qui emerge l'alleanza patriarcale: il corpo della
donna violata diventa una valuta di scambio per affermare il proprio status
all'interno del gruppo maschile. I carnefici si validano a vicenda,
normalizzando il crimine. È la stessa matrice organizzativa che troviamo
alla base della condivisione non consensuale di materiale intimo: la
violenza come strumento per cementare un cameratismo tossico.
Davanti a queste atrocità, l'apparato statale si limita a intervenire a
posteriori, rassicurando l'opinione pubblica con il solo strumento penale.
Ma la repressione non intacca la radice strutturale. È ipocrita invocare
giustizia quando le istituzioni tagliano i fondi ai presidi antiviolenza,
osteggiano l'educazione sessuale e affettiva nelle scuole pubbliche e
mantengono tassi di precarietà e disparità salariale che impediscono
l'indipendenza economica delle donne.
Per sradicare questa violenza serve un'alternativa radicale: distruggere la
cultura del possesso fin dall'infanzia, garantire l'indipendenza materiale
e rovesciare i rapporti di forza. Una lotta contro la violenza di genere
che non sia anche strutturale e anticapitalista è destinata a fallire.
*Dipartimento nazionale Questioni di Genere Giovani Comunisti/e*
L'operazione dell'Europol, che ha smantellato una rete internazionale di
uomini dediti a sedare e violentare le proprie compagne, ci pone di fronte
a una realtà ineludibile. Non stiamo parlando di un "raptus" o di semplice
cronaca nera, ma di un fenomeno organizzato. I parallelismi con il caso
Pelicot in Francia sono evidenti e ci impongono un'analisi politica, prima
ancora che penale.
Il primo errore da evitare è cedere alla narrazione mediatica del "mostro"
o della devianza psichiatrica. Parlare di follia serve solo ad
auto-assolvere la società. Una rete che utilizza chat crittografate,
calcola i dosaggi farmacologici per azzerare la volontà altrui e pianifica
gli abusi in modo seriale non ha nulla di irrazionale. È l'esercizio lucido
e spietato di un potere.
Il cuore del problema è materiale: la concezione del corpo femminile come
proprietà. L'uso dei sedativi serve esattamente a questo: annullare la
coscienza della donna per ridurla a un oggetto inerte, a totale
disposizione. E non è un caso che questo avvenga proprio all'interno della
famiglia, il luogo che la retorica dominante descrive come rifugio sicuro,
ma che storicamente si trasforma nel perimetro chiuso dove il dominio
patriarcale si esercita senza ostacoli.
Questa visione proprietaria dei corpi non è un'anomalia. Patriarcato e
capitalismo si sostengono a vicenda. In una società strutturata
sull'estrazione di valore, sullo sfruttamento e sull'uso dell'altro come
strumento, la logica predatoria si estende anche alle relazioni affettive.
L'individuo smette di essere un soggetto e diventa un possedimento.
L'elemento che svela definitivamente la natura di questa violenza è la
"rete". Perché questi uomini sentono l'esigenza di filmare, scambiarsi
"consigli" e fare gruppo? Qui emerge l'alleanza patriarcale: il corpo della
donna violata diventa una valuta di scambio per affermare il proprio status
all'interno del gruppo maschile. I carnefici si validano a vicenda,
normalizzando il crimine. È la stessa matrice organizzativa che troviamo
alla base della condivisione non consensuale di materiale intimo: la
violenza come strumento per cementare un cameratismo tossico.
Davanti a queste atrocità, l'apparato statale si limita a intervenire a
posteriori, rassicurando l'opinione pubblica con il solo strumento penale.
Ma la repressione non intacca la radice strutturale. È ipocrita invocare
giustizia quando le istituzioni tagliano i fondi ai presidi antiviolenza,
osteggiano l'educazione sessuale e affettiva nelle scuole pubbliche e
mantengono tassi di precarietà e disparità salariale che impediscono
l'indipendenza economica delle donne.
Per sradicare questa violenza serve un'alternativa radicale: distruggere la
cultura del possesso fin dall'infanzia, garantire l'indipendenza materiale
e rovesciare i rapporti di forza. Una lotta contro la violenza di genere
che non sia anche strutturale e anticapitalista è destinata a fallire.
*Dipartimento nazionale Questioni di Genere Giovani Comunisti/e*
