(AGENPARL) - Roma, 20 Giugno 2026 - TRIPOLI – Il dossier Libia torna ad occupare le prime pagine delle agende internazionali, ma con toni e prospettive profondamente mutati. Nel suo recente briefing al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’inviata speciale Hanna Tetteh ha tracciato una linea di demarcazione netta tra la fase della “progettazione” diplomatica e quella, ben più complessa, dell’attuazione pratica. Le parole della Tetteh non lasciano spazio a interpretazioni: la finestra di opportunità per una risoluzione pacifica e istituzionale si sta restringendo in modo critico.
Oltre la paralisi: il peso del Dialogo Strutturato
Per anni, la Libia è stata definita dal blocco istituzionale nato dalle ceneri del 2011. Oggi, però, il tentativo dell’UNSMIL di forzare una sintesi attraverso il “Dialogo Strutturato” — che ha coinvolto circa 120 esponenti della società civile libica — ha prodotto una mole impressionante di lavoro tecnico: quasi 600 raccomandazioni che toccano ogni pilastro dello Stato, dalla riforma economica alla sicurezza nazionale.
Il punto non è più “cosa fare”, ma il “come farlo”. L’inviata ONU ha messo in guardia contro il rischio di trasformare questo enorme sforzo di concertazione in un mero esercizio accademico. La sfida, in questa fase, è politica: tradurre le raccomandazioni in una legislazione elettorale condivisa e in una reale unificazione degli apparati di sicurezza.
Il virus della disinformazione come arma destabilizzante
Un aspetto che emerge con forza dall’analisi dell’ONU, e che merita un approfondimento, è il ruolo della guerra ibrida. La Tetteh ha puntato il dito contro le campagne di disinformazione che, orchestrate per alimentare il timore di un reinsediamento forzato di migranti sul territorio libico, hanno direttamente innescato violenze locali a Zawiya e proteste fuori dagli uffici UNHCR e UNSMIL a Tripoli.
Questi episodi confermano come il terreno libico sia diventato un palcoscenico dove la stabilità interna viene costantemente minata da narrazioni esterne strumentali. La disinformazione non è un fenomeno collaterale, ma un attore principale nel conflitto, capace di trasformare una protesta in una crisi diplomatica internazionale in poche ore.
Sovranità e prospettive internazionali
Il dibattito all’interno del Consiglio di Sicurezza ha poi cristallizzato le diverse posizioni internazionali. Mentre la diplomazia europea — con la Francia in testa — spinge per un’accelerazione decisa verso la stabilità, il rappresentante libico ha opposto una resistenza ferma sulla questione della sovranità. La posizione di Tripoli è chiara: il Paese non accetterà alcun ruolo di “hub” per i flussi migratori.
Questa divergenza segnala che, nonostante il processo di pace abbia ripreso un certo slancio, gli interessi divergenti tra gli attori locali e le potenze internazionali rimangono un ostacolo insormontabile. La minaccia della Tetteh di ricorrere a “percorsi alternativi” se la road map non produrrà risultati tangibili suona come un ultimatum: la pazienza della comunità internazionale è agli sgoccioli e la responsabilità, adesso, è interamente sulle spalle delle élite libiche
Crediti: Fonte: U.S. Embassy Ghana / Wikimedia Commons
