(AGENPARL) - Roma, 2 Giugno 2026 - Il sistema dei crediti di carbonio non è un mercato lasciato a sé stesso, ma un’architettura multilivello che nasce dalle decisioni delle Nazioni Unite, viene tradotta in norme vincolanti dall’Unione Europea e trova poi applicazione concreta nei singoli Stati membri, Italia compresa. Per comprenderne davvero il funzionamento, è necessario seguire il filo che lega questi tre livelli, perché nessuno di essi può essere interpretato isolatamente: l’ONU definisce i principi, l’UE li trasforma in regole operative e l’Italia li declina nel proprio contesto istituzionale, agricolo e industriale.
Il primo pilastro è quello internazionale, che affonda le radici nella Convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici del 1992. È qui che nasce l’idea di cooperazione globale per ridurre le emissioni, ma è con il Protocollo di Kyoto del 1997 che prende forma il primo vero mercato del carbonio. Kyoto introduce i meccanismi flessibili – CDM, JI e Emissions Trading – e soprattutto crea i CERs, i crediti certificati che possono essere scambiati tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. È in questa fase che vengono codificati concetti come addizionalità, monitoraggio, verifica indipendente e registri pubblici: criteri che oggi ritroviamo in tutti gli standard volontari, da Verra a Gold Standard.
Con l’Accordo di Parigi del 2015, il quadro cambia radicalmente. Non esiste più una distinzione rigida tra Paesi obbligati e Paesi non obbligati: tutti devono contribuire alla riduzione delle emissioni. L’articolo 6 dell’Accordo introduce due nuovi strumenti, gli ITMOs e il meccanismo 6.4, che sostituirà il CDM. È un passaggio cruciale, perché segna la transizione da un mercato basato su progetti nei Paesi in via di sviluppo a un sistema globale, in cui ogni Stato può cooperare con altri Stati per raggiungere i propri obiettivi climatici. Parallelamente, l’ONU definisce il quadro REDD+ per la tutela delle foreste tropicali, attraverso una serie di decisioni adottate tra la COP 13 e la COP 19, che oggi costituiscono la base normativa dei progetti forestali nei Paesi del Sud del mondo.
Il secondo livello è quello europeo, che rappresenta il sistema più avanzato e regolato al mondo. L’Unione Europea ha costruito il proprio mercato del carbonio nel 2003 con la Direttiva 2003/87/CE, dando vita all’EU ETS, un sistema obbligatorio che copre energia, industria pesante e aviazione. Nel corso degli anni, l’ETS è stato riformato più volte per renderlo più stringente, fino alla recente Direttiva 2023/959 che lo integra nel pacchetto Fit for 55. Dal 2027, inoltre, entrerà in vigore un secondo sistema ETS dedicato ai trasporti e al riscaldamento, segno di un progressivo ampliamento del perimetro regolato.
Ma l’UE non si limita al mercato obbligatorio. Negli ultimi anni ha iniziato a intervenire anche sul mercato volontario, che fino a poco tempo fa era privo di regole comuni. Il passo decisivo è arrivato con il Regolamento europeo sulla certificazione delle rimozioni di carbonio (CRCF), approvato nel 2024. Per la prima volta, l’Europa definisce criteri uniformi per certificare rimozioni permanenti come DAC e CCS, rimozioni temporanee come quelle forestali e agricole, e riduzioni delle emissioni nel settore primario. Il CRCF introduce anche un registro europeo delle rimozioni, destinato a diventare il punto di riferimento per tutti gli operatori del mercato volontario. A questo quadro si aggiungono norme trasversali come la CSRD, che impone alle imprese una rendicontazione climatica dettagliata, la Direttiva Green Claims, che vieta dichiarazioni ambientali non verificate, e il Regolamento CBAM, che introduce dazi climatici sulle importazioni. L’Europa, in sostanza, sta costruendo un sistema in cui i crediti di carbonio possono essere utilizzati, ma solo all’interno di strategie di riduzione reali, misurabili e trasparenti.
Il terzo livello è quello italiano, che recepisce e applica le norme europee attraverso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, ISPRA e GSE. L’Italia gestisce il mercato ETS tramite il Registro Unico delle Emissioni e partecipa attivamente ai negoziati internazionali su Articolo 6 e REDD+. Ma negli ultimi anni sta emergendo un nuovo fronte: la creazione di un mercato nazionale dei crediti agricoli e forestali. Il nostro Paese, infatti, sta lavorando alla definizione di un Registro nazionale dei crediti di carbonio agricoli, in linea con il CRCF europeo e con la PAC 2023‑2027. L’obiettivo è valorizzare il ruolo dell’agricoltura e delle foreste nella mitigazione climatica, creando un sistema domestico trasparente e compatibile con gli standard europei. Le Linee strategiche MASE 2023‑2026 indicano chiaramente questa direzione, prevedendo standard nazionali per il carbon farming, progetti pilota e un’integrazione sempre più stretta tra politiche agricole e politiche climatiche.
Il rapporto tra ONU, UE e Italia non è gerarchico in senso stretto, ma funziona come una catena di coerenza: l’ONU definisce i principi, l’UE li traduce in norme vincolanti e l’Italia li applica nel proprio contesto, aggiungendo strumenti nazionali per settori strategici come l’agricoltura e la gestione forestale. È un sistema che si rafforza a vicenda: senza i principi ONU, l’UE non avrebbe un quadro di riferimento; senza le norme europee, l’Italia non avrebbe un sistema coerente; senza l’attuazione nazionale, le regole resterebbero sulla carta.
In questo intreccio multilivello si gioca il futuro del mercato dei crediti di carbonio. Dopo anni di crescita rapida e talvolta disordinata, la sfida è garantire qualità, trasparenza e integrità. L’architettura normativa che collega ONU, UE e Italia è la risposta istituzionale a questa esigenza: un sistema che non lascia spazio a improvvisazioni e che punta a trasformare i crediti di carbonio in uno strumento credibile per finanziare rimozioni reali, sostenere l’innovazione tecnologica e valorizzare il ruolo dei territori nella lotta al cambiamento climatico.