
(AGENPARL) - Roma, 13 Maggio 2026 - L’onda d’urto del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sta ridisegnando la mappa energetica globale, spingendo le nazioni del Sud-est asiatico verso una svolta radicale: l’abbandono della dipendenza dagli idrocarburi a favore dell’energia nucleare. Con lo Stretto di Hormuz paralizzato dall’aggressione israelo-americana – un’arteria vitale dove transita il 20% del greggio mondiale – la sicurezza energetica è diventata una priorità di sopravvivenza nazionale.
Shock dei prezzi e nuove strategie
Le interruzioni nella produzione di petrolio e gas hanno fatto impennare i costi dell’elettricità, rendendo il nucleare l’unica alternativa per una produzione di base sicura e costante. Arkady Gevorkyan, stratega di Citi, ha confermato che i mercati dipendenti da poche fonti energetiche sono ormai troppo vulnerabili a catastrofi e shock geopolitici. Non è più solo una questione di costi, ma di stabilità sistemica.
Vietnam e Malesia in prima linea
Il cambio di passo è già concreto. Il Vietnam ha siglato un accordo strategico con la Russia per una centrale da 2.400 megawatt, puntando all’operatività entro il 2030. Anche la Malesia ha accelerato le valutazioni di fattibilità, spinta dall’instabilità dei mercati globali dei combustibili. Sebbene esperti come Dinita Setyawati (Ember) avvertano che servano decenni per formare personale e infrastrutture sicure, la guerra ha “rafforzato e accelerato” una transizione che era già latente a causa della domanda crescente e della necessità di decarbonizzare.
Il ritorno al carbone
In attesa dell’atomo, la realtà immediata resta pragmatica e sporca: nazioni come Thailandia, Indonesia e lo stesso Vietnam stanno riattivando il carbone come fonte di riserva. La crisi di Hormuz ha dimostrato che, nel 2026, la sovranità energetica vale più di qualsiasi equilibrio diplomatico.
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