(AGENPARL) - Roma, 7 Maggio 2026 - Il puzzle dello Stretto di Hormuz si arricchisce di un tassello fondamentale: il tempo. Secondo gli analisti del Center for Strategic Studies di Teheran, la frenesia mediatica delle ultime ore – culminata nel caso del link sparito di Axios – ha un nome e un cognome: Donald Trump. Il Presidente USA avrebbe estremo bisogno di un accordo, anche solo di facciata, per “salvare la faccia” davanti all’opinione pubblica americana prima del suo imminente viaggio in Cina.
La sindrome di Pechino. Trump non può permettersi di atterrare a Pechino da “sconfitto” nel Golfo Persico. L’obiettivo era riaprire lo Stretto con la forza attraverso il Project Freedom, ma la realtà sul campo ha detto altro. Secondo l’analista Ali Akbar Dareini, Trump sarebbe stato vittima di una narrazione fallace fornita dai falchi pro-Israele: l’idea che un attacco avrebbe portato l’Iran alla capitolazione. Teheran, invece, non solo non ha ceduto, ma ha rilanciato, trasformando lo Stretto nella propria “geografia difensiva”.
Il bluff di Axios. In questo contesto, le indiscrezioni di ieri su un accordo imminente (poi smentite dai fatti e dal ritiro del pezzo da parte della testata USA) appaiono come un tentativo disperato di creare un fatto compiuto. Una mossa di guerra psicologica che l’Iran ha già ribattezzato “Fauxios”. Mentre Washington cerca una via d’uscita onorevole, Teheran gioca con calma olimpica: offre assistenza medica e tecnica alle navi (tramite la PMO) e avverte le ambasciate che senza coordinamento con l’Iran la sicurezza non può essere garantita.
La partita a scacchi è ormai chiara: Trump cerca una foto di successo da portare a Xi Jinping, ma Teheran tiene in mano le chiavi della serratura globale del petrolio e non sembra intenzionata a regalarle per un semplice tweet.
