(AGENPARL) - Roma, 4 Gennaio 2026Amore, pace, fraternità, disponibilità al dialogo, serenità interiore e felicità: parole che risuonano con forza, soprattutto in questo periodo dell’anno. Le pronunciamo spesso, le auguriamo, le invochiamo come antidoti a un mondo stanco e ferito. Eppure, dietro questo lessico luminoso, si cela una realtà ben diversa, dura e drammatica, che non può essere ignorata.
Non tutti sanno che oggi il pianeta è attraversato da circa 56 conflitti armati, che coinvolgono oltre 90 Paesi direttamente o indirettamente. Più di 100 milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case e solo nel 2024 si contano oltre 233.000 morti, di cui circa il 90% civili. È il numero più alto di conflitti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Guerre aperte devastano l’Ucraina, Gaza/Palestina, il Myanmar, la Siria e lo Yemen. A queste si aggiungono instabilità croniche e sanguinose in Sudan, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, nel Sahel, in Mali, Burkina Faso e Niger. Crescono le tensioni tra Pakistan e India; la violenza dei cartelli insanguina Messico e Colombia; Haiti sprofonda in una crisi umanitaria segnata da violenza diffusa. Dal 2020, anno della pandemia globale, la violenza nel mondo sembra addirittura raddoppiata.
Guerre civili, terrorismo jihadista e crisi umanitarie hanno portato molti a parlare di una “terza guerra mondiale a pezzi”, un conflitto frammentato ma costante, che coinvolge intere regioni e generazioni. Eppure, proprio durante la pandemia, chiusi nelle nostre case, cantavamo dai balconi “andrà tutto bene”, convinti che il dolore condiviso ci avrebbe resi migliori, più uniti, più solidali.
Abbiamo contato 775.673.955 casi di Coronavirus e oltre 7 milioni di morti nel mondo. Sembrava che quella tragedia ci stesse traghettando verso una nuova coscienza collettiva, verso un desiderio autentico di pace. Troppi morti avevamo già visto. E invece, subito dopo, il conflitto russo-ucraino, l’escalation israelo-palestinese e nuove “operazioni speciali” – come quella in corso in Venezuela, giustificata come necessaria contro i cartelli della droga – hanno riacceso la convinzione che la pace sia solo un’utopia.
Un desiderio di pace non sorretto dalla volontà di perseguirla davvero. Tutti “fratelli”, ma con i coltelli in mano, pronti all’uso. Un amore proclamato a gran voce, mentre covano odi implacabili all’interno di famiglie, gruppi sociali e intere aree geografiche. Dialogo e comprensione invocati, ma negati nei fatti, tra parti ideologicamente contrapposte e apertamente in guerra.
Eppure continuiamo a ripetere, con ostinazione quasi francescana: “Pace e bene”.
Pace non come semplice assenza di guerra, ma come impegno attivo: costruire relazioni armoniose, perdonare superando le inimicizie, scegliere l’amore anche quando costa fatica. Un cammino esigente, che richiede responsabilità personale e collettiva.
Al contrario, sembra che oggi si voglia radicare un sentimento più forte dell’amore, più contagioso e duraturo: l’odio. Un odio che genera male, divisione, violenza e che trova terreno fertile nella paura e nell’indifferenza.
Cosa fare, dunque?
Forse il primo passo è imparare ad amare almeno se stessi, per poter davvero amare gli altri. Come recita il comandamento: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Nessuna pace è possibile senza questo passaggio fondamentale. Ognuno è chiamato a fare la propria parte, nel quotidiano, nelle scelte piccole e grandi.
Resta però un dubbio che incombe, più forte di ogni slogan:
molti sanno davvero cosa significhi amare, o hanno mai amato davvero?
