(AGENPARL) - Roma, 8 Marzo 2024 - (AGENPARL) – ven 08 marzo 2024 PARCO
ARCHEOLOGICO
DI POMPEI
E-Journal
Scavi di Pompei
08/03/2024
Le Terme femminili del Foro:
il restauro come rilettura dell’antico
Ludovica Alesse¹, Raffaella Guarino¹, Anna Onesti¹, Antonino Russo¹, Arianna Spinosa¹
L’intervento di restauro e valorizzazione
delle Terme Femminili del Foro Centrale si
pone all’interno di una strategia complessiva
che negli ultimi anni ha interessato i più
grandi stabilimenti termali di Pompei, così
da restituire una visione completa della città
romana, costituita non solo dal suo tessuto
edilizio con le famose domus ma anche da una
serie di edifici pubblici, funzionali ad una vita
quotidiana ricca e dinamica.
L’intervento condotto si è fondato sulla
messa in campo di una corretta metodologia
del restauro, a partire dalla lettura della
fabbrica nella sua più recente configurazione e
giungendo ad una serie di scelte culturalmente
consapevoli, anche riguardo agli aspetti
“inediti” e rivelati in fase di cantiere. Pertanto
l’edificio nel suo complesso rientra a far parte
dell’importante circuito di visita delle terme
afferenti all’area del Foro, in adiacenza al più
noto settore maschile.
Dell’edificio è stato riscontrato il riuso nella
sua seconda fase a partire dallo scavo come uno
dei primi depositi archeologici che sono nati
spontaneamente.
Il cantiere realizzato è da considerarsi
straordinario per vari aspetti: in primis ha
rappresentato l’occasione per il Parco di
restituire alla comunità un monumento
sconosciuto ai più, uno dei primi depositi
storici del Novecento e noto soprattutto
per la suggestiva presenza del patrimonio di
reperti ossei antichi, conservati in armadiature
lignee, oltre materiali di grandi dimensioni
come fistule, bacili e anfore. L’altra ragione di
straordinarietà risiede negli esiti dell’intervento
eseguito che ha reso possibile “scoprire”
superfici dipinte a noi sconosciute a causa
delle spesse concrezioni depositate anche in
antico che, prima del restauro, ne obliteravano
l’eccezionale policromia rendendole pertanto,
per lungo tempo ai nostri occhi come intonaci
di poco pregio.
Quello che doveva essere un intervento di
restauro volto, prevalentemente, alla messa in
sicurezza di un edificio dotato di pochi apparati
decorativi e per tanto tempo considerato
“minore” rispetto agli altri impianti termali,
fig.1
¹ Parco Archeologico di Pompei, via Plinio 26, 80045, Pompei (Na)
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si è rivelata l’occasione di recuperare una
testimonianza inedita o di cui, quantomeno, si
era persa memoria.
La rimessa in luce delle superfici decorate da
temi naturalistici con fogliame di colori vividi
e lucenti, ma anche le numerose scritte in lapis,
graffiti di navi, gallinelle (figg.1-2) e finanche
un disegno fallico, lasciate sugli intonaci dai
frequentatori più antichi fino a quelli del
Novecento (fig.3), unito alla nuova rilettura
delle spazialità antiche degli ambienti voltati
con giochi di luce naturale, restituiscono oggi
un’immagine rinnovata dell’edificio antico.
fig.2
Lo scavo
Nel mese di giugno 1824, quando si inizia la
rimozione della terra lungo il lato sinistro della
fronte al Tempio della Fortuna Augusta”, cioè
l’attuale Via delle Terme, gli scavatori borbonici
individuano il complesso delle Terme del Foro
(Bechi 1825).
Gli scopritori si rendono conto di essere in
presenza di un impianto termale il 17 luglio,
quando vengono portate alla luce le tre sale
voltate del settore maschile caratterizzate dalle
decorazioni in stucco sulle volte residue.
fig.3
Il complesso delle Terme del Foro, che si
sviluppa per circa 410 metri quadrati, è
ubicato subito a nord del Foro civile, al centro
dell’insula 5 della Regio VII con ingressi su Via
del Foro, Via delle Terme e Vicolo delle Terme.
A causa dell’orientamento divergente di questi
ultimi due assi viari, presenta una pianta
irregolare (fig.4).
costruzione
risale
periodo
immediatamente successivo all’80 a.C., anno in
cui Pompei divenne colonia di Roma ad opera
di Silla. Il dato cronologico si deduce sia dalla
tecnica edilizia impiegata, sia dal contenuto di
un’iscrizione che è stata rinvenuta su Via del
Foro e che riporta la notizia della costruzione di
un edificio pubblico, probabilmente le terme,
da parte dei personaggi pubblici della colonia
sillana, il duovir iure dicundo L. Caesius e i
duoviri aediles C. Occius e L. Niraemius.
L’edificazione del complesso risponde quindi
alla necessità di assicurare adeguati servizi
alla nuova comunità di cittadini Romani
insediatasi all’indomani della conquista sillana.
In tal senso può leggersi la scelta della posizione,
a ridosso del Foro e al termine della via che
collegava le terme con il settore extraurbano
nordoccidentale, concordemente identificato
come luogo privilegiato di allocazione dei più
eminenti gruppi di nuovi coloni (Guzzo 2007).
Le terme erano alimentate, tramite una
condotta, da una cisterna situata sul lato
occidentale di Vicolo delle Terme alla quale
affluivano, a partire da età augustea, le acque
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fig.4
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e bianchi con cornice in stucco in quello
superiore (figg.5-6).
Su questo ambiente si apriva il frigidarium,
una piccola vasca per i bagni freddi aggiunta in
un momento successivo. Il restauro delle pareti
di questa piccola vasca, pressoché interamente
coperte da concrezioni, ha rivelato per la prima
volta la splendida decorazione con elementi
vegetali e uccelli su fondo giallo e zoccolatura
verde acqua (fig.7). Dallo spogliatoio si accedeva
poi anche al tepidarium, decorato anch’esso
con pavimento a mosaico e pareti affrescate
in IV stile, con schema paratattico a pannelli
gialli separati da scomparti a fondo rosso nella
fig.5
dall’acquedotto del Serino.
Lo scavo archeologico ha portato alla luce
l’intero settore delle terme costituito da una
parte maschile e da una parte femminile; tra
il settore maschile e quello femminile si trova
l’area occupata dal forno per il riscaldamento
dell’impianto che avveniva tramite il sistema
dell’ipocausto, ovvero un pavimento con
intercapedine nella quale veniva convogliata
l’aria calda prodotta dal forno. ?
Le terme femminili, più piccole di quelle
maschili, avevano un ingresso autonomo lungo
via delle Terme; tale accorgimento si rendeva
necessario ovviamente per mantenere una
netta separazione tra i due settori.?Accedendo
il primo ambiente è costituito dal vestibolo
in cui ci sono dei sedili lungo le pareti
destinati agli inservienti delle terme o alle
schiave che accompagnavano le loro padrone;
successivamente si accede attraverso un
breve corridoio all’apodyterium, ovvero lo
spogliatoio, con pavimento a mosaico bianco
bordato da singola fascia nera e pareti affrescate
a pannelli neri e gialli nel registro mediano
fig.6
zona mediana, e ad architetture stilizzate e
stereotipati motivi ornamentali nella zona
superiore a fondo bianco (ghirlande, bordi di
tappeto), dove si ripete la scansione verticale
della parete e si prolungano i candelabri degli
scomparti (fig.8).
L’ultimo ambiente era il calidarium dotato di
una piccola vasca per i bagni ad immersione
e il labrum di cui si conserva solo il sostegno
in muratura della vasca (fig.9). Il tepidarium
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e il calidarium erano entrambi forniti di
pavimento con intercapedine sorretta da
pilastrini (suspensurae) per il passaggio
dell’aria calda, che confluiva poi anche nelle
pareti dotate di tegole mammate (fig.10).?Il
pavimento del calidarium era andato distrutto
con il terremoto del 62 d.C.??e all’epoca
dell’eruzione era in fase di ristrutturazione,
come testimoniato anche da un cumulo di
tessere di mosaico rinvenuto in un angolo
dell’ambiente al momento dello scavo e
conservato ancora sul posto.
Le ricostruzioni post-terremoto interessarono
ampiamente le sale termali sia del settore
maschile che di quello femminile, ma
quest’ultimo non rientrò mai nuovamente
in funzione (Maiuri 1942), a differenza di
quello maschile, dove però non fu riallestito
il riscaldamento centralizzato per lo
spogliatoio e il tepidario. In particolare, nel
fig.8
fig.9
fig.7
settore femminile le volte del tepidario e dello
spogliatoio si conservarono, ma non fu così
per il soffitto e per l’ipocausto del calidario, il
quale ricevette danni così pesanti che sebbene
la volta fosse stata ricostruita l’ambiente non
entrò in funzione.
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fig.10
fig.11
Il cantiere di restauro
architettonico
Preliminarmente all’avvio dei lavori, i materiali
archeologici e i resti umani, qui alloggiati
storicamente su scaffalature lignee (fig.11), sono
stati spostati in altri depositi del Parco, dopo
averne verificato e integrato la catalogazione.
Tale scelta ha risposto all’obiettivo di favorire
una lettura unitaria delle caratteristiche spaziali
e dei preziosi apparati decorativi – riscoperti
in fase di restauro – che creano un unicum
architettonico.
Coerentemente con le strategie di progetto
e seguendo il criterio del ‘minimo
intervento’ (Carbonara 2008), in fase
esecutiva si è ricercato un equilibrio tra
la necessità di proteggere il monumento
dall’azione dei fattori climatici e la volontà di
rispettarne l’autenticità materiale e strutturale
e l’immagine consolidata nel tempo, anche
in relazione al paesaggio circostante. Ciò
ha portato alle scelte di eseguire, partendo
dalle previsioni progettuali, diffuse opere
di mitigazione dei fattori di degrado
soprattutto dall’acqua e umidità, con opere
di manutenzione straordinaria, partendo
dall’integrazione delle superfici di sacrificio
per la protezione delle creste murarie,
rifacimento dei manti di impermeabilizzazione
delle coperture – dimensionati in modo da
resistere meglio anche a eventi meteorologici
di notevole intensità – rimozione della
vegetazione infestante, pulitura e trattamento
biocida. Come previsto in progetto è stata
completamente già sostituita la copertura
dell’avancorpo d’ingresso, realizzata in travetti
lignei e manto in coppi ed embrici e, al fine di
proteggere gli apparati decorativi e migliorare
il microclima interno, sono stati posti in opera
degli infissi a protezione delle aperture antiche
che, tramite un sistema di apertura basculante,
garantiscono la ventilazione interna naturale.
È di prossima implementazione un sistema
di monitoraggio del microclima che, tramite
sensori di ultima generazione, consentirà
di garantire le condizioni migliori per la
conservazione degli apparati decorativi.
Lo stesso criterio del minimo intervento è stato
adottato per gli aspetti strutturali, sulla base di
una attenta lettura di un quadro fessurativo
complesso ma stabilizzato nel tempo, che
rappresenta sia l’esito degli accadimenti subiti
dal monumento nelle diverse fasi antiche – il
sisma del 62 d.C., l’eruzione del 79 d.C. – sia
di fenomeni di degrado successivi allo scavo
ottocentesco. Il rilievo, effettuato con laser
scanner nel corso dei lavori, ha consentito
inoltre di acquisire informazioni rilevanti circa
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la storia costruttiva del monumento, che è stato
interessato – verosimilmente dopo il terremoto
del 62 d.C. – da interventi di consolidamento
mediante contrafforti finalizzati a contrastare
la spinta delle volte (Dessales 2023).
Si è posta pertanto la necessità di conservare le
tracce come palinsesto degli accadimenti antichi
ma al contempo di proteggere il monumento,
prevenendo l’innesco di cinematismi e possibili
cause di degrado e danneggiamento. Pertanto
all’intradosso delle superfici voltate, così come
previsto in progetto, sono state eseguite diffuse
opere di sarcitura delle lesioni con malta a
base di calce idraulica, interventi locali di
reintegrazione muraria al fine di ripristinare la
continuità strutturale delle volte.
I paramenti in muratura e le contropareti in
tegole mammatae sono stati interessati, nelle
porzioni più vulnerabili, da ancoraggi puntuali
e controllati, così come il pavimento su
suspensurae, che è stato rinforzato da supporti
in muratura localizzati laddove necessario.
Tali interventi hanno mirato a migliorare il
comportamento statico complessivo della
fabbrica senza modificarlo e mantenendo
visibili le tracce dei dissesti antichi, pur nella
lettura unitaria delle caratteristiche spaziali e
cromatiche del bene.
Per favorire al meglio la fruizione del
monumento e facilitarne la lettura, inoltre nel
calidarium (ambiente F) è stata realizzata una
passerella sospesa, con suspensurae e grigliato
in materiale pultruso, che sopraelevano
la pavimentazione dal piano antico e
ristabiliscono l’antica quota del piano termale.
Tale scelta risponde alla necessità di migliorare
l’accessibilità del monumento, consentendo ai
visitatori una migliore fruizione degli spazi, e
restituisce la continuità del piano pavimentale
antico, che era in fase di rifacimento al momento
dell’eruzione, come dimostra il cumulo di
tasselli marmorei conservati nell’angolo nord.
e delle scaffalature ospitati nell’edificio è
stato possibile, finalmente, sulla base delle
mappature progettuali iniziare a prendere
contezza del reale stato di conservazione delle
superfici decorate che sono fondamentalmente
di tre tipologie: intonaci/dipinti murali,
stucchi e pavimentazioni musive.
L’uso storico dell’edificio come deposito e
l’impossibilità di raggiungere gran parte delle
superfici a causa della presenza di ingombranti
fig.12
Il Restauro degli
apparati decorativi
Stato di conservazione
Una volta concluso il trasferimento dei reperti
fig.13
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scaffalature, avevano comportato l’accumulo
di spessi strati di depositi incoerenti e coerenti
(figg. 12 e 13).
Le volte di tutti gli ambienti erano solcate da
profonde fessurazioni ed erano evidenti le
spesse concrezioni calcaree dovute alle copiose
infiltrazioni che per lungo tempo hanno
interessato l’edificio (fig. 14). Vi era ulteriore
ingresso di acque meteoriche dalle aperture
negli ambienti che insieme ai fenomeni di
condensa, risalita e di traspirazione avevano
provocato la formazione di spesse concrezioni
sulle superfici. Per gli intonaci dell’ambiente
F invece questa condizione, combinata alle
intense efflorescenze saline e ad attacchi
biologici, hanno determinato forti fenomeni di
decoesione delle malte ormai ridotte a lacerti.
Estese macchie di colore nerastro e bruno, si
leggevano chiaramente sulle volte di H e G e
sulle pareti dell’ambiente G. Il preoccupante
quadro fessurativo delle volte si accompagnava
a consistenti distacchi degli intonaci, estesi
anche alle pareti. Le lacune, presenti su tutti i
livelli, erano diffuse sia sugli apparati decorativi
delle volte che delle pareti.
In tutti gli ambienti si è riscontrato un
estensivo uso di cemento per il restauro degli
fig.15
apparati decorativi e sulle strutture. Dalla
differente colorazione e consistenza delle
stuccature cementizie deduciamo che, nel
tempo, sono stati condotti diversi interventi
conservativi (quantomeno di messa in
sicurezza) che purtroppo allo stato attuale
delle nostre conoscenze, non sappiamo
collocare temporalmente ad esclusione di
quelli condotti negli anni che vanno dal ‘47 al
’50 del novecento (restauri post bellici).
Le superfici pavimentali, decorate negli
ambienti H e G in tessellatum si presentavano
in buono stato di conservazione; nell’ambiente
F invece il pavimento, in ristrutturazione
all’epoca dell’eruzione, era ancora sulle sue
suspensurae solo per una piccola porzione
dietro il labrum, ancora sulle sue suspensurae.
Già durante gli interventi di prima
depolveratura delle superfici prevalentemente
nell’ambiente G sono state rinvenute
numerosissime iscrizioni di epoca moderna,
realizzate in lapis, che testimoniano il passaggio
di visitatori o frequentatori dell’edificio (fig.
15). Altro elemento interessante che riguarda
l’ambiente G è il rinvenimento dei resti delle
fig.14
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grappe di ancoraggio al muro delle tegulae
mammatae in evidente stato di ossidazione.
Durante l’esecuzione dei primi tasselli di
pulitura delle superfici degli ambienti G e
H è emerso che le macchie tendenzialmente
nerastre riscontrate sulle volte fossero le
tracce di una superficie dipinta di nero/blu,
analogamente ai fondi di alcune delle volte
della sezione maschile delle Terme del Foro.
Per quanto riguarda invece i dipinti parietali
dell’ambiente G si è riscontrata la presenza di
una tenacissima concrezione di colore bruno
particolarmente diffusa sul registro superiore
dell’impianto decorativo a fondo bianco, delle
pareti sud ed ovest: tale condizione impediva la
lettura delle decorazioni.
Straordinaria invece la situazione riscontrata
negli ambienti H e I. Quelli che sembravano,
nel registro inferiore della parete ovest
dell’ambiente H dei semplici intonaci privi
di decorazione si sono rivelati, al di sotto di
concrezioni di varia natura, dei dipinti a tratti
ben conservati. Ancora più straordinarie
risultavano le superfici dell’ambiente I: la vasca
del frigidarium conservava ancora tracce della
finitura in fritta egizia verde e le tre pareti,
ovest, nord e est, presentavano, a seguito di
vari test di rimozione delle concrezioni, dei
dipinti di buona qualità riconducibili al tema
della pittura da giardino. Le stesse decorazioni
sono state rinvenute, al di sotto di spessi strati
di concrezioni saline e calcaree, sulle superfici
dipinte superstiti del labrum in muratura
nell’ambiente F.
Interventi conservativi
I materiali e le tecniche messi in campo sono
riconducibili a sistemi di intervento tradizionali
seppur per la pulitura delle concrezioni descritte
estremamente tenaci sia stato necessario
avvalersi di tecnologia laser, rivelatasi dopo test
di prova particolarmente efficace. Per ragioni
di spazio e chiarezza nell’esposizione verranno
descritti brevemente gli interventi rispettando
la successione temporale delle operazioni di
restauro degli apparati decorativi dell’edificio.
La pulitura
La pulitura degli apparati decorativi parietali
ha rappresentato la fase più problematica
dell’intero intervento di restauro. Come
accennato precedentemente la natura e la
tenacia delle sostanze soprammesse era molto
diversificata e in alcune aree (parete ovest e
parte della parete est dell’ambiente H, ambiente
I ed il registro superiore delle pareti sud e ovest
dell’ambiente G) risultava impossibile se non
deleterio procedere con sistemi di pulitura
tradizionali. Di conseguenza è stato necessario
mettere in atto una strategia molto complessa
di pulitura che rispondesse a problematiche che
potevano variare notevolmente anche tra aree
contigue.
Tutte le superfici sono state oggetto di
trattamento biocida che, in alcuni casi, come
nell’ambiente F, è stato ripetuto frequentemente
data la virulenza dell’aggressione biologica in
atto sugli intonaci.
La pulitura delle volte dalle concrezioni di natura
carbonatica è avvenuta avvalendosi di sistemi
chimici applicati ad impacco a cui sono seguite
puliture meccaniche a bisturi e con pennette
in fibra di vetro (fig 16). Si segnala che non è
stato possibile rimuovere alcune concrezioni
calcaree particolarmente spesse e tenaci delle
quali quindi rimangono dei testimoni negli
ambienti H, G ed F. Successivamente è stata
effettuata l’estrazione dei sali solubili con acqua
demineralizzata.
La pulitura degli apparati decorativi parietali
dell’ambiente G ha previsto, sul primo
fig.16
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registro, a fondo rosso, l’impiego alternato di
tensioattivi addizionati a biocida, impacchi
localizzati a base di solventi organici e infine
spugne wishab per le rifiniture. Il registro
superiore, a fondo bianco, a causa della
presenza di diffuse concrezioni di varia natura
e spessore è stato sottoposto ad una serie di
test che hanno visto l’impiego di impacchi a
base di sali, resine a scambio ionico e solventi
che sono risultati, in aree abbastanza estese,
inefficaci. La stessa condizione si è riscontrata
sugli apparati decorativi parietali dell’ambiente
H (ad esclusione di una parte della parete est e
del pilastro nord) e dell’ambiente I.
La metodologia necessaria a recuperare la
policromia parietale è stata individuata con una
serie di test condotti comunque nel rispetto
della vulnerabilità delle superfici: al di sotto
dello spesso strato di concrezioni calcaree,
infatti, la pellicola pittorica risultava infragilita.
In seguito alla pulitura chimica, comunque
necessaria ed estremamente utile a rimuovere
tutti i depositi meno coerenti e meno adesi e a
saggiare la consistenza della superficie e relative
fragilità di tutte le sue componenti, sono stati
condotti test di pulitura meccanica con bisturi,
micro-trapano ed infine una pulitura fisica,
testando la metodologia laser.
La definitiva rimozione delle concrezioni è
stata raggiunta con l’applicazione combinata
dei diversi procedimenti, sfruttando i punti
di forza di ciascun sistema di pulitura che
descriveremo brevemente qui di seguito.
La pulitura meccanica a bisturi come
sperimentato è la più controllabile perché
totalmente manuale ma la sua efficacia è
limitata quando il deposito da rimuovere è più
compatto e consistente della superficie su cui
è ancorato e che invece bisogna tutelare. Essa
permette di asportare sostanze sovrammesse
friabili o sottili e rigide, se la superficie
sottostante è in grado di opporre una certa
resistenza.
La pulitura meccanica con l’ausilio di
micromotore permette invece di assottigliare
il deposito, arrivando a ridosso della superficie
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