(AGENPARL) - Roma, 20 Ottobre 2026 - Alla COP17 di Yerevan il primo bilancio degli impegni globali: protetti il 18,7% delle terre e il 10% degli oceani. La sfida riguarda anche l’efficacia delle tutele, i finanziamenti e i diritti delle comunità locali.
Proteggere almeno il 30% delle terre e degli oceani entro il 2030 resta un obiettivo possibile soltanto attraverso una forte accelerazione. Il bilancio presentato all’apertura della COP17 sulla biodiversità mostra una distanza ancora significativa tra gli impegni dei governi e la conservazione effettiva: le superfici protette raggiungono il 18,7% sulla terraferma e il 10% negli oceani.
La conferenza delle Nazioni Unite nella capitale armena rappresenta un passaggio decisivo per valutare l’attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel 2022. L’obiettivo è arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro la fine del decennio, trasformando le promesse internazionali in interventi verificabili.
Il traguardo del 30%, conosciuto come 30×30, non consiste semplicemente nel tracciare nuovi confini sulle mappe. L’Obiettivo 3 del quadro internazionale richiede che le aree siano conservate e gestite efficacemente, rappresentino ecosistemi differenti e siano collegate tra loro.
Accanto alle aree protette tradizionali, possono contribuire altre misure territoriali capaci di produrre risultati duraturi per la biodiversità. Il quadro richiede inoltre una governance equa e il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni e delle comunità locali.
La differenza è sostanziale: un territorio formalmente tutelato può continuare a perdere habitat e specie se mancano personale, risorse, controlli o una gestione adeguata. La qualità della conservazione deve quindi procedere insieme all’estensione delle superfici.
La distanza dall’obiettivo è particolarmente evidente in mare. Le valutazioni sugli impegni attualmente annunciati indicano una possibile copertura di circa il 27% delle terre, ma soltanto del 12% delle aree marine entro il 2030. Si tratta di proiezioni basate sui programmi, non di risultati già conseguiti.
L’alto mare costituisce una delle lacune principali. Secondo i dati riportati nel resoconto, la protezione riguarda appena l’1,7% delle acque internazionali, contro il 23,3% delle acque sotto giurisdizione nazionale. È dunque la parte meno protetta, non quella maggiormente tutelata.
La dimensione internazionale rende più complesso concordare regole, controlli e responsabilità. Eppure, senza progressi oltre le giurisdizioni nazionali, l’espansione della conservazione marina rimarrebbe fortemente limitata.
La disponibilità di risorse è uno degli ostacoli centrali del negoziato. L’accordo di Montreal prevede di mobilitare 200 miliardi di dollari all’anno per la biodiversità entro il 2030. Secondo il bilancio richiamato dall’Associated Press, i finanziamenti disponibili si collocano invece tra 75 e 92 miliardi annui.
Anche la riforma degli incentivi dannosi per la natura procede lentamente. Per molti Paesi, soprattutto quelli con minori risorse, la difficoltà consiste nel finanziare contemporaneamente conservazione, servizi pubblici e sviluppo economico.
L’istituzione di una riserva comporta infatti impegni continuativi: monitoraggio scientifico, contrasto alle attività illegali, ripristino degli habitat e partecipazione delle popolazioni interessate. Senza coperture stabili, il rischio è moltiplicare le protezioni formali senza garantirne l’efficacia.
La risposta alla domanda iniziale dipende dalla capacità dei governi di accelerare l’attuazione e migliorare la gestione delle aree già riconosciute. Le priorità comprendono la tutela degli ecosistemi sottorappresentati, la connessione tra habitat e una valutazione trasparente dei risultati.
L’espansione delle superfici deve inoltre essere coerente con le politiche che agiscono fuori dai loro confini. Inquinamento, sfruttamento eccessivo delle risorse e frammentazione del territorio possono compromettere anche gli ecosistemi protetti.
Yerevan offre quindi una verifica concreta della credibilità dell’accordo del 2022. Il successo del 30×30 si misurerà sia nell’estensione della natura conservata sia nella capacità di mantenerla vitale nel tempo, con risorse adeguate e il coinvolgimento di chi quei territori li abita.
