(AGENPARL) - Roma, 18 Ottobre 2026 - La nuova guerra per il potere mondiale si combatte sempre più sul terreno dell’economia. Dazi, sanzioni, energia, materie prime e tecnologie strategiche sono diventati strumenti di pressione e di confronto tra le grandi potenze. Stati Uniti e Cina si contendono il primato economico e tecnologico, mentre l’Europa rischia di rimanere schiacciata tra i due giganti, prigioniera di regole e modelli costruiti in un’epoca in cui il libero mercato sembrava poter garantire crescita, stabilità e prosperità.
È questo lo scenario al centro del libro «Disordine globale e nuova costituzione economica. Sicurezza economica e futuro dell’antitrust», scritto dal giurista Fabio Cintioli e pubblicato da Rubbettino, con la prefazione di Giovanni Pitruzzella. Un’analisi che mette in discussione alcune certezze della globalizzazione e solleva un interrogativo decisivo: può l’Europa continuare a puntare prevalentemente sulla concorrenza mentre le altre potenze utilizzano imprese, investimenti e politiche industriali come strumenti di forza geopolitica?
Per Cintioli è necessario ripensare il rapporto tra Stato e mercato, superare le rigidità del cosiddetto «mercatismo» e restituire centralità alla sicurezza economica e alla politica industriale, senza rinunciare ai principi della democrazia e della libera concorrenza. In questa intervista l’autore spiega perché l’economia è diventata un nuovo campo di battaglia, quali errori ha commesso l’Europa e come può riconquistare un ruolo da protagonista nel disordine globale.
Domanda. Professore, nel suo libro emerge un cambiamento epocale: l’economia non è più soltanto il terreno della competizione commerciale, ma è diventata una vera e propria arma di guerra. Dazi, sanzioni, controllo delle tecnologie, energia e materie prime sono ormai strumenti con cui le grandi potenze cercano di imporre la propria supremazia. Siamo entrati definitivamente in un’epoca in cui il potere economico conta quanto, se non più, di quello militare?
Cintioli. Nello scenario geopolitico attuale l’impresa è diventata strumento di gestione del conflitto, questo è un dato emergente da qualche anno e ormai visibile a tutti. Esiste una forte connessione – pienamente in atto sia in USA sia in Cina – tra potere militare e potere economico, specie per la tecnologia. Ma quando parliamo di impresa come strumento del conflitto non dobbiamo pensare necessariamente alla guerra tradizionale, ma alla competizione economica sempre più aggressiva. Se vogliamo, una sorta di guerra parallela, nella quale si gioca il benessere e il futuro della nostra società.
Domanda. Stati Uniti e Cina combattono una battaglia sempre più aggressiva per il primato economico e tecnologico, mentre l’Europa sembra rischiare di restare schiacciata tra le due superpotenze. Nel suo libro lei mette in discussione un modello europeo che per decenni ha privilegiato il libero mercato e la concorrenza. L’Europa ha commesso l’errore di credere che le regole del mercato potessero sostituire una vera politica di potenza? E cosa dovrebbe fare oggi per non diventare economicamente e politicamente irrilevante?
Cintioli. L’Europa sicuramente ha accumulato ritardi e peccato di ingenuità, inseguendo l’idea di una concorrenza globale e il mito di una società perfetta. L’ordine liberaldemocratico ormai si è rotto e ci troviamo nel disordine. Il mercato non è più il luogo che possa da solo risolvere i conflitti e assicurare benessere. Non basta predicare concorrenza, in un mondo nel quale diventa primaria la sicurezza (interna ed esterna). Però l’UE mostra anche consapevolezza, esprime il bisogno di cambiare ed è sufficiente leggere il documento UE sulla sicurezza strategica del 2025 per constatarlo. Il libro si rivolge però anche ai giudici, alle autorità indipendenti, alla nostra classe dirigente, affinché diventino partecipi di tale consapevolezza e valutino in modo più critico le tesi ortodosse che hanno trasformato la protezione della concorrenza in “mercatismo”, ossia in una visione che spesso penalizza l’impresa e le sue esigenze di sviluppo.
Domanda. Uno dei punti centrali del suo libro è la necessità di ripensare il rapporto tra concorrenza e sicurezza economica. Per difendere le proprie imprese strategiche e competere con i colossi americani e cinesi, l’Europa potrebbe dover accettare maggiori interventi pubblici, concentrazioni industriali e una revisione delle tradizionali regole antitrust. Ma dove passa il confine tra la legittima difesa degli interessi europei e il rischio di un nuovo protezionismo che finisca per danneggiare cittadini, consumatori e democrazia?
Cintioli. L’equilibrio è difficile, ma possibile. Il mercato interno europeo deve restare libero e aperto nei rapporti intraeuropei. Pertanto, la sicurezza economica e strumenti come il nostro Golden power non possono limitarlo e le difese devono essere apprestate solo verso gli operatori extraUE. Ma accanto al libero mercato deve tornare a farsi sentire la politica industriale. Questo significa non comprimere la crescita di poteri imprenditoriali europei forti, orientare le regole antitrust oltre una certa rigidità e ortodossia di pensiero e tener conto degli altri interessi pubblici in gioco. Basterebbe dire dei ritardi europei sulla competizione tecnologica per capire la necessità di un cambiamento.
