(AGENPARL) - Roma, 12 Ottobre 2026 - Il primo ministro britannico Andy Burnham ha riaperto il dibattito sul futuro dei rapporti tra Regno Unito e Unione Europea, rifiutandosi di escludere la possibilità di un ritorno nell’UE senza un secondo referendum nazionale.
In un’intervista al podcast The Rest Is Politics, Burnham ha sostenuto che l’opinione pubblica britannica si sarebbe spostata più rapidamente della classe politica sul tema Brexit e ha lasciato aperte diverse opzioni per un possibile riavvicinamento a Bruxelles. Secondo The Times, il premier ha sottolineato che per cambiamenti di grande portata sarà comunque necessario un consenso pubblico, senza però specificare se questo debba necessariamente assumere la forma di un nuovo referendum.
Burnham: “L’opinione pubblica si è evoluta”
Il nuovo premier laburista, entrato alla Camera dei Comuni dopo aver vinto a giugno le elezioni suppletive di Makerfield con 24.927 voti, è diventato leader del Labour il 16 luglio e primo ministro il 20 luglio 2026.
Il suo approccio segna un cambiamento rispetto alla linea seguita dal Labour alle elezioni del 2024, quando il partito si era impegnato a migliorare il funzionamento della Brexit senza proporre il rientro nell’Unione.
Burnham sostiene invece che il quadro politico ed economico sia cambiato e che Londra debba discutere apertamente tutte le opzioni per costruire un rapporto più stretto con Bruxelles.
Secondo i sondaggi citati dalla stampa britannica, oggi una maggioranza relativa degli elettori sarebbe favorevole al rientro nell’UE, ma una quota ancora più ampia ritiene che un’eventuale scelta di questo tipo dovrebbe essere sottoposta a un nuovo referendum. Un sondaggio YouGov riportato da The Times indicava il 52% favorevole al rientro, mentre il 64% riteneva necessario un secondo voto popolare.
Jess Phillips propone il rientro nel programma elettorale
Il dibattito è stato alimentato anche dall’ex ministra laburista Jess Phillips, che ha dichiarato di voler vedere nel prossimo manifesto del Labour un impegno esplicito per il ritorno nell’Unione Europea.
Phillips ha sostenuto che una simile scelta potrebbe essere presentata direttamente agli elettori in occasione delle prossime elezioni generali, senza necessariamente organizzare un referendum separato.
Questa posizione alimenta quindi una questione politica destinata a diventare centrale: se il Labour ottenesse un mandato elettorale esplicito per rientrare nell’UE, sarebbe sufficiente una vittoria alle elezioni oppure sarebbe comunque necessario un referendum specifico?
Burnham, al momento, non ha fornito una risposta definitiva.
Il premier accusa la Russia di interferenze nel referendum del 2016
Un altro elemento particolarmente controverso riguarda le dichiarazioni di Burnham sulla Russia.
Il premier ha affermato di aver ricevuto conferma dell’esistenza di interferenze russe nel referendum sulla Brexit del 2016. Secondo il Financial Times, Burnham ha sostenuto che attività riconducibili allo Stato russo avrebbero cercato di influenzare il dibattito politico britannico.
È però importante distinguere tra tentativi di interferenza e la dimostrazione che tali attività abbiano effettivamente determinato il risultato del referendum.
I precedenti governi britannici avevano dichiarato di non aver trovato prove di una “interferenza riuscita” nel referendum. Nel 2021 il governo ribadì ufficialmente al Parlamento di non aver visto evidenze che dimostrassero un impatto riuscito sul voto.
Già nel 2019, tuttavia, una commissione parlamentare aveva parlato di forti evidenze dell’attività di attori statali ostili nei processi democratici e aveva criticato la mancanza di analisi approfondite sull’influenza russa durante la campagna referendaria.
La questione resta quindi controversa: esistono evidenze di attività e campagne riconducibili a reti russe, ma l’effettivo impatto sul risultato del referendum del 2016 non è stato dimostrato pubblicamente in modo definitivo.
Il risultato del 2016 resta il nodo politico
Nel referendum del 23 giugno 2016, 17,4 milioni di britannici votarono per lasciare l’Unione Europea, contro 16,1 milioni favorevoli alla permanenza.
Quel risultato resta il principale argomento degli oppositori di un ritorno nell’UE senza una nuova consultazione popolare.
Conservatori e Reform UK accusano Burnham di voler aggirare il mandato espresso dagli elettori nel 2016, mentre i sostenitori del rientro sostengono che, dopo dieci anni, un nuovo mandato elettorale potrebbe legittimare una diversa scelta politica.
Il Regno Unito si avvicina comunque all’Europa
Parallelamente al dibattito sul rientro formale nell’UE, il governo Burnham sta già cercando di rafforzare i rapporti politici, economici e di sicurezza con i Paesi europei.
Durante l’incontro dell’8 ottobre con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Londra e Berlino hanno concordato di approfondire la cooperazione in materia di sicurezza, contrasto alle minacce ibride, sabotaggio, cyberattacchi e disinformazione.
Il governo britannico sta inoltre preparando un nuovo vertice con l’Unione Europea, nel quale dovrebbero essere affrontati commercio, mobilità giovanile, mercato del carbonio e cooperazione economica.
Rientro nell’UE: ipotesi ancora aperta
Per il momento, quindi, non esiste una decisione del governo britannico di rientrare nell’Unione Europea, né è stata definita una procedura politica per farlo.
Burnham ha però compiuto un passo significativo: ha riportato il tema del rientro nell’UE all’interno del dibattito politico ufficiale e non ha escluso che un futuro mandato elettorale possa essere utilizzato per procedere senza un referendum separato.
Il confronto è destinato a intensificarsi nei prossimi mesi, soprattutto in vista delle prossime elezioni generali e del nuovo vertice tra Londra e Bruxelles.
