(AGENPARL) - Roma, 29 Settembre 2026 - “CulturItalia non è un’alternativa: è l’unica possibilità”
Territori interni, overtourism, la nuova legge sul Made in Italy e il ruolo delle Pro Loco. Il Presidente Nazionale dell’Ente Pro Loco Italiane traccia la rotta di un turismo che torni a essere cultura e comunità.
Presidente Ciurleo, EPLI parla da tempo della necessità di “un nuovo modo di fare turismo”. Da dove nasce questa urgenza?
Nasce dalla constatazione di un fallimento. Per troppo tempo il turismo è stato pensato come un flusso da concentrare in poche mete iconiche, e oggi ne paghiamo il conto: città d’arte congestionate fino all’insostenibilità, centri storici trasformati in vetrine per il consumo rapido, residenti espulsi dai propri quartieri, servizi e prezzi tarati sul turista e non sulla comunità. L’overtourism non è un incidente di percorso, è la conseguenza diretta di un modello che ha scambiato la quantità per valore. E il rovescio della medaglia è l’abbandono dei territori interni, svuotati di popolazione e di prospettive. Sono due patologie apparentemente opposte, ma nascono dalla stessa radice malata. C’è un’Italia che non compare nelle grandi rotte turistiche ma che ne custodisce l’anima più autentica: quella dei territori interni, scrigni di tesori inesplorati, delle comunità che da generazioni presidiano un patrimonio fatto di tradizioni, saperi, paesaggi e memoria. È da lì che dobbiamo ripartire.
Lei parla di un modello da ripensare “dalle fondamenta”. Cosa non funziona, in concreto?
Anche il modo in cui gestiamo le risorse che il turismo genera. Pensi alla tassa di soggiorno: troppo spesso è stata trattata come un mero gettito da incamerare, secondo un approccio passivo e frammentario, incapace di trasformarsi in strategia. Si riscuote senza reinvestire in una visione, si accumula senza programmare, si subisce il flusso invece di governarlo. È il segno di un turismo che non pianifica, non mette in rete, non costruisce futuro. Un modello così non si aggiusta ai margini: va ripensato dalle fondamenta. La nostra convinzione di partenza è semplice: il turismo non è solo economia, è cultura, relazione, identità. Va rimesso al centro non la destinazione da spremere, ma la comunità che la abita.
A proposito di reti e di gestione: c’è chi sostiene che la strada sia costruire grandi reti di operatori. Non è anche questo un modo di mettere a sistema i territori?
Dipende da chi si mette al centro di quelle reti. Ed è qui che dobbiamo essere molto chiari, perché esistono associazioni e soggetti che cercano di spostare l’attenzione sulla creazione di reti che lasciano fuori i territori nella loro essenza. E l’essenza di un territorio è il suo abitante, la comunità che lo vive. Sono reti costruite per mettere a frutto soltanto interessi economici, non per dare al turista ciò che davvero cerca. È un’operazione che tradisce entrambi: tradisce la comunità, ridotta a comparsa sul proprio territorio, e tradisce il visitatore, a cui si vende un prodotto confezionato al posto di un’esperienza autentica. Fare rete è indispensabile, ma la rete deve nascere dal territorio e restituire valore al territorio. Altrimenti è solo un altro modo per estrarre ricchezza e portarla via.
Ha degli esempi concreti di questo cortocircuito?
Noi delle Pro Loco abbiamo il polso della situazione quotidianamente. Siamo sul territorio ogni giorno, viviamo le stagioni turistiche dall’interno, parliamo con gli operatori, con i cittadini, con i visitatori: siamo a conoscenza in tempo reale di quello che accade nei territori, molto prima e molto meglio di qualsiasi report. Ed è proprio questo osservatorio permanente che ci permette di dire le cose come stanno. L’estate 2026 lo ha mostrato con una chiarezza quasi brutale. Abbiamo visto presenze incredibili in aree del Paese a basso impatto pubblicitario, luoghi che non compaiono nelle grandi campagne eppure hanno attratto flussi importanti: la prova che la domanda di autenticità c’è, ed è enorme. Ma accanto a questo abbiamo visto anche l’esatto contrario: turisti, e in particolare quelli stranieri, letteralmente recintati dentro i villaggi, senza che venisse loro data la possibilità di vivere il territorio che li circondava. Ecco, io lo dico senza mezzi termini: questo non è turismo. Questo significa non lasciare alcuna economia sul territorio, e vuol dire fare male al territorio. Il turista viene, spende dentro un recinto, e riparte senza aver mai incontrato il paese, la sua gente, la sua cucina vera, le sue botteghe. La comunità ospitante non vede un euro e non vede un volto. È un modello che consuma i luoghi senza nutrirli. E noi, che quei territori li presidiamo tutti i giorni, non possiamo far finta di non vederlo.
È qui che entra in gioco il turismo esperienziale?
Esattamente. Il viaggiatore contemporaneo non cerca più il monumento da fotografare in fretta, e tantomeno il recinto. Cerca l’esperienza da vivere: vuole imparare un mestiere antico, partecipare a una festa di paese, camminare su un sentiero con chi lo percorre da sempre, sedersi a tavola dove il cibo racconta una storia. Il turismo esperienziale è oggi il segmento più ricercato in assoluto, ed è esattamente ciò che i territori interni sanno offrire meglio di chiunque altro. È un vantaggio competitivo che nessuna grande destinazione può replicare, perché non si costruisce a tavolino: nasce dalla comunità, dalla sua capacità di aprirsi e di raccontarsi.
I dati le danno ragione?
I numeri sono inequivocabili. Nel 2025 il turismo italiano ha toccato un record storico, con presenze complessive attorno ai 476-480 milioni. Ma il dato che ci interessa di più riguarda proprio i territori interni: le presenze nei piccoli borghi sono cresciute del 7% nel 2025, con un’attenzione sul web che ha superato i 94 milioni di ricerche online, e gli arrivi nei borghi hanno segnato un +12% rispetto al 2024. Il turismo interno vale ormai circa il 55% delle presenze totali. L’Italia è diventata la seconda nazione europea per presenze turistiche e la prima in Europa per permanenza media dei soggiorni, e questa crescita è sostenuta proprio dalla scelta di puntare sulla destagionalizzazione e sulla delocalizzazione dei flussi, valorizzando i piccoli Comuni e le aree interne. Si è cominciato persino a parlare di “undertourism”. La domanda è già cambiata: dobbiamo solo decidere se governarla noi, dai territori, o lasciare che la governi qualcun altro dall’esterno.
Veniamo a CulturItalia. In cosa consiste, in sostanza?
CulturItalia rovescia la prospettiva tradizionale. Non più il turista che consuma un luogo, ma il visitatore che entra in relazione con una comunità viva. Le Pro Loco, radicate in modo capillare in tutto il territorio nazionale, sono il presidio naturale di questo approccio: sono loro a conoscere le storie, i mestieri, le feste, i sapori e i sentieri che nessuna guida potrà mai raccontare fino in fondo. Significa costruire un’offerta turistica che nasce dal basso, valorizzare il patrimonio materiale e immateriale come esperienza autentica e non come cartolina da consumare, distribuire i flussi, dare ossigeno ai territori interni e restituire dignità economica e culturale a luoghi troppo a lungo considerati “minori”.
CulturItalia però non nasce in casa EPLI. Ci racconta com’è avvenuto l’incontro?
È giusto essere chiari e rendere merito a chi ha avuto la visione. Il modello CulturItalia è un’idea-progetto di FederComTur, l’Ente di riferimento con cui abbiamo stretto una collaborazione strutturata, ed è frutto della lungimiranza del suo Presidente e ideatore, Claudio Pisapia. È stato lui a intuire, prima di tanti altri, un vuoto normativo enorme: quello relativo alla valorizzazione delle cosiddette “destinazioni minori”, quelle realtà emergenti che il Piano Strategico del Turismo riconosce ma che nessuno strumento sapeva davvero mettere a sistema. Pisapia ha portato questa intuizione fino in Parlamento, con le audizioni in Commissione Attività produttive e Turismo, e ha avuto il merito di trasformare un’idea in legge dello Stato. Noi di EPLI abbiamo riconosciuto in quella visione la stessa cosa in cui crediamo da sempre, e ci siamo mossi di conseguenza.
Una collaborazione che si fonda quindi su una convergenza profonda.
Profondissima. FederComTur e CulturItalia mettono al centro le imprese e il partenariato pubblico-privato, noi mettiamo al centro le comunità e il volontariato: sono due facce della stessa medaglia, perché senza comunità viva non c’è impresa che tenga, e senza economia sana la comunità non sopravvive. Pisapia lo ha detto con parole molto chiare quando ha siglato il protocollo con noi: le Pro Loco sono l’avamposto delle identità locali sul territorio, e il modello CulturItalia, con le sue Destinazioni Pilota per la promozione identitaria, trova nel sistema EPLI il partner ideale. È una sinergia che unisce chi ha costruito la cornice normativa e chi, ogni giorno, quella cornice la riempie di vita.
Un modello che ha già trovato un riconoscimento normativo importante.
Sì, ed è il punto decisivo. Il modello CulturItalia ha ispirato — anzi, è diretta emanazione — dell’art. 31 della Legge 27 dicembre 2023, n. 206 sul Made in Italy, dedicato alla promozione dell’Italia come destinazione turistica. È lì che il legislatore ha recepito i due pilastri dell’approccio: il Sistema Turistico di Destinazione e la figura del Manager di Destinazione. Con il Sistema Turistico di Destinazione la logica cambia radicalmente: non più gestione passiva e frammentaria, ma una visione proattiva, strategica e partecipata, fondata sulla cooperazione tra tutti gli attori del territorio. La norma affida esplicitamente il compito di individuare e valorizzare le località minori dal forte potenziale, di creare itinerari secondari e di connettere i territori limitrofi: esattamente ciò che diciamo da anni.
E la figura del Manager di Destinazione?
È la vera novità sul piano della professionalizzazione. Il Manager di Destinazione non è un’etichetta: è una figura preparata, che conosce i territori dall’interno e ha il compito di metterli in rete, le comunità tra loro e ciascuna comunità con tutti gli attori pubblici e privati che vi operano. È la risposta a un vuoto che ha a lungo penalizzato l’Italia, perché era una figura professionale prima inesistente dal punto di vista normativo. Porta competenza, metodo e governance là dove troppo spesso ha regnato l’improvvisazione.
EPLI come si è posta di fronte a questa nuova cornice?
L’abbiamo sposata da subito. Abbiamo riconosciuto nel Sistema Turistico di Destinazione la cornice istituzionale del nostro modo di intendere il turismo. Ma abbiamo voluto fare un passo ulteriore, calando quel principio nella realtà concreta delle Pro Loco: accanto al Manager di Destinazione, l’Ente ha avviato la nuova figura dell’agente di comunità. È il ruolo essenziale che spetta ai nostri volontari. Sono loro i terminali vivi sul territorio, coloro che accolgono il visitatore, gli aprono le porte della comunità, gli fanno da ponte verso le persone, i luoghi e le tradizioni. L’agente di comunità è chi trasforma il modello in esperienza reale: raccoglie e custodisce il patrimonio immateriale, tesse le relazioni, rende possibile quel turismo esperienziale che nessun algoritmo e nessuna guida potranno mai sostituire. Se il Manager di Destinazione dà la regia strategica, l’agente di comunità mette il volto, la voce e le mani senza cui nessuna strategia diventa realtà. Ed è esattamente il contrario del recinto: è aprire il territorio, non chiuderlo.
Perché insiste tanto sulla parola “unica” quando parla di CulturItalia?
Perché non è un’esagerazione retorica, è la presa d’atto di una realtà. Di fronte alla crisi dell’overtourism e alla fragilità crescente dei territori interni, un turismo di comunità, sostenibile, professionalizzato e culturalmente radicato non è più un’alternativa desiderabile: è l’unica strada percorribile per garantire un futuro tanto ai territori quanto al settore turistico stesso. Le Pro Loco sono l’infrastruttura sociale già esistente su cui costruire questo cambiamento. Non serve inventare nulla dal nulla: serve riconoscere, sostenere e mettere a sistema un patrimonio associativo che opera da decenni al servizio delle comunità.
Un’ultima parola, Presidente.
CulturItalia non è solo un modello: è una proposta di civiltà. È un modo per dire che l’Italia dei territori interni non è un residuo del passato, ma una risorsa strategica per il presente e per il domani. E che il turismo, se torna a essere cultura e comunità, e non un recinto in cui rinchiudere le persone, può tornare a essere occasione di crescita per tutti. Con FederComTur e con la visione di Claudio Pisapia abbiamo la cornice; con le nostre Pro Loco abbiamo le mani e il cuore per riempirla. Noi ci crediamo, e siamo pronti a fare la nostra parte. Fino in fondo.
