(AGENPARL) - Roma, 25 Settembre 2026 - Per la prima volta nella storia dell’industria nucleare civile britannica, il numero degli occupati ha superato quota 100.000.
Non è soltanto una soglia simbolica.
È uno degli indicatori più evidenti della trasformazione che sta attraversando il settore energetico del Regno Unito: dopo decenni nei quali il nucleare europeo è stato associato soprattutto all’invecchiamento delle centrali e al loro smantellamento, Londra sta cercando di ricostruire una vera filiera industriale dell’atomo.
Secondo la Jobs Map 2026 della Nuclear Industry Association, il settore nucleare civile britannico conta oggi 102.606 occupati, contro 98.173 nel 2025 e appena 61.371 nel 2021.
In cinque anni significa una crescita del 67%, con 4.433 nuovi posti soltanto nell’ultimo anno.
Numeri che raccontano qualcosa di più profondo della costruzione di qualche nuova centrale.
Il Regno Unito sta cercando di trasformare il nucleare in una politica industriale.
Da 61.000 a oltre 102.000 occupati in cinque anni
La velocità della crescita è significativa.
Nel 2021 l’industria contava 61.371 lavoratori. Nel 2026 ha superato quota 102.000.
In appena cinque anni sono quindi entrate nella filiera più di 41.000 persone.
E non si tratta soltanto di ingegneri nucleari.
Dietro una centrale esiste un ecosistema industriale che comprende costruzioni, ingegneria civile, saldatura, componentistica, elettronica, sistemi di controllo, cybersecurity, logistica, manutenzione, gestione dei materiali, sicurezza, ricerca e formazione.
È questo uno degli aspetti economicamente più rilevanti dell’industria nucleare.
Un grande programma atomico non crea soltanto centrali.
Crea catene di fornitura.
Hinkley Point C è diventata una gigantesca fabbrica di competenze
Una parte importante della crescita occupazionale è stata trainata dal cantiere di Hinkley Point C.
La costruzione della centrale nel Somerset rappresenta uno dei maggiori progetti infrastrutturali del Paese e ha richiesto la formazione di migliaia di lavoratori specializzati.
Ma l’importanza industriale del progetto non si limita all’impianto che entrerà in funzione.
Hinkley sta formando la forza lavoro che il Regno Unito vuole utilizzare nei progetti successivi.
Ed è qui che emerge uno dei principi fondamentali dell’economia nucleare.
Il primo impianto è quasi sempre il più difficile.
Bisogna ricostruire competenze, qualificare fornitori, formare lavoratori e sviluppare procedure.
Se il progetto successivo utilizza tecnologie e competenze simili, una parte di quell’investimento può essere riutilizzata.
È esattamente ciò che Londra vuole fare con Sizewell C.
Sizewell C diventa il secondo pilastro
La futura centrale di Sizewell C, nel Suffolk, rappresenta il secondo grande pilastro della strategia britannica.
Il governo ha impegnato ingenti risorse nel progetto e la costruzione dovrebbe generare 10.000 posti di lavoro al picco, oltre a migliaia di occupati nella catena di fornitura nazionale.
Particolarmente significativo è il programma dedicato ai giovani: sono previsti 1.500 apprendistati durante la costruzione.
Non si tratta soltanto di trovare lavoratori per un singolo cantiere.
L’obiettivo è formare una generazione che possa successivamente lavorare nell’intera industria nucleare britannica.
Per un settore nel quale le centrali possono operare per sessant’anni o più, la disponibilità di competenze è importante quasi quanto la disponibilità di capitale.
Il nucleare diventa una politica del lavoro
Questo aiuta a spiegare perché il governo britannico descriva sempre più spesso il rilancio nucleare non soltanto come politica energetica, ma come politica industriale.
Un reattore produce elettricità.
Un programma nucleare produce anche ingegneri, saldatori specializzati, tecnici, progettisti, esperti di sicurezza e imprese certificate.
La differenza è sostanziale.
Acquistare energia significa sostenere un costo.
Costruire una filiera energetica significa contemporaneamente creare capacità produttiva.
È questa logica che Londra sta cercando di applicare ai nuovi progetti.
Il prossimo salto si chiama SMR
Ma la strategia britannica non si ferma alle grandi centrali.
Il progetto forse più importante per capire il futuro della filiera si trova nel Galles settentrionale.
A Wylfa, sull’isola di Ynys Môn, Great British Energy-Nuclear sta sviluppando il primo programma britannico di Small Modular Reactors con tecnologia Rolls-Royce SMR.
Il progetto prevede tre reattori e almeno 1,4 GW di capacità complessiva.
L’obiettivo è radicalmente diverso rispetto al tradizionale modello nucleare basato su giganteschi progetti costruiti uno alla volta.
Gli SMR vogliono portare nel nucleare la logica della produzione seriale.
Da centrale a prodotto industriale
La promessa degli SMR può essere riassunta in una parola: standardizzazione.
Una grande centrale nucleare tradizionale è in larga misura un progetto infrastrutturale unico.
Ogni sito presenta caratteristiche differenti e una parte significativa della costruzione avviene direttamente sul posto.
Il modello SMR cerca invece di spostare una quota maggiore del processo produttivo nelle fabbriche.
Componenti standardizzati, progettazione replicabile, catene di montaggio e una flotta di reattori costruiti secondo la stessa architettura.
Se il modello funzionasse, il nucleare potrebbe iniziare ad assomigliare meno alla costruzione di una diga e più alla produzione industriale di grandi sistemi tecnologici.
È una scommessa che deve ancora dimostrare pienamente la propria competitività commerciale.
Il Regno Unito ha però deciso di provarci su scala nazionale.
Wylfa diventa il laboratorio della nuova industria nucleare
Great British Energy-Nuclear e Rolls-Royce SMR hanno firmato nell’aprile 2026 il contratto per sviluppare i primi SMR britannici.
Il programma sta già producendo effetti sulla catena di fornitura.
GBE-N ha assegnato dal 2023 contratti per quasi 900 milioni di sterline, oltre il 70% dei quali è andato ad aziende registrate nel Regno Unito.
Il progetto dovrebbe sostenere circa 3.000 occupati sul sito durante il picco della costruzione, oltre a migliaia di ulteriori posti lungo la supply chain nazionale.
Il punto strategico è proprio questo.
Londra non vuole semplicemente installare SMR.
Vuole costruirli in larga parte attraverso l’industria britannica.
Rolls-Royce può trasformare il nucleare in un’industria da esportazione
Se il programma funzionerà, il mercato potenziale non sarà limitato al Regno Unito.
Rolls-Royce SMR punta infatti anche all’esportazione della propria tecnologia.
La società ha già ottenuto importanti risultati nelle selezioni europee, mentre il governo britannico considera gli SMR una possibile industria di esportazione strategica.
In questa prospettiva Wylfa assume una funzione molto più ampia.
Non sarebbe semplicemente il luogo nel quale produrre elettricità.
Diventerebbe la dimostrazione industriale di una tecnologia che il Regno Unito potrebbe successivamente vendere ad altri Paesi.
È la stessa logica utilizzata da decenni nell’aerospazio e nella difesa: utilizzare il mercato domestico per costruire una tecnologia nazionale e poi trasformarla in esportazione.
Il nucleare britannico è distribuito sul territorio
Un altro dato della Nuclear Industry Association è particolarmente significativo: l’86% degli occupati del settore si trova fuori da Londra e dal Sud-Est dell’Inghilterra.
Il nucleare britannico ha quindi una geografia profondamente industriale.
North West, South West, Galles, Scozia e altre regioni ospitano centrali, siti di decommissioning, aziende della supply chain e centri di ricerca.
Questo rende la politica nucleare anche uno strumento di sviluppo territoriale.
Molti dei posti creati sono localizzati lontano dai tradizionali centri finanziari e tecnologici del Paese.
Per comunità che hanno subito decenni di deindustrializzazione, una grande infrastruttura energetica può significare decenni di occupazione relativamente stabile.
Le vecchie centrali continuano a produrre lavoro
Il boom occupazionale non deriva soltanto dalle nuove costruzioni.
Le centrali nucleari ancora operative sostengono migliaia di posti di lavoro e continuano a fornire elettricità programmabile alla rete britannica.
Anche quando un reattore smette di produrre energia, inoltre, l’occupazione non scompare immediatamente.
Comincia un’altra industria.
Quella del decommissioning.
Smantellare una centrale può richiedere decenni
Il Regno Unito possiede uno dei programmi di decommissioning nucleare più estesi al mondo.
Vecchi siti devono essere messi in sicurezza, il combustibile deve essere gestito, le strutture contaminate devono essere trattate e i materiali devono essere classificati e stoccati.
È un lavoro che può durare decenni.
E richiede competenze estremamente specializzate.
Questo significa che l’economia nucleare non termina quando una centrale viene spenta.
La filiera continua nella gestione del combustibile, dei rifiuti e delle infrastrutture.
Per il Regno Unito questa esperienza rappresenta anche una competenza potenzialmente esportabile, perché molti Paesi dovranno affrontare nei prossimi decenni lo smantellamento delle proprie centrali più vecchie.
Poi c’è la fusione
La strategia britannica guarda ancora più avanti.
Nell’Oxfordshire opera la UK Atomic Energy Authority, uno dei principali poli mondiali di ricerca sulla fusione.
Quasi 3.000 persone lavorano nell’ecosistema UKAEA.
Parallelamente il governo ha sostenuto il progetto STEP, destinato a sviluppare un impianto dimostrativo di fusione nell’area della precedente centrale a carbone di West Burton, nel Nottinghamshire.
L’obiettivo è costruire non soltanto un esperimento scientifico, ma un ecosistema industriale.
Anche qui il principio è lo stesso.
Le tecnologie energetiche del futuro richiedono competenze molti anni prima di produrre il primo kilowattora commerciale.
Fissione, SMR, fusione e decommissioning
È questa combinazione a rendere particolarmente interessante il modello britannico.
Il Paese sta cercando di mantenere contemporaneamente quattro filiere.
Le grandi centrali convenzionali.
I piccoli reattori modulari.
La gestione e lo smantellamento degli impianti esistenti.
E la ricerca sulla fusione.
Non tutte queste tecnologie produrranno necessariamente i risultati economici attesi.
Gli SMR devono ancora dimostrare la propria competitività su larga scala. I grandi reattori rimangono progetti costosi e complessi. La fusione commerciale presenta ancora enormi incognite tecnologiche.
Ma dal punto di vista industriale la strategia ha una logica precisa: evitare che il Paese perda competenze nucleari mentre aspetta di sapere quali tecnologie domineranno il mercato futuro.
Il vero collo di bottiglia potrebbe diventare il personale
Il superamento dei 100.000 occupati porta però con sé un problema.
Più progetti vengono avviati contemporaneamente, maggiore diventa la competizione per lavoratori qualificati.
Ingegneri nucleari, saldatori certificati, project manager, tecnici di sicurezza e specialisti della qualità non possono essere formati in poche settimane.
La forza lavoro può quindi diventare uno dei principali colli di bottiglia dell’espansione nucleare.
È per questo che gli apprendistati di Sizewell C e i programmi di formazione assumono un’importanza strategica.
Una centrale può essere finanziata.
Un reattore può essere acquistato.
Ma senza migliaia di persone capaci di costruirlo, certificarlo e mantenerlo, il capitale non basta.
Il dato dei 100.000 è quindi più importante di quanto sembri
Il presidente del Nuclear Institute, Adrian Bull, ha sottolineato proprio il valore simbolico del superamento delle sei cifre.
E il significato industriale del numero è difficile da ignorare.
Nel 2021 il settore impiegava poco più di 61.000 persone.
Cinque anni dopo ne impiega oltre 102.000.
La differenza rappresenta decine di migliaia di competenze che ora esistono all’interno dell’economia britannica.
Se Hinkley Point C fosse rimasto un progetto isolato, molte di quelle competenze avrebbero rischiato di disperdersi una volta terminato il cantiere.
Sizewell C e Wylfa cambiano l’equazione.
Creano continuità.
È la continuità che costruisce una filiera
Ed è probabilmente questa la lezione più importante anche per gli altri Paesi europei che stanno rivalutando il nucleare.
Una centrale non crea automaticamente un’industria nucleare nazionale.
Una sequenza di progetti può farlo.
Se un Paese costruisce un reattore e poi aspetta vent’anni prima di costruire quello successivo, fornitori e lavoratori devono continuamente ricominciare.
Le competenze si disperdono.
Le imprese escono dal mercato.
La standardizzazione viene perduta.
I costi aumentano.
Se invece esiste una pipeline prevedibile di progetti, le aziende possono investire in fabbriche, formazione e personale sapendo che esisterà una domanda futura.
È questa la logica che il Regno Unito sta cercando di ricostruire.
Dal costo dell’elettricità al valore industriale dell’energia
Il dibattito sul nucleare viene spesso ridotto al costo del megawattora.
È una metrica fondamentale, ma non è l’unica.
Un programma energetico può avere effetti anche su occupazione, supply chain, sicurezza energetica, esportazioni, ricerca e sviluppo territoriale.
Questo non significa che tali benefici rendano automaticamente conveniente qualsiasi progetto nucleare: costi, ritardi e rischi finanziari rimangono elementi decisivi.
Significa però che valutare una politica nucleare esclusivamente attraverso il prezzo dell’elettricità rischia di ignorare una parte della sua dimensione economica.
Il Regno Unito sta facendo una scelta molto precisa.
Sta cercando di utilizzare la necessità di costruire nuova capacità energetica per ricostruire contemporaneamente capacità industriale.
Da 100.000 lavoratori al prossimo milione di megawattora
Il record occupazionale del 2026 rappresenta quindi un punto di passaggio, non un punto d’arrivo.
Hinkley Point C è ancora in costruzione.
Sizewell C sta aumentando la propria forza lavoro.
Il programma SMR di Wylfa deve ancora entrare nella fase più intensa.
Il decommissioning continuerà per decenni.
E la fusione rimane una scommessa di lungo periodo.
Il vero test arriverà quando questi programmi dovranno trasformare decine di migliaia di nuovi posti di lavoro in centrali completate, energia disponibile e tecnologie esportabili.
Perché assumere 100.000 persone dimostra che un’industria si sta espandendo.
Riuscire a trasformare quelle competenze in una filiera capace di costruire reattori in serie, rispettare tempi e costi ed esportare tecnologia dirà se il Regno Unito avrà davvero ricostruito una potenza industriale nucleare.
