(AGENPARL) - Roma, 23 Settembre 2026 - Le ultime proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato confermano quello che molti temevano: l’asticella dell’età pensionabile continua a spostarsi in avanti, verso i 67 anni e mezzo entro il 2029, con un incremento parallelo dei requisiti per il pensionamento anticipato.
Se letta isolatamente, questa notizia verrebbe liquidata come un mero automatismo demografico-attuariale legato alla speranza di vita. Ma se inseriamo questo tassello in un quadro olistico insieme alle recenti cronache economiche — pressione fiscale reale ai massimi storici, deficit strutturale sotto costante procedura di vigilanza europea, ticket sanitari in aumento e sanità pubblica costretta a liste d’attesa interminabili — emerge una fotografia molto più inquietante: quella di uno Stato diventato bulimico ed eccessivamente ingombrante nella vita di cittadini e imprese.
Uno Stato che chiede costantemente di più, offrendo sistematicamente di meno.
La rottura del patto sociale
Il patto implicito su cui si fonda un’economia di mercato a forte impronta sociale — il modello welfare europeo — è semplice: pago imposte elevate per avere in cambio servizi pubblici efficienti, protezione sanitaria universale, infrastrutture competitive e la certezza di una vecchiaia dignitosa.
Oggi questo patto si sta sgretolando su tre fronti critici:
● Lavorare di più, per assegni più magri: Non solo si esce più tardi dal mondo del lavoro, ma con il passaggio generalizzato al sistema
contributivo l’assegno previdenziale sarà sensibilmente ridotto rispetto all’ultimo stipendio percepito.
● La privatizzazione forzata dei servizi essenziali: Con il Servizio Sanitario Nazionale in affanno e l’aumento dei costi delle prestazioni a carico dell’utente (ticket o visite private forzate dai tempi d’attesa), i cittadini pagano due volte: prima attraverso l’IRPEF e le addizionali locali, poi attingendo direttamente ai propri risparmi o a polizze private.
● Salari al palo e cuneo fiscale asfissiante: A fronte di un costo del lavoro tra i più rigidi d’Europa, i salari netti restano compressi dall’inflazione e dalla debole produttività, togliendo ossigeno ai consumi ed erodendo la capacità di accumulo delle giovani generazioni.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: lo Stato assorbe risorse vitali dal circuito economico privato per destinarle a spesa corrente e al rifinanziamento degli interessi sul debito, senza innescare investimenti a effetto moltiplicatore.
Le ricadute sulle imprese: un freno alla competitività
Per chi opera nella consulenza strategica d’impresa e tocca con mano le dinamiche quotidiane delle nostre PMI, questo scenario si traduce in un freno strutturale alla crescita:
● Meno potere d’acquisto interno: Famiglie costrette a coprire privatamente i costi di salute, istruzione e previdenza riducono la propensione a consumare beni e servizi.
● Difficoltà nel ricambio generazionale: Trattenere i lavoratori fino a quasi 68 anni senza reale flessibilità rallenta l’ingresso di nuove competenze (digitale, intelligenza artificiale, transizione verde) nelle funzioni chiave aziendali.
● Fuga di capitale umano: I giovani professionisti e i profili ad alto potenziale cercano opportunità all’estero, dove il rapporto tra carico fiscale, retribuzione netta e servizi di welfare è sensibilmente più vantaggioso.
Che fare? Verso un’agenda politica e programmatica coraggiosa
Non possiamo continuare ad affrontare un problema di declino sistemico con micro-ritocchi burocratici o misure tampone a termine. Serve una visione politica e industriale che ridefinisca il perimetro e la qualità dell’azione pubblica:
1. Dalla spesa corrente alla produttività: Ridurre il perimetro dello Stato gestore per liberare risorse su istruzione tecnica, ricerca applicata, infrastrutture logistiche e transizione digitale. Lo Stato deve agire da abilitatore strategico, non da freno asfissiante.
2. Welfare aziendale e previdenza complementare come pilastri sistemici: È indispensabile defiscalizzare integralmente e rendere strutturali gli investimenti in fondi pensione integrativi e casse sanitarie contrattuali, alleggerendo la pressione sul sistema pubblico e alimentando capitale paziente domestico.
3. Patto per la produttività e il merito: Tagliare il cuneo fiscale in maniera decisa e definitiva, parametrando le premialità e le agevolazioni per le aziende a concreti investimenti in innovazione tecnologica, crescita dimensionale e incrementi retributivi reali.
Continuare ad alzare l’età di uscita dal lavoro e a caricare costi sui cittadini senza una contemporanea restituzione di valore non è una strategia di sostenibilità economica: è solo la proroga di una crisi di fiducia. È tempo di pretendere che la finanza pubblica torni a essere al servizio dello sviluppo del Paese, e non il contrario.
Gian Franco Murrone Strategy & Business Advisor | Board Member & Public Affairs
