(AGENPARL) - Roma, 12 Settembre 2026 - L’Arabia Saudita sta costruendo una trasformazione energetica che, a prima vista, può sembrare paradossale: uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio vuole ridurre drasticamente il consumo di greggio all’interno dei propri confini.
La ragione è soprattutto economica. Ogni barile che non viene bruciato in una centrale elettrica, in un impianto industriale o per produrre acqua desalinizzata può essere esportato, raffinato, trasformato in prodotti petrolchimici o destinato ad attività con un valore maggiore.
L’obiettivo di Riad è sostituire entro il 2030 oltre un milione di barili al giorno di combustibili liquidi utilizzati nell’economia domestica. Ma sarebbe sbagliato attribuire questo risultato principalmente al nucleare. Nel corso di questo decennio il lavoro più pesante sarà svolto dal gas naturale e dalle energie rinnovabili. L’atomo rappresenta piuttosto la seconda fase della strategia: quella che potrebbe diventare decisiva dopo il 2030, quando la domanda elettrica saudita sarà ancora maggiore.
È qui che il programma nucleare assume una dimensione che va ben oltre la semplice diversificazione energetica.
Il paradosso saudita: produrre petrolio per poi bruciarlo
L’Arabia Saudita possiede alcune delle più grandi riserve petrolifere del pianeta, ma una parte significativa di questa risorsa viene ancora consumata per produrre elettricità.
Il fenomeno raggiunge il massimo durante l’estate, quando temperature estreme fanno impennare l’utilizzo dell’aria condizionata. Nel giugno 2024 il consumo combinato di greggio e olio combustibile per la produzione energetica saudita ha raggiunto circa 1,42 milioni di barili al giorno.
La dimensione del fenomeno spiega perché eliminare progressivamente il petrolio dal sistema elettrico sia diventato un obiettivo strategico.
Non significa necessariamente produrre meno petrolio. Potenzialmente significa il contrario: rendere disponibile sul mercato una quota maggiore della produzione nazionale.
Per un Paese la cui influenza economica e geopolitica continua a dipendere fortemente dagli idrocarburi, sostituire il petrolio bruciato internamente rappresenta quindi una forma di ottimizzazione del patrimonio energetico.
Prima il gas: la scommessa gigantesca su Jafurah
La prima risposta saudita è il gas naturale.
Aramco ha avviato alla fine del 2025 la produzione dal giacimento non convenzionale di Jafurah, uno dei pilastri della futura politica energetica del Regno. L’obiettivo della compagnia è aumentare la capacità di produzione di gas destinato alla vendita di circa l’80% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2021.
Jafurah dovrebbe progressivamente arrivare a circa 2 miliardi di piedi cubi standard di gas al giorno entro il 2030, oltre a importanti volumi di etano, condensati e altri liquidi.
È questo il primo pezzo del puzzle: sostituire il petrolio nelle centrali elettriche con gas prodotto internamente.
Il secondo è rappresentato dalle rinnovabili, soprattutto dal solare, una risorsa di cui il Paese dispone in abbondanza.
Ma né il gas né il solare chiudono completamente il problema.
Perché Riad vuole anche il nucleare
Il nucleare risponde a una necessità diversa: produrre grandi quantità di elettricità continuamente, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche.
È particolarmente importante in un’economia che vuole espandere industria, desalinizzazione, infrastrutture digitali e, sempre di più, intelligenza artificiale.
La domanda elettrica mondiale sta entrando in una fase di accelerazione strutturale e l’Agenzia internazionale dell’energia individua tra i principali motori proprio l’industria, il condizionamento, l’elettrificazione e i data center.
In Arabia Saudita il problema è amplificato dalle condizioni climatiche e dalla velocità con cui il governo intende trasformare l’economia attraverso Vision 2030.
Per questo la questione non è semplicemente scegliere tra nucleare e solare. È costruire un sistema in cui fonti differenti svolgano funzioni differenti.
Il solare può produrre enormi quantità di energia a basso costo durante il giorno. Il gas può garantire flessibilità. Il nucleare può fornire produzione stabile per migliaia di ore all’anno.
Una centrale da 2,8 GW può liberare oltre 100 mila barili al giorno
Il progetto più concreto riguarda Duwaiheen, sulla costa del Golfo.
L’Arabia Saudita sta valutando una centrale composta da due reattori di circa 1,4 GW ciascuno, per una capacità complessiva nell’ordine dei 2,8 GW. Il sito ha già ricevuto una licenza preparatoria e diversi fornitori internazionali sono stati coinvolti nelle fasi preliminari del progetto.
La dimensione energetica è significativa.
Un impianto da 2,8 GW, con un fattore di capacità vicino al 90%, potrebbe produrre circa 22 TWh di elettricità ogni anno.
Se tutta questa produzione sostituisse centrali alimentate a petrolio, l’equivalente teorico potrebbe superare i 100.000 barili al giorno.
Naturalmente si tratta di un limite teorico. Una parte dell’elettricità nucleare potrebbe infatti soddisfare nuova domanda invece di sostituire direttamente il petrolio, oppure competere con gas e rinnovabili.
Ma il dato consente di capire la scala economica dell’operazione.
Il petrolio risparmiato diventa capacità esportabile
È questo uno degli aspetti più interessanti dell’intera strategia.
Il nucleare saudita non dovrebbe essere letto soltanto come uno strumento di decarbonizzazione.
Può diventare indirettamente uno strumento per aumentare la quantità di idrocarburi disponibile per attività economicamente più redditizie.
Un barile bruciato per produrre elettricità all’interno del Regno genera un determinato valore. Lo stesso barile esportato, raffinato o trasformato in prodotti petrolchimici può generare un valore economico differente.
Per Riad, quindi, la diversificazione delle fonti energetiche non coincide necessariamente con un disimpegno dal petrolio.
Può servire, al contrario, a massimizzare il valore del petrolio.
L’accordo nucleare con Washington cambia lo scenario
Un passaggio decisivo è arrivato il 22 luglio 2026, quando Stati Uniti e Arabia Saudita hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile.
Il cosiddetto “123 Agreement” crea il quadro giuridico attraverso il quale aziende statunitensi possono fornire tecnologia, materiali e servizi nucleari al Regno. Il Dipartimento dell’Energia americano lo descrive come la base per una collaborazione pluridecennale e potenzialmente multimiliardaria.
Il documento è stato successivamente trasmesso al Congresso statunitense per il processo previsto dalla legislazione americana. La documentazione congressuale relativa all’accordo è stata formalizzata alla fine di agosto.
Washington vuole evitare che il mercato nucleare saudita venga conquistato interamente da concorrenti come Cina, Russia, Corea del Sud o Francia.
Per gli Stati Uniti, dunque, la partita è contemporaneamente commerciale, tecnologica e geopolitica.
Ma il nucleare non risolverà il problema del 2030
Qui emerge la principale contraddizione temporale della strategia saudita.
Riad vuole sostituire oltre un milione di barili al giorno di combustibili liquidi entro il 2030.
Ma non esiste ancora un fornitore definitivamente selezionato per la prima grande centrale nucleare e non è stato definito un calendario completo di costruzione.
Di conseguenza, è difficile immaginare che il nucleare possa fornire un contributo sostanziale entro la fine di questo decennio.
La riduzione del consumo petrolifero prima del 2030 dipenderà soprattutto dalla crescita del gas, dall’espansione delle rinnovabili e dall’efficienza del sistema energetico.
Il nucleare appartiene invece alla fase successiva.
Ed è precisamente questo che rende interessante la strategia saudita: Riad sta costruendo oggi il sistema energetico di cui avrà bisogno negli anni Trenta e Quaranta.
Il vero problema è la crescita della domanda
L’Arabia Saudita non sta semplicemente sostituendo vecchie centrali.
Sta contemporaneamente costruendo nuove città, industrie, impianti di desalinizzazione, infrastrutture digitali e progetti tecnologici.
Questo significa che una parte della nuova capacità energetica rischia di essere assorbita dalla crescita della domanda anziché tradursi in una riduzione equivalente del consumo di petrolio.
È uno dei punti spesso trascurati quando si calcola quanti barili possa “liberare” una centrale nucleare.
Se l’economia saudita consuma sempre più elettricità, una nuova centrale può evitare che aumenti il consumo di gas o petrolio senza necessariamente ridurlo in termini assoluti.
Il successo della strategia dipenderà quindi dalla velocità con cui la nuova capacità verrà installata rispetto alla crescita della domanda.
Energia nucleare e geopolitica
C’è infine un’altra dimensione.
Un programma nucleare civile di grandi dimensioni nel Golfo non è mai soltanto una questione energetica.
Coinvolge sicurezza, controllo del combustibile nucleare, salvaguardie internazionali, rapporti con gli Stati Uniti e competizione strategica con l’Iran.
L’Arabia Saudita ha già rafforzato la propria infrastruttura istituzionale e normativa nucleare e il programma nazionale prevede non soltanto grandi reattori, ma anche ricerca sugli SMR e sviluppo delle competenze nel ciclo del combustibile.
È per questo che il percorso potrebbe essere molto più lungo di quanto suggeriscano gli annunci politici.
Il nucleare come moltiplicatore del petrolio
La trasformazione saudita contiene dunque un apparente paradosso.
Uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo investe miliardi nel gas, nel solare e nel nucleare.
Ma non necessariamente perché voglia abbandonare il petrolio.
La strategia può essere letta esattamente al contrario.
Riad vuole evitare di consumare all’interno del Paese una risorsa che può essere venduta o trasformata con maggiore valore aggiunto sui mercati internazionali.
Nel breve termine saranno gas e rinnovabili a sostenere questa transizione. Nel lungo periodo il nucleare potrebbe diventare il terzo pilastro del sistema.
La questione decisiva sarà quindi il tempo.
Se la prima centrale entrerà in funzione quando la domanda elettrica avrà già compiuto un altro salto, il nucleare servirà soprattutto a evitare nuovi consumi di combustibili fossili.
Se invece Riad riuscirà a costruire capacità nucleare abbastanza rapidamente e su scala sufficientemente ampia, l’atomo potrebbe realmente trasformarsi in un moltiplicatore della capacità petrolifera esportabile saudita.
Ed è questa, più della decarbonizzazione, una delle ragioni economiche profonde per cui l’Arabia Saudita ha deciso di entrare seriamente nella partita nucleare.
