(AGENPARL) - Roma, 7 Settembre 2026 - Si riaccende in Europa il dibattito sulla concorrenza cinese e sul futuro dell’industria manifatturiera. Al centro dello scontro questa volta c’è Eurometal, associazione europea del settore siderurgico e metallurgico, che ha denunciato il rischio di una progressiva “colonizzazione” dell’industria europea da parte dei produttori cinesi di componenti e ha annunciato una protesta simbolica a Bruxelles.
Secondo quanto riportato dal Guardian, Eurometal intende portare davanti alla sede della Commissione europea una processione con dieci bare simboliche, accompagnate da scritte come “competitività dell’UE”, “posti di lavoro nell’industria” e “fabbriche europee”. L’obiettivo è attirare l’attenzione delle istituzioni comunitarie sui rischi che, secondo l’associazione, derivano dalla crescente presenza cinese nelle catene di approvvigionamento europee.
Da Pechino, tuttavia, arriva una lettura radicalmente diversa. Esperti cinesi considerano la retorica sulla “colonizzazione” una rappresentazione distorta della normale concorrenza internazionale e sostengono che possa diventare un argomento politico per giustificare nuove misure protezionistiche.
Eurometal lancia l’allarme sull’industria europea
Le preoccupazioni dell’associazione non riguardano soltanto l’importazione di prodotti finiti. Il punto centrale è la crescente presenza di aziende cinesi nella fornitura di componenti, metalli, prodotti chimici e beni intermedi utilizzati dalla manifattura europea.
Alexander Julius, presidente di Eurometal, sostiene che la Cina punti a occupare segmenti sempre più avanzati delle catene globali del valore, passando dal ruolo di fornitore di materie prime a quello di produttore di componenti e prodotti finiti.
Secondo questa interpretazione, il rischio per l’Europa sarebbe quello di perdere progressivamente capacità produttiva, occupazione e autonomia industriale. Eurometal chiede quindi alla Commissione europea di valutare non soltanto l’impatto delle importazioni cinesi di prodotti finali, ma anche quello delle forniture collocate più a monte nelle catene produttive.
Jian Junbo: «La protesta delle bare è una trovata politica»
La risposta degli studiosi cinesi è particolarmente critica. Jian Junbo, direttore del Centro per le relazioni Cina-Europa dell’Università di Fudan, contesta innanzitutto l’utilizzo della parola “colonizzazione”.
Secondo Jian, associare l’ascesa della Cina nelle catene globali del valore al colonialismo significherebbe confondere due fenomeni profondamente diversi: da una parte un sistema storico fondato sulla coercizione politica e sul dominio; dall’altra la competizione economica contemporanea, nella quale imprese e Paesi cercano di migliorare la propria posizione attraverso tecnologia, produttività, prezzi e capacità industriale.
L’esperto cinese considera inoltre la manifestazione con le bare una “trovata politica” incapace di affrontare il problema fondamentale: la perdita di competitività di alcuni comparti industriali europei.
Se un’economia conquista quote di mercato grazie a progressi tecnologici, vantaggi di costo e domanda dei consumatori, sostiene Jian, ciò dovrebbe essere interpretato innanzitutto come un risultato della concorrenza.
Il nodo delle catene di approvvigionamento
Anche Zhou Mi, ricercatore presso l’Accademia cinese per il commercio internazionale e la cooperazione economica, respinge l’equazione tra integrazione delle filiere e “colonizzazione”.
La cooperazione industriale tra Cina ed Europa, sostiene Zhou, si basa principalmente sulla domanda del mercato e sulla complementarità tra le rispettive economie.
La Cina, inoltre, non esporta verso l’Europa esclusivamente prodotti finiti. Una parte importante degli scambi riguarda materie prime, semilavorati, componenti e beni intermedi utilizzati direttamente dalle aziende europee.
Da questa prospettiva, imporre indiscriminatamente nuove barriere potrebbe avere un effetto contrario a quello desiderato: aumentare i costi degli input per le imprese europee e rendere meno efficienti alcune filiere produttive.
Il dato della BCE sugli input cinesi
Particolarmente significativo nel dibattito è il riferimento a uno studio della Banca Centrale Europea del 2026, secondo il quale una maggiore esposizione alle importazioni di beni intermedi provenienti dalla Cina è stata associata a un incremento di 0,6 punti percentuali della crescita della produzione industriale dell’UE.
Il dato suggerisce una realtà più complessa rispetto alla semplice contrapposizione tra industria europea e importazioni cinesi.
Input intermedi meno costosi possono infatti ridurre i costi sostenuti dalle imprese, migliorare la competitività delle produzioni successive e sostenere la capacità manifatturiera europea. Allo stesso tempo, una dipendenza eccessiva da fornitori esterni in settori strategici continua a rappresentare una delle principali preoccupazioni della politica industriale europea.
La battaglia per risalire la catena del valore
Dietro la controversia emerge una trasformazione strutturale dell’economia cinese. Per decenni la Cina è stata identificata soprattutto come piattaforma manifatturiera caratterizzata da costi relativamente contenuti. Oggi Pechino punta invece a conquistare segmenti tecnologicamente più avanzati e a maggiore valore aggiunto.
Secondo Jian, non c’è nulla di anomalo in questa evoluzione. Cina, India, Sudafrica e qualsiasi altra economia emergente hanno il diritto di tentare di migliorare la propria posizione nelle catene globali del valore.
La questione diventa quindi particolarmente delicata per l’Europa: distinguere tra pratiche commerciali effettivamente scorrette, che possono giustificare interventi conformi alle regole internazionali, e una concorrenza più efficiente che richiede invece investimenti, innovazione e trasformazione dell’industria europea.
OMC, concorrenza e rischio protezionismo
Zhou richiama anche i principi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sostenendo che le associazioni industriali dovrebbero guardare alla competitività complessiva e di lungo periodo del proprio settore invece di concentrarsi esclusivamente sulla protezione delle aziende nazionali.
Per gli esperti cinesi, trasformare la normale concorrenza economica in uno scontro politico potrebbe spingere l’Europa verso un protezionismo crescente senza risolvere le cause strutturali delle sue difficoltà industriali.
La posizione europea, tuttavia, nasce da preoccupazioni altrettanto concrete: occupazione, sicurezza economica, dipendenze strategiche e capacità di mantenere sul continente produzioni considerate essenziali.
È proprio questa tensione a rendere sempre più complesso il rapporto economico tra Bruxelles e Pechino. L’UE cerca di proteggere la propria base industriale e ridurre le dipendenze considerate rischiose; la Cina rivendica invece il diritto delle proprie imprese a competere nei mercati internazionali e considera molte delle nuove restrizioni europee una forma di protezionismo.
La sfida per Bruxelles sarà quindi rafforzare la competitività industriale europea senza trasformare la necessaria tutela contro eventuali distorsioni del mercato in una chiusura generalizzata verso la seconda economia mondiale.
