(AGENPARL) - Roma, 6 Settembre 2026 - Mel Gibson vuole andare oltre ciò che il pubblico vide ne La Passione di Cristo. Con il nuovo progetto cinematografico dedicato alla Resurrezione, il regista premio Oscar intende affrontare non soltanto gli eventi successivi alla crocifissione di Gesù, ma anche gli spazi narrativi che i testi evangelici lasciano aperti, ricorrendo a una ricostruzione cinematografica che, secondo Gibson, dovrà rimanere coerente con la tradizione cristiana pur spingendosi verso territori non descritti dettagliatamente nelle Scritture.
Il progetto, concepito come un’opera in due parti, si annuncia molto più vasto del film del 2004. La narrazione dovrebbe attraversare la dimensione terrena e quella soprannaturale, arrivando alla caduta degli angeli, allo Sheol, all’Inferno e perfino a una dimensione precedente alla Creazione.
«Ci sono molte cose che non sono state scritte», ha spiegato Gibson parlando dei racconti evangelici e della possibilità di esplorare cinematograficamente ciò che potrebbe essere accaduto negli intervalli lasciati dalla narrazione biblica.
Gibson e le “lacune” dei Vangeli
Il punto di partenza del regista è l’osservazione che i Vangeli non pretendono di offrire una cronaca completa di ogni giorno della vita e dell’attività di Gesù.
Gibson richiama in particolare la conclusione del Vangelo di Giovanni, dove viene affermato che Gesù compì molte altre cose e che, se fossero state scritte una per una, il mondo stesso non sarebbe stato sufficiente a contenere i libri che ne sarebbero derivati.
Da qui nasce l’idea cinematografica: utilizzare gli spazi lasciati aperti dal racconto evangelico per immaginare eventi, ambienti e passaggi narrativi compatibili, secondo il regista, con il quadro teologico cristiano.
«Si possono osservare queste cose e chiedersi: “Chissà cosa c’era intorno?”», ha spiegato Gibson, parlando della possibilità di analizzare il contesto e formulare ipotesi su ciò che potrebbe essere avvenuto.
Il regista pone però un limite preciso alla propria libertà creativa: non intende utilizzare questi spazi per contraddire quello che definisce «l’insegnamento ortodosso», ma per valorizzare cinematograficamente quanto contenuto nella tradizione.
Una precisazione: i Vangeli sinottici sono Matteo, Marco e Luca
Nelle dichiarazioni attribuite a Gibson compare un’imprecisione terminologica che merita di essere chiarita: tradizionalmente, nel linguaggio biblico e teologico, i tre Vangeli sinottici sono Matteo, Marco e Luca, non Marco, Luca e Giovanni.
Sono chiamati “sinottici” perché presentano numerose somiglianze nella struttura, negli episodi narrati e, in molti casi, nella formulazione dei racconti, tanto da poter essere studiati parallelamente.
Giovanni costituisce invece una tradizione evangelica significativamente diversa per struttura, linguaggio e impostazione teologica.
Il riferimento di Gibson a Giovanni rimane comunque importante per il suo ragionamento proprio perché il quarto Vangelo afferma esplicitamente che la documentazione scritta non esaurisce tutto ciò che Gesù fece.
Non soltanto la Resurrezione
Il titolo potrebbe far pensare a una narrazione concentrata sui tre giorni tra la morte e la Resurrezione e sulle apparizioni di Cristo risorto. Ma Gibson sembra avere in mente qualcosa di considerevolmente più ambizioso.
La storia dovrebbe muoversi attraverso epoche, luoghi e dimensioni differenti.
«Per raccontare davvero la storia nel modo giusto si debba partire dalla caduta degli angeli», ha spiegato il regista.
Questo significa portare sullo schermo un universo che La Passione di Cristo aveva soltanto suggerito attraverso simboli e immagini: il conflitto spirituale che, nella prospettiva cristiana adottata dal film, accompagna gli avvenimenti terreni.
Gibson ha parlato apertamente della necessità di «andare all’Inferno» e di rappresentare lo Sheol, termine biblico riferito al regno dei morti.
La Resurrezione diventa quindi, nella concezione del regista, il centro di una storia cosmica molto più vasta.
«Saremo nel firmamento prima della Creazione»
È forse questa l’affermazione che meglio fa comprendere l’ambizione visiva del progetto.
«Sarai nel firmamento prima della Creazione», ha anticipato Gibson, descrivendo un film che dovrebbe attraversare differenti piani dell’esistenza.
Il regista parla dell’«Inferno dei giusti» e dell’«Inferno dei dannati», facendo riferimento a concetti che richiamano tradizioni teologiche sviluppatesi attorno alla discesa di Cristo nel regno dei morti.
Dal punto di vista cinematografico, significa affrontare una sfida enorme.
La Passione di Cristo era un’opera prevalentemente fisica: Gerusalemme, il processo, la flagellazione, il percorso verso il Golgota e la crocifissione costituivano il cuore della narrazione. Il soprannaturale era presente, ma spesso attraverso immagini simboliche.
La Resurrezione, al contrario, sembra destinata a rendere il soprannaturale uno dei propri ambienti principali.
Un budget enormemente superiore a “La Passione di Cristo”
Anche la dimensione economica del progetto riflette questo salto di scala.
Secondo le informazioni riportate, ciascuno dei due capitoli avrebbe a disposizione un budget nell’ordine dei 100 milioni di dollari, una cifra molto superiore a quella impiegata per La Passione di Cristo.
Il film del 2004 fu realizzato con un budget di circa 30 milioni di dollari e diventò un fenomeno cinematografico internazionale, incassando oltre 600 milioni nel mondo.
Fu un risultato straordinario soprattutto considerando la natura dell’opera: un film religioso estremamente violento, con dialoghi prevalentemente in aramaico e latino e costruito attorno alle ultime ore della vita terrena di Cristo.
Il suo successo dimostrò l’esistenza di un pubblico globale enorme per una produzione biblica realizzata al di fuori dei tradizionali schemi hollywoodiani.
Gibson: oggi abbiamo più strumenti e più risorse
Per il nuovo progetto Gibson potrà contare su mezzi tecnici incomparabilmente superiori.
«Avevamo più fondi a disposizione, quindi avevamo più strumenti, più risorse e potevamo fare cose più grandi e migliori», ha osservato.
E proprio gli elementi anticipati dal regista spiegano perché siano necessarie risorse di tale portata.
Rappresentare la caduta degli angeli, il mondo pre-creazione, lo Sheol e altre dimensioni soprannaturali richiede un apparato visivo completamente diverso da quello necessario per ricostruire la Gerusalemme del I secolo.
Il rischio, ma anche la grande scommessa artistica, sarà riuscire a rappresentare concetti spirituali e teologici senza trasformarli semplicemente in un universo fantasy.
Il problema più delicato: dove finisce il Vangelo e comincia l’interpretazione?
È probabilmente la questione centrale dell’intero progetto.
Quanto più Gibson si allontanerà dagli episodi esplicitamente narrati nei Vangeli, tanto maggiore sarà necessariamente il ruolo della ricostruzione artistica, delle tradizioni cristiane successive e dell’interpretazione teologica.
Il regista sembra pienamente consapevole del problema.
Per questo insiste sul fatto che le sue ipotesi non dovrebbero «andare contro l’insegnamento ortodosso».
È una distinzione importante: colmare cinematograficamente uno spazio narrativo non significa sostenere che ciò che viene mostrato sia contenuto testualmente nella Bibbia.
Il pubblico dovrà quindi distinguere tra ciò che deriva direttamente dalle Scritture, ciò che appartiene alla tradizione teologica e ciò che costituisce una scelta narrativa del regista.
Per un’opera destinata potenzialmente a centinaia di milioni di spettatori, sarà una distinzione particolarmente significativa.
Dalla Crocifissione alla vittoria sulla morte
Anche il tono dovrebbe essere profondamente diverso rispetto al primo film.
La Passione di Cristo era dominato dalla sofferenza. La flagellazione e la crocifissione occupavano una parte enorme della narrazione e Gibson scelse deliberatamente una rappresentazione estremamente realistica della violenza.
La nuova opera dovrebbe invece avere al centro il passaggio dalla morte alla vita e dalla sconfitta apparente alla vittoria.
Gibson ha spiegato che i film mostreranno aspetti «più felici» insieme a quelli più dolorosi.
La vicenda degli apostoli dovrebbe assumere un ruolo importante. I discepoli, dopo la morte di Gesù, attraversano paura, disorientamento e persecuzioni, ma la Resurrezione trasforma radicalmente la loro missione.
«Non è stato tutto rose e fiori per gli apostoli», ha osservato Gibson, sottolineando però che alla fine «hanno trionfato».
Gli apostoli e la nascita della missione cristiana
Questo elemento potrebbe consentire al sequel di allargare ulteriormente la prospettiva.
La storia della Resurrezione non termina infatti, nel Nuovo Testamento, con il sepolcro vuoto. Seguono le apparizioni del Cristo risorto, il mandato affidato agli apostoli e, negli Atti, la progressiva nascita della comunità cristiana.
Se il progetto esplorerà anche queste conseguenze, il film potrà collegare direttamente la Passione alla nascita del cristianesimo come movimento destinato a diffondersi oltre la Giudea.
La trasformazione degli apostoli rappresenta, da questo punto di vista, uno degli elementi narrativamente più potenti: uomini descritti come spaventati e dispersi durante la Passione diventano successivamente annunciatori pubblici della fede nella Resurrezione.
La grande sfida per Jim Caviezel
Il progetto porta inevitabilmente l’attenzione anche su Jim Caviezel, la cui interpretazione di Gesù rimane indissolubilmente legata al successo del film del 2004.
Riprendere una storia più di vent’anni dopo il primo capitolo pone evidenti questioni narrative, artistiche e tecniche. Ma il salto temporale reale potrebbe essere affrontato proprio grazie alle maggiori risorse tecnologiche oggi disponibili.
La continuità con La Passione di Cristo sarà comunque fondamentale. Il nuovo film non nasce infatti come semplice nuova trasposizione della vita di Gesù, ma come prosecuzione diretta di un’opera che ha lasciato un’impronta molto forte nel cinema religioso contemporaneo.
Un progetto destinato a suscitare anche un dibattito teologico
Più Gibson approfondirà ciò che i Vangeli non raccontano direttamente, più inevitabilmente nascerà una discussione tra biblisti, teologi e differenti confessioni cristiane.
Concetti come la discesa agli inferi, lo Sheol, la condizione dei giusti prima della Resurrezione e la caduta degli angeli sono presenti, interpretati o sviluppati in modi differenti nelle Scritture, nella tradizione patristica e nelle diverse confessioni.
Il cinema obbliga però a fare qualcosa che un trattato teologico può evitare: dare a queste realtà un volto, uno spazio e una forma visibile.
Gibson dovrà quindi trasformare idee metafisiche in immagini.
È una delle ragioni per cui La Resurrezione di Cristo potrebbe diventare molto più controverso del suo predecessore sul piano teologico, anche se probabilmente meno traumatico sul piano della violenza.
Dal successo del 2004 a una scommessa cinematografica ancora più grande
Quando La Passione di Cristo arrivò nelle sale nel 2004, molti osservatori dubitavano della possibilità commerciale di un’opera così radicale. Il risultato al botteghino smentì quelle previsioni.
Oltre vent’anni dopo, Gibson tenta un’impresa ancora più complessa.
Non deve più soltanto ricostruire un evento storico-religioso. Vuole rappresentare la dimensione cosmica che, secondo la prospettiva cristiana scelta dal regista, si trova dietro quegli avvenimenti.
La Resurrezione, la caduta degli angeli, il regno dei morti, la missione degli apostoli e gli spazi lasciati aperti dalla narrazione evangelica dovrebbero convergere in un’unica grande storia.
L’obiettivo dichiarato da Gibson, tuttavia, rimane essenzialmente spirituale.
Il regista spera che, dopo aver attraversato sofferenza, morte e dimensioni soprannaturali, il pubblico arrivi alla conclusione che per gli apostoli «ne sia valsa la pena».
Se La Passione di Cristo raccontava soprattutto il sacrificio, il nuovo progetto vuole raccontarne, nella visione di Mel Gibson, il significato e la vittoria finale: la Resurrezione.
