(AGENPARL) - Roma, 27 Agosto 2026 - C’è un momento, nella vita politica di un Paese attraversato da una lunga transizione, in cui la questione decisiva smette di essere come amministrare il provvisorio e diventa come costruire il definitivo. La Libia sembra avvicinarsi precisamente a questa soglia.
L’intervista a Mohamed Elmezughi pubblicata da Agenparl ha il merito di collocare il dibattito oltre la pur fondamentale questione elettorale. Il problema libico, infatti, non può più essere ridotto alla ricerca di una data per le presidenziali e le parlamentari. La vera domanda è che cosa dovrà accadere dopo quelle elezioni: quale Stato nascerà dalla legittimazione popolare, quale autorità sarà in grado di esercitare, quale affidabilità potrà offrire agli investitori e quale libertà di movimento riuscirà a conquistare in un Mediterraneo divenuto uno degli epicentri della competizione internazionale.
La formula scelta da Elmezughi — «Libia sovrana, aperta al mondo e subordinata a nessuno» — contiene, sotto questo profilo, un’ambizione assai più vasta di uno slogan politico. Definisce tre condizioni che la futura leadership libica dovrà riuscire a rendere compatibili: sovranità senza isolamento, apertura senza dipendenza, cooperazione internazionale senza subordinazione.
Ed è precisamente nella capacità di trasformare queste tre aspirazioni in istituzioni, norme e comportamenti dello Stato che si misurerà la consistenza di qualsiasi progetto per la nuova Libia.
Le elezioni non basteranno
Per anni la comunità internazionale ha guardato alle elezioni libiche come al punto di arrivo della transizione. Ma sarebbe un errore considerare l’apertura delle urne come la soluzione automatica della crisi.
Un’elezione produce rappresentanza. Non produce, da sola, uno Stato.
La differenza è essenziale. Uno Stato richiede istituzioni riconosciute, una catena decisionale identificabile, il monopolio legittimo delle funzioni sovrane, un ordinamento applicabile sull’intero territorio e la capacità di assumere impegni che non dipendano dalla geografia del potere o dall’identità dell’interlocutore politico del momento.
Per questo il significato delle future elezioni presidenziali e parlamentari sarà molto più profondo della sostituzione di una classe dirigente con un’altra. Dovranno stabilire se la Libia sia finalmente in grado di passare dalla legittimità negoziata della transizione alla legittimità ordinaria dello Stato.
Elmezughi individua precisamente questo salto quando definisce il voto come il possibile momento fondativo del moderno Stato libico e come la restituzione del potere decisionale dalle istituzioni temporanee al popolo.
Ma proprio questa impostazione solleva una responsabilità ancora maggiore. Se le urne dovessero produrre nuove autorità senza determinare una reale unificazione della capacità decisionale, la Libia avrebbe cambiato la fonte formale della legittimità senza risolvere il problema sostanziale del potere.
La sfida, pertanto, non è soltanto votare. È fare in modo che dopo il voto esista uno Stato capace di decidere.
Il primo banco di prova sarà la sovranità
È qui che l’intervista entra nel dossier più sensibile.
La frammentazione libica non ha prodotto soltanto istituzioni concorrenti. Ha creato negli anni lo spazio entro il quale potenze straniere, attori regionali e differenti interessi economici e militari hanno potuto costruire rapporti con interlocutori diversi.
La conseguenza è che l’unificazione dello Stato non potrà essere esclusivamente amministrativa. Dovrà inevitabilmente diventare unificazione della politica estera, della politica di sicurezza e della capacità di assumere impegni strategici in nome della Libia.
La posizione espressa da Elmezughi introduce a questo proposito un principio destinato a essere politicamente rilevante: nessun accordo segreto al di sopra dello Stato e nessun impegno strategico permanente privo di legittimità nazionale, del coinvolgimento delle istituzioni competenti e della necessaria trasparenza.
Non significa cancellare retroattivamente le relazioni internazionali costruite durante gli anni della crisi. Significa sottoporle a una domanda che soltanto uno Stato sovrano può porre: questo accordo serve ancora l’interesse nazionale libico?
È una distinzione fondamentale.
La sovranità contemporanea non consiste nell’assenza di relazioni con le grandi potenze. Al contrario, uno Stato strategicamente rilevante deve possedere molte relazioni. La sovranità consiste nella capacità di stabilire autonomamente termini, limiti e finalità di quelle relazioni.
Per la Libia questa distinzione è ancora più importante perché la sua geografia rappresenta contemporaneamente una straordinaria risorsa e una permanente esposizione geopolitica.
Mediterraneo, Africa, Sahel, energia, migrazioni, infrastrutture, sicurezza e rotte commerciali convergono sul territorio libico. Washington, Bruxelles, Mosca e Pechino possono avere interessi differenti, ma nessuna di queste capitali può considerare irrilevante ciò che accadrà alla Libia.
La questione è allora rovesciare il paradigma: non chiedersi soltanto che cosa le grandi potenze vogliano dalla Libia, ma che cosa la Libia voglia ottenere dalle grandi potenze.
È questo il significato più interessante della formula di Elmezughi: «Libya needs to choose Libya first». La politica estera proposta si fonderebbe su equilibrio, apertura, uguaglianza e interesse nazionale, mantenendo relazioni con Washington, Bruxelles, Mosca, Pechino, i Paesi vicini e le capitali africane senza trasformarle in dipendenza o allineamento.
Non equidistanza, ma autonomia strategica
Qui occorre evitare un equivoco.
Una politica del “dialogo con tutti” può diventare una formula vuota se significa semplicemente oscillare tra interlocutori diversi. L’autonomia strategica è qualcosa di più impegnativo: presuppone che lo Stato disponga della forza istituzionale necessaria per dire sì quando una partnership coincide con il proprio interesse e no quando il prezzo richiesto compromette la libertà delle decisioni future.
La dottrina delineata nell’intervista individua alcune linee rosse: sovranità, integrità territoriale, indipendenza della decisione nazionale, protezione delle risorse strategiche e rifiuto di intese opache o di lungo periodo capaci di limitare le scelte delle generazioni successive.
Se questi principi diventassero criteri operativi, la Libia potrebbe tentare qualcosa di assai più ambizioso del tradizionale non allineamento: utilizzare la competizione internazionale per moltiplicare le proprie possibilità senza moltiplicare le proprie dipendenze.
Una Libia stabile possiede infatti qualcosa che molti partner desiderano: posizione geografica, energia, accesso all’Africa, prossimità all’Europa e potenziale infrastrutturale. La questione è trasformare queste caratteristiche da oggetto della competizione altrui in strumenti della propria capacità negoziale.
La sovranità passa anche per un contratto
C’è però un secondo terreno sul quale si deciderà la credibilità della nuova Libia, meno spettacolare della geopolitica ma probabilmente altrettanto determinante: il diritto.
Un Paese può dichiararsi sovrano quanto vuole. Ma se un’impresa non sa quale autorità rilascia un’autorizzazione, se un contratto dipende dai rapporti politici, se una gara pubblica non è verificabile, se la normativa cambia imprevedibilmente o se le istituzioni economiche rimangono frammentate, quella sovranità difficilmente riuscirà a trasformarsi in potere economico.
È significativa, perciò, la proposta di Elmezughi di uno “State–Investor Confidence Compact”.
I cinque pilastri indicati — Stato di diritto, trasparenza, stabilità normativa e fiscale, istituzioni economiche unificate e passaggio verso un’economia produttiva — indicano una direzione precisa.
Ma dietro questa architettura esiste una questione ancora più importante: la prevedibilità dello Stato.
Il capitale internazionale può convivere con sistemi fiscali differenti, con regolamentazioni severe e persino con amministrazioni complesse. Ciò che difficilmente accetta nel lungo periodo è l’imprevedibilità.
La futura leadership libica sarà quindi giudicata non soltanto sulla quantità degli investimenti annunciati, ma sulla capacità di creare un ambiente nel quale un contratto abbia lo stesso valore indipendentemente dall’identità politica di chi governa.
Questa sarebbe una trasformazione decisiva: passare dalla personalizzazione delle relazioni economiche alla loro istituzionalizzazione.
“Invest in Libya, not in influence within Libya”
Tra le formule contenute nell’intervista, questa è probabilmente quella che merita maggiore attenzione economica: «Investite in Libia, non nell’influenza all’interno della Libia».
La distinzione è sottile soltanto in apparenza.
La Libia avrà bisogno di capitali internazionali. Avrà bisogno dell’Europa, degli Stati Uniti, della Cina, dei Paesi del Golfo e di altri partner. Avrà bisogno di tecnologia, infrastrutture, competenze, logistica e industria.
Il rischio, tuttavia, è che alla frammentazione politico-militare si sostituisca gradualmente una frammentazione geoeconomica, nella quale differenti potenze acquisiscano posizioni privilegiate in settori, territori o infrastrutture strategiche.
La risposta non può essere chiudere il mercato. Deve essere costruire uno Stato abbastanza forte da aprirlo secondo una sola legge.
Se ogni investitore compete alle stesse condizioni, se le gare sono verificabili, se le concessioni sono trasparenti e se gli impegni dello Stato sono sottoposti a controlli istituzionali, la pluralità dei capitali internazionali può diventare un vantaggio.
Se invece ogni investimento porta con sé una relazione politica privilegiata, il capitale rischia di trasformarsi in influenza e l’influenza in dipendenza.
Dal petrolio al “Made in Libya”
Esiste poi un passaggio che potrebbe determinare la sostenibilità dell’intero progetto: che cosa fare della ricchezza libica?
Petrolio e gas hanno rappresentato la grande forza economica del Paese. Ma una rendita, da sola, non costruisce necessariamente una potenza economica.
Il “Made in Libya” evocato da Elmezughi acquista allora interesse se interpretato non come protezionismo, ma come strategia di trasformazione della rendita in capacità produttiva: utilizzare energia, infrastrutture e investimenti esteri per trasferire tecnologia, formare capitale umano, creare industria, occupazione e valore aggiunto nazionale.
È forse questo il punto sul quale la nuova Libia dovrà essere più esigente.
Non conta soltanto quanto capitale entrerà nel Paese. Conta ciò che rimarrà quando quell’investimento sarà stato realizzato: competenze? tecnologia? filiere produttive? imprese locali? occupazione qualificata? infrastrutture? capacità di esportazione?
Una politica economica sovrana dovrebbe misurare le partnership anche attraverso queste domande.
La Libia come ponte, non come frontiera
Se il progetto riuscisse, potrebbe modificarsi anche la percezione internazionale della Libia.
Per troppo tempo il Paese è stato osservato dall’esterno attraverso le categorie della crisi: instabilità, sicurezza, migrazioni, divisioni, milizie, energia e competizione internazionale.
Una Libia istituzionalmente ricomposta potrebbe invece diventare qualcosa di differente: un nodo economico tra Europa e Africa, un hub energetico e logistico, un attore della sicurezza mediterranea e una piattaforma per commercio e investimenti tra le due sponde. È precisamente la prospettiva indicata da Elmezughi.
Ma per raggiungerla occorrerà una trasformazione più profonda di qualsiasi accordo diplomatico.
La Libia dovrà diventare prevedibile per gli alleati senza diventare dipendente da essi; aperta agli investimenti senza vendere influenza; disponibile alla cooperazione militare senza cedere sovranità; capace di dialogare con potenze concorrenti senza diventare il luogo nel quale quella concorrenza viene combattuta.
La vera elezione sarà quella dello Stato
È questo, in definitiva, il significato politico più profondo dell’intervista pubblicata da Agenparl.
Le prossime elezioni non dovranno soltanto stabilire chi governa. Dovranno contribuire a stabilire che cosa significa governare la Libia.
Se il risultato sarà semplicemente una nuova distribuzione delle cariche all’interno di un sistema ancora frammentato, la transizione avrà cambiato forma senza essere realmente terminata.
Se invece la legittimità popolare riuscirà a produrre unificazione istituzionale, certezza del diritto, controllo nazionale delle decisioni strategiche, apertura economica regolata e una politica estera autonoma, allora le urne potranno segnare qualcosa di molto più importante della nascita di un nuovo governo.
Potranno segnare il ritorno dello Stato.
Ed è forse questa la sfida racchiusa nella formula più ambiziosa proposta da Mohamed Elmezughi: partnership con tutti, subordinazione a nessuno. Il principio è politicamente efficace; trasformarlo in realtà richiederà però istituzioni abbastanza forti da applicarlo quando gli interessi delle grandi potenze, dei capitali internazionali e degli attori interni entreranno inevitabilmente in tensione.
La prova decisiva della nuova Libia non sarà dunque proclamare la propria sovranità.
Sarà esercitarla.
