(AGENPARL) - Roma, 24 Agosto 2026 - Questo articolo si basa sui contenuti di un discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica Ceca, Petr Pavel, alla 96ª Assemblea Generale dell’EBU, tenutasi a Praga il 25 giugno 2026.
In un’epoca segnata dalla frammentazione dell’informazione, dalla crescita delle piattaforme digitali, dalla disinformazione e dall’ingresso sempre più pervasivo dell’intelligenza artificiale nella produzione e nella distribuzione dei contenuti, il ruolo dei media di servizio pubblico assume una rilevanza che va ben oltre il tradizionale dibattito sulla televisione e sulla radio.
La questione riguarda direttamente la qualità della democrazia.
Un sistema democratico, infatti, non può funzionare pienamente se i cittadini non dispongono di informazioni attendibili, pluralistiche e accessibili; se il dibattito pubblico viene progressivamente subordinato agli interessi economici, politici o algoritmici; se intere fasce della popolazione rimangono escluse dall’accesso all’informazione, alla cultura e alla conoscenza.
Da questo punto di vista, l’esperienza della Repubblica Ceca rappresenta un caso particolarmente significativo. Il Paese dispone di un ambiente mediatico nel quale un forte settore privato convive con istituzioni di servizio pubblico consolidate come la televisione e la radio ceche. Queste ultime non costituiscono soltanto strumenti di informazione: sono istituzioni culturali, elementi della memoria collettiva e, in alcuni momenti decisivi della storia nazionale, veri e propri presìdi della libertà.
Radio, televisione e memoria democratica
La storia ceca mostra in maniera particolarmente evidente come un’emittente possa diventare qualcosa di più di un semplice mezzo di comunicazione.
La radio ebbe un ruolo simbolico e concreto durante l’insurrezione di Praga del 1945 e tornò ad assumere una funzione cruciale durante l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle forze del Patto di Varsavia nel 1968. In momenti nei quali la libertà politica e la sovranità nazionale erano direttamente minacciate, la possibilità di trasmettere informazioni acquistò un significato che andava ben oltre quello giornalistico.
È anche per questa ragione che radio e televisione pubbliche devono essere considerate parte del patrimonio istituzionale e culturale di una nazione.
La loro importanza, tuttavia, non appartiene soltanto alla storia.
Nella Repubblica Ceca contemporanea, Česká televize e Český rozhlas rappresentano organizzazioni consolidate, capaci di mantenere una posizione importante all’interno di un panorama mediatico competitivo. Il loro valore non può essere misurato esclusivamente attraverso gli ascolti o i risultati economici: deve essere valutato considerando fiducia, universalità del servizio, qualità dell’informazione, produzione culturale e capacità di raggiungere fasce della società che il mercato, da solo, potrebbe avere scarso interesse a servire.
Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute for the Study of Journalism offre, in questo contesto, un importante riferimento per comprendere il rapporto tra pubblico, informazione e fiducia nei media.
L’indipendenza come principio fondamentale
Il primo elemento che distingue autenticamente un servizio pubblico radiotelevisivo è l’indipendenza.
Quando si parla di indipendenza dei media si pensa immediatamente all’autonomia dalla politica. È certamente un aspetto fondamentale: una televisione o una radio finanziata attraverso un sistema pubblico non dovrebbe diventare il portavoce del governo del momento, della maggioranza parlamentare o di una determinata forza politica.
Ma l’indipendenza necessaria a un autentico servizio pubblico è più ampia.
Significa anche autonomia economica.
Un’emittente pubblica deve poter prendere decisioni editoriali senza dipendere in maniera determinante dalle esigenze degli inserzionisti, dalle strategie commerciali di grandi gruppi economici o dagli interessi personali e imprenditoriali dei proprietari.
I media privati possono naturalmente produrre giornalismo indipendente, rigoroso e di altissima qualità. Una democrazia sana ha bisogno proprio della coesistenza tra un settore privato pluralistico e competitivo e un servizio pubblico autorevole.
La differenza consiste nella missione.
Un’impresa privata deve necessariamente confrontarsi con redditività, sostenibilità economica, mercato pubblicitario, abbonamenti e interessi degli azionisti. Un’organizzazione di servizio pubblico dovrebbe invece poter assumere come criterio principale l’interesse collettivo.
Questa distinzione diventa particolarmente importante quando interesse pubblico e convenienza commerciale non coincidono.
Informazione come bene accessibile a tutti
Una delle funzioni essenziali dei media di servizio pubblico è garantire l’accesso universale all’informazione.
Nell’ecosistema digitale contemporaneo si potrebbe pensare che l’accesso alle notizie sia ormai praticamente illimitato. In realtà, la quantità di informazioni disponibili non equivale necessariamente alla possibilità di accedere a informazioni affidabili.
Una parte crescente del giornalismo di qualità utilizza modelli basati sull’abbonamento. È una scelta comprensibile e spesso necessaria per sostenere economicamente il lavoro giornalistico, ma determina inevitabilmente una differenza tra chi può o vuole pagare per accedere a determinate fonti e chi non può farlo.
Esiste inoltre una seconda barriera: quella delle competenze.
Orientarsi tra migliaia di fonti, distinguere una notizia autentica da un contenuto manipolato, verificare fotografie e video, riconoscere account falsi, individuare operazioni coordinate di disinformazione e valutare l’affidabilità di una fonte richiede tempo e alfabetizzazione mediatica.
Non tutti i cittadini dispongono degli stessi strumenti.
Il servizio pubblico può quindi svolgere una funzione democratica fondamentale: offrire a tutti, indipendentemente dal reddito, dall’età, dal luogo di residenza o dal livello di competenza digitale, un punto di accesso a informazioni professionali e verificate.
L’universalità non è un residuo dell’era analogica. Nell’epoca digitale può diventare ancora più importante.
Non soltanto informazione politica
Uno degli errori più frequenti consiste nel ridurre il dibattito sui media pubblici ai telegiornali e ai programmi di approfondimento politico.
La missione del servizio pubblico è molto più vasta.
Comprende programmi educativi, contenuti per bambini, documentari, giornalismo investigativo, informazione regionale, programmi culturali, produzioni drammatiche, musica, scienza, storia, informazione internazionale e generi destinati a pubblici numericamente limitati.
Proprio questi ultimi mostrano chiaramente la differenza tra logica commerciale e servizio pubblico.
Un programma culturalmente o socialmente importante può non raggiungere un’audience sufficiente per risultare economicamente interessante a un’emittente commerciale. Ciò non significa che non abbia valore.
Lo stesso principio riguarda le minoranze, le comunità regionali, le persone anziane, i bambini, le persone con disabilità e tutti quei gruppi per i quali l’audience potenziale potrebbe non giustificare, secondo una logica puramente commerciale, investimenti significativi.
Il servizio pubblico esiste anche per colmare questo spazio.
Cultura, sport e patrimonio comune
La funzione universale riguarda inoltre l’accesso ai grandi eventi culturali e sportivi.
La progressiva frammentazione dei diritti audiovisivi e la moltiplicazione delle piattaforme a pagamento hanno trasformato profondamente il consumo dello sport e dell’intrattenimento. Per seguire determinati eventi può essere necessario sottoscrivere uno o più abbonamenti, possedere una connessione adeguata e avere sufficiente familiarità con le tecnologie digitali.
Le emittenti di servizio pubblico possono invece preservare, almeno per determinati eventi di particolare rilevanza, un’esperienza collettiva.
Un grande evento sportivo nazionale, una celebrazione pubblica, un concerto, una manifestazione culturale o un momento storico possono diventare esperienze condivise da milioni di persone.
Questa dimensione comune ha un valore difficilmente quantificabile attraverso le sole metriche commerciali.
Il servizio pubblico deve anche essere popolare
Difendere la missione pubblica non significa sostenere che radio e televisioni pubbliche debbano occuparsi esclusivamente di contenuti educativi, istituzionali o culturalmente impegnativi.
Al contrario, la capacità di realizzare programmi di intrattenimento, fiction e produzioni capaci di raggiungere un pubblico ampio è parte integrante della loro funzione.
Un servizio pubblico seguito soltanto da una piccola minoranza culturalmente privilegiata rischierebbe infatti di perdere una componente essenziale della propria legittimità: l’universalità.
La combinazione tra contenuti di interesse pubblico e programmi popolari consente alle emittenti pubbliche di mantenere un rapporto quotidiano con fasce molto diverse della popolazione.
Essere servizio pubblico significa essere accessibili a tutti, ma anche cercare di essere rilevanti per tutti.
Un punto di riferimento per l’intero sistema mediatico
L’importanza delle emittenti pubbliche non si limita ai loro programmi.
La loro presenza può esercitare un’influenza sull’intero ecosistema dell’informazione.
Un servizio pubblico autorevole stabilisce standard professionali con i quali anche gli altri operatori sono costretti a confrontarsi: qualità giornalistica, accuratezza linguistica, produzione audiovisiva, copertura culturale, documentari, fiction e informazione regionale.
La concorrenza, in questo senso, non avviene soltanto sul terreno degli ascolti.
Avviene sulla qualità.
Se il servizio pubblico diventasse marginale, il rischio non sarebbe quindi soltanto quello di perdere alcuni programmi. Potrebbe indebolirsi uno dei punti di riferimento dell’intero settore.
La nuova competizione è con gli algoritmi
Il problema è ancora più evidente considerando che la competizione mediatica del XXI secolo non si svolge più esclusivamente tra giornali, radio e televisioni.
Una parte crescente dell’informazione raggiunge i cittadini attraverso motori di ricerca, piattaforme video, aggregatori, social network e sistemi di raccomandazione.
Di conseguenza, tra il produttore dell’informazione e il cittadino si inserisce spesso un algoritmo.
Questi sistemi determinano quali contenuti acquistano visibilità, quali vengono raccomandati, quali diventano virali e quali, al contrario, rimangono praticamente invisibili.
La logica dominante non coincide necessariamente con l’interesse pubblico. Le piattaforme possono privilegiare coinvolgimento, permanenza dell’utente, interazioni e performance commerciali.
Un contenuto divisivo, emotivamente potente o sensazionalistico può quindi ottenere una capacità di diffusione superiore rispetto a un’analisi complessa, prudente e documentata.
In questo scenario, istituzioni editoriali guidate da criteri di interesse pubblico rappresentano un importante contrappeso.
Disinformazione e intelligenza artificiale
L’evoluzione dell’intelligenza artificiale rende questa funzione ancora più delicata.
La produzione automatizzata di testi, immagini, audio e video abbassa enormemente il costo necessario per creare grandi quantità di contenuti plausibili. Diventa possibile costruire identità digitali artificiali, imitare persone reali, produrre documenti falsi, manipolare immagini e moltiplicare narrazioni ingannevoli con una velocità impensabile soltanto pochi anni fa.
L’AI offre naturalmente straordinarie opportunità anche al giornalismo e alla produzione audiovisiva. Ma il suo sviluppo aumenta contemporaneamente la necessità di soggetti riconoscibili ai quali il cittadino possa attribuire responsabilità editoriale.
In un mondo nel quale diventa progressivamente più difficile rispondere alla domanda «È autentico?», la reputazione della fonte assume un valore crescente.
Il servizio pubblico può diventare uno dei luoghi nei quali il cittadino sa che esistono procedure editoriali, giornalisti responsabili, meccanismi di verifica e una chiara attribuzione della responsabilità.
Informazione e sicurezza democratica
L’informazione affidabile non rappresenta soltanto una questione culturale o giornalistica.
È una componente della resilienza nazionale.
Le operazioni di influenza straniera, le campagne coordinate di disinformazione e le manipolazioni dello spazio informativo possono sfruttare divisioni già presenti nella società, amplificare paure e conflitti, erodere la fiducia nelle istituzioni e rendere più difficile raggiungere un consenso persino sull’esistenza dei fatti.
Il problema diventa particolarmente evidente durante guerre, emergenze sanitarie, calamità naturali, crisi energetiche o grandi tensioni politiche.
In queste circostanze, poter contare su fonti di informazione conosciute, accessibili e professionalmente responsabili costituisce una forma di infrastruttura democratica.
I media di servizio pubblico forti possono quindi essere considerati anche un pilastro della sicurezza democratica.
Il nodo decisivo dei finanziamenti
L’indipendenza editoriale, tuttavia, non può essere separata dalla stabilità economica.
Un’organizzazione alla quale viene formalmente garantita autonomia ma che non dispone delle risorse necessarie per pianificare il futuro rischia di essere indipendente soltanto sulla carta.
Il finanziamento dei media pubblici è inevitabilmente materia di discussione politica. È perfettamente legittimo chiedere efficienza, trasparenza, responsabilità nell’utilizzo delle risorse e capacità di adattamento ai cambiamenti tecnologici.
Il problema nasce quando le modifiche vengono introdotte senza un’analisi adeguata delle conseguenze.
Tagli repentini possono incidere sulla programmazione, sulla capacità di investire nella trasformazione digitale, sulle redazioni regionali, sul giornalismo investigativo, sulla produzione culturale e sulla possibilità di mantenere professionisti altamente qualificati.
Gli effetti possono inoltre essere cumulativi.
Una riduzione delle risorse provoca una riduzione della qualità; una qualità inferiore può determinare una perdita di pubblico; la perdita di pubblico può essere utilizzata come argomento per sostenere che il servizio pubblico non sia più rilevante; la presunta irrilevanza può quindi giustificare ulteriori riduzioni.
Si crea così un circolo vizioso.
Per indebolire un’istituzione, del resto, non è sempre necessario abolirla. Può essere sufficiente renderle progressivamente più difficile svolgere bene il proprio lavoro.
Il rischio dell’irrilevanza
È questo uno dei punti più importanti del dibattito europeo.
Le politiche che riducono drasticamente risorse e capacità operative non devono necessariamente avere come obiettivo dichiarato la distruzione del servizio pubblico per produrre conseguenze profonde.
Un’istituzione sottoposta a continua incertezza finanziaria fatica a programmare investimenti pluriennali, a trattenere competenze, a innovare e a competere con organizzazioni digitali globali dotate di risorse enormemente superiori.
La conseguenza può essere una lenta erosione.
Prima diminuisce la capacità produttiva. Poi diminuisce la qualità. Successivamente si riducono pubblico e fiducia. Alla fine diventa possibile mettere in discussione la stessa ragione di esistere dell’istituzione.
Per questo la stabilità finanziaria non deve essere interpretata come un privilegio corporativo. È una delle condizioni necessarie affinché il servizio pubblico possa adempiere alla propria missione.
Una questione europea
Le pressioni sui media pubblici non riguardano soltanto la Repubblica Ceca.
In diversi Paesi europei si discute di finanziamento, governance, indipendenza, efficienza, trasformazione digitale e capacità delle emittenti pubbliche di raggiungere le generazioni più giovani.
È in questo scenario che assume particolare importanza l’European Broadcasting Union, l’EBU, che riunisce le organizzazioni di servizio pubblico e costituisce uno spazio di cooperazione e confronto a livello continentale.
Le sfide sono infatti sempre più comuni: concorrenza delle piattaforme globali, cambiamento delle abitudini di consumo, frammentazione dell’audience, aumento dei costi tecnologici, disinformazione, trasformazione dell’ecosistema pubblicitario e necessità di riconquistare costantemente la fiducia dei cittadini.
La risposta non può essere semplicemente quella di conservare le istituzioni esistenti nella loro forma tradizionale.
Difendere il servizio pubblico significa anche trasformarlo.
L’European Media Freedom Act
Un passaggio significativo nella costruzione di una cornice europea di protezione del pluralismo è rappresentato dall’European Media Freedom Act.
Il principio fondamentale che emerge dall’intervento europeo è che i media non possono essere considerati esclusivamente imprese come tutte le altre.
Naturalmente operano all’interno di un mercato, utilizzano risorse economiche e devono rispettare criteri di sostenibilità. Ma producono anche qualcosa di indispensabile alla vita democratica: informazione, controllo del potere, pluralismo e accesso dei cittadini allo spazio pubblico.
La libertà dei media non tutela quindi soltanto giornalisti ed editori.
Tutela il cittadino.
Proteggere l’indipendenza editoriale significa proteggere il diritto della società a ricevere informazioni non manipolate dal potere politico o da interessi economici dominanti.
In questa prospettiva, la normativa europea sulla libertà dei media rappresenta un importante strumento per consolidare l’indipendenza e la sostenibilità del sistema dell’informazione e per riconoscere il particolare ruolo svolto dai media di servizio pubblico.
Indipendenza significa anche responsabilità
Difendere il servizio pubblico, tuttavia, non significa considerarlo immune da critiche.
Al contrario, proprio perché finanziato attraverso meccanismi pubblici e investito di una missione democratica, deve essere sottoposto a standard particolarmente elevati.
Deve essere trasparente.
Deve spiegare come utilizza le proprie risorse.
Deve correggere gli errori.
Deve distinguere chiaramente informazione e opinione.
Deve garantire pluralismo.
Deve evitare tanto la subordinazione al governo quanto la trasformazione in un sistema autoreferenziale distante dalla società.
Deve inoltre dimostrare di sapersi innovare.
L’indipendenza non è infatti un’autorizzazione all’immobilismo. È la condizione che permette a un’istituzione di svolgere responsabilmente la propria missione.
Conquistare le nuove generazioni
La sfida probabilmente più importante riguarda i giovani.
Le nuove generazioni consumano contenuti attraverso modalità profondamente diverse rispetto ai loro genitori. Smartphone, video brevi, podcast, piattaforme social, creator e sistemi di raccomandazione sono ormai parte dell’esperienza informativa quotidiana.
Un servizio pubblico che pretendesse di difendere la propria missione limitandosi ai tradizionali canali televisivi e radiofonici rischierebbe inevitabilmente di perdere rilevanza.
La missione deve quindi rimanere stabile mentre cambiano gli strumenti.
Il servizio pubblico del futuro non è necessariamente legato a un apparecchio televisivo o radiofonico. È un sistema di produzione e distribuzione di contenuti affidabili, universali e culturalmente rilevanti, capace di essere presente là dove si trova il pubblico.
Ciò richiede investimenti tecnologici, sperimentazione, nuove professionalità e soprattutto una strategia di lungo periodo.
Ed è precisamente per questa ragione che l’incertezza finanziaria può diventare particolarmente dannosa.
Un’infrastruttura democratica per il futuro
La discussione sui media pubblici viene talvolta presentata come uno scontro tra passato e futuro: da una parte televisioni e radio nate nel Novecento, dall’altra piattaforme digitali, social network e intelligenza artificiale.
È una contrapposizione fuorviante.
La vera domanda non è se conserveremo le tecnologie mediatiche del passato.
La domanda è se, nel nuovo ecosistema digitale, continueremo a ritenere necessari alcuni principi: accesso universale, pluralismo, indipendenza editoriale, responsabilità professionale, produzione culturale, informazione verificata e attenzione anche ai cittadini e ai contenuti che non costituiscono mercati economicamente redditizi.
Se riteniamo che questi valori rimangano essenziali, allora abbiamo ancora bisogno del servizio pubblico.
Probabilmente ne abbiamo bisogno più di prima.
Proteggere i media di servizio pubblico significa proteggere la democrazia
La democrazia non vive soltanto nelle costituzioni, nei parlamenti e nelle elezioni.
Vive anche nello spazio informativo nel quale i cittadini formano le proprie opinioni.
Se quello spazio diventa completamente frammentato, manipolabile o dominato da logiche opache; se i fatti condivisi vengono progressivamente sostituiti da realtà parallele; se l’accesso all’informazione di qualità diventa un privilegio economico o tecnologico, anche le istituzioni democratiche diventano più vulnerabili.
Per questo il futuro dei media di servizio pubblico non riguarda soltanto giornalisti, dirigenti delle emittenti, politici o esperti di comunicazione.
Riguarda tutti i cittadini.
La sfida consiste nel preservare contemporaneamente pluralità, qualità, accessibilità, universalità e indipendenza, adattando queste istituzioni a un ambiente tecnologico radicalmente diverso da quello nel quale sono nate.
Occorre chiedere loro efficienza senza comprometterne la missione, innovazione senza trasformarle in semplici imitazioni delle piattaforme commerciali, responsabilità senza subordinazione politica e capacità di raggiungere un pubblico ampio senza rinunciare alla qualità.
Soprattutto, occorre ricordare che le decisioni prese oggi non determineranno soltanto il tipo di informazione disponibile nel presente.
Contribuiranno a definire l’ambiente nel quale cresceranno le prossime generazioni e nel quale, un giorno, quelle generazioni saranno chiamate a distinguere i fatti dalle manipolazioni, a formare le proprie opinioni e a prendere decisioni democratiche.
Un servizio pubblico forte e indipendente non garantisce da solo una democrazia sana. Ma una democrazia privata di fonti universali, affidabili e indipendenti diventa inevitabilmente più fragile.
Difendere i media di servizio pubblico significa, in definitiva, difendere lo spazio comune nel quale una società democratica può conoscere i fatti, confrontare idee diverse e decidere liberamente il proprio futuro. Significa proteggere non soltanto radio e televisioni, ma la qualità stessa della democrazia.

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The importance of public service media and their indispensable role in democratic societies
This article is based on the content of a speech delivered by the President of the Czech Republic, Petr Pavel, at the 96th EBU General Assembly, held in Prague on 25 June 2026.
In an era marked by the fragmentation of information, the rise of digital platforms, disinformation, and the increasingly pervasive role of artificial intelligence in the production and distribution of content, public service media have acquired an importance that extends far beyond the traditional debate surrounding television and radio.
The issue directly concerns the quality of democracy.
A democratic system cannot function properly if citizens do not have access to reliable, pluralistic, and accessible information; if public debate becomes increasingly subordinated to economic, political, or algorithmic interests; or if entire sections of society are excluded from access to information, culture, and knowledge.
From this perspective, the experience of the Czech Republic is particularly significant. The country has a media environment in which a strong private sector coexists with well-established public service institutions such as Czech Television and Czech Radio. These institutions are not merely sources of information: they are cultural institutions, part of the country’s collective memory and, at decisive moments in its national history, genuine guardians of freedom.
Radio, television and democratic memory
Czech history demonstrates particularly clearly how a broadcaster can become something more than simply a means of communication.
Radio played both a symbolic and practical role during the Prague Uprising of 1945 and once again assumed a crucial function during the 1968 invasion of Czechoslovakia by Warsaw Pact forces. At moments when political freedom and national sovereignty were directly threatened, the ability to broadcast information acquired a significance extending far beyond journalism.
It is partly for this reason that public radio and television should be regarded as part of a nation’s institutional and cultural heritage.
Their importance, however, is not confined to history.
In today’s Czech Republic, Česká televize and Český rozhlas are well-established organisations that continue to occupy an important position within a competitive media landscape. Their value cannot be measured solely in terms of audience figures or financial performance. It must also be assessed in terms of public trust, universality of service, quality of information, cultural production, and their ability to reach sections of society that the market alone may have little commercial incentive to serve.
The Digital News Report 2026 published by the Reuters Institute for the Study of Journalism provides an important point of reference for understanding the relationship between audiences, news and trust in the media.
Independence as a fundamental principle
The first characteristic that genuinely distinguishes public service broadcasting is independence.
When we speak about media independence, we immediately think of independence from political power. This is certainly fundamental: publicly funded television and radio should never become the mouthpiece of the government of the day, the parliamentary majority, or any particular political force.
But the independence required of genuine public service media goes further.
It also means economic independence.
A public broadcaster must be able to make editorial decisions without being excessively dependent on the demands of advertisers, the commercial strategies of major economic groups, or the personal and business interests of media owners.
Private media can, of course, produce independent, rigorous journalism of the highest quality. A healthy democracy needs precisely this coexistence between a pluralistic and competitive private sector and authoritative public service media.
The difference lies in their mission.
A private company must necessarily take profitability, financial sustainability, advertising markets, subscriptions and shareholder interests into account. A public service organisation, by contrast, should be able to make the public interest its primary criterion.
This distinction becomes particularly important when the public interest and commercial convenience do not coincide.
Information as a good accessible to everyone
One of the essential functions of public service media is to guarantee universal access to information.
In today’s digital ecosystem, it might appear that access to news has become virtually unlimited. In reality, the sheer quantity of information available does not necessarily mean that everyone has access to reliable information.
An increasing proportion of quality journalism relies on subscription-based models. This is an understandable and often necessary choice to make professional journalism economically sustainable, but it inevitably creates a distinction between those who can or are willing to pay for certain sources and those who cannot.
There is also a second barrier: skills.
Navigating thousands of sources, distinguishing genuine news from manipulated content, verifying photographs and videos, identifying fake accounts, recognising coordinated disinformation operations, and assessing the reliability of a source all require time and media literacy.
Not all citizens have access to the same tools and skills.
Public service media can therefore perform a fundamental democratic function: providing everyone, regardless of income, age, place of residence or level of digital literacy, with access to professional and verified information.
Universality is not a relic of the analogue age. In the digital era, it may be more important than ever.
More than political news
One of the most common mistakes is to reduce the debate about public service media to television news and political current-affairs programmes.
Their mission is far broader.
It includes educational programmes, children’s content, documentaries, investigative journalism, regional news, cultural programming, drama, music, science, history, international news and specialist genres intended for relatively small audiences.
These areas illustrate particularly clearly the difference between commercial logic and public service.
A programme of significant cultural or social value may not attract a sufficiently large audience to be commercially viable for a private broadcaster. That does not mean it lacks value.
The same principle applies to minorities, regional communities, older people, children, people with disabilities, and all those groups whose potential audience might not justify significant investment according to purely commercial criteria.
Public service media exist partly to fill this gap.
Culture, sport and a shared heritage
The principle of universality also extends to access to major cultural and sporting events.
The increasing fragmentation of broadcasting rights and proliferation of paid platforms have profoundly transformed the way people consume sport and entertainment. Following certain events may now require several subscriptions, a suitable internet connection and sufficient familiarity with digital technology.
Public service broadcasters, by contrast, can preserve a shared experience, at least for events of particular national or cultural importance.
A major national sporting event, a public celebration, a concert, a cultural occasion or a historic moment can become an experience shared simultaneously by millions of people.
This collective dimension has a value that is difficult to quantify through commercial metrics alone.
Public service media must also be popular
Defending the public service mission does not mean arguing that public radio and television should concentrate exclusively on educational, institutional or intellectually demanding content.
On the contrary, their ability to produce entertainment, drama and programmes capable of attracting large audiences is an integral part of their role.
A public service broadcaster watched or listened to only by a small, culturally privileged minority would risk losing an essential element of its legitimacy: universality.
The combination of public-interest content and popular programming enables public broadcasters to maintain a daily relationship with very different sections of society.
Being a public service means being accessible to everyone, but it also means striving to remain relevant to everyone.
A benchmark for the entire media sSystem
The importance of public broadcasters is not limited to their own programmes.
Their presence can influence the entire information ecosystem.
A respected public service broadcaster establishes professional standards against which other media organisations must also measure themselves: journalistic quality, linguistic accuracy, audiovisual production, cultural coverage, documentaries, drama and regional reporting.
Competition, in this sense, is not merely about audience share.
It is also about quality.
If public service media were to become marginal, the risk would not simply be the disappearance of certain programmes. One of the benchmarks for the entire media industry could also be weakened.
The new competition is with algorithms
The challenge becomes even more apparent when we consider that twenty-first-century media competition is no longer confined to newspapers, radio and television.
An increasing proportion of information reaches citizens through search engines, video platforms, aggregators, social networks and recommendation systems.
As a result, an algorithm increasingly stands between the producer of information and the citizen.
These systems determine which content gains visibility, what is recommended, what goes viral and what remains virtually invisible.
Their dominant logic does not necessarily coincide with the public interest. Platforms may prioritise engagement, time spent by users, interactions and commercial performance.
Divisive, emotionally charged or sensational content may therefore achieve far greater reach than complex, cautious and well-documented analysis.
In this environment, editorial institutions guided by public-interest principles provide an important counterweight.
Disinformation and artificial intelligence
The development of artificial intelligence makes this function even more important.
Automated production of text, images, audio and video dramatically reduces the cost of creating enormous quantities of plausible content. It is now possible to create artificial digital identities, imitate real people, manufacture false documents, manipulate images and multiply misleading narratives at a speed that would have been unimaginable only a few years ago.
AI naturally offers extraordinary opportunities for journalism and audiovisual production as well. But its development simultaneously increases the need for recognisable institutions to which citizens can attribute editorial responsibility.
In a world in which answering the question “Is this authentic?” is becoming progressively more difficult, the reputation of the source becomes increasingly valuable.
Public service media can become one of the places where citizens know that editorial procedures, accountable journalists, verification mechanisms and clearly defined editorial responsibility exist.
Information and democratic security
Reliable information is not merely a cultural or journalistic issue.
It is a component of national resilience.
Foreign influence operations, coordinated disinformation campaigns and manipulation of the information environment can exploit divisions already present within society, amplify fears and conflicts, erode trust in institutions and make it more difficult to achieve agreement even about the existence of basic facts.
The problem becomes particularly evident during wars, health emergencies, natural disasters, energy crises or periods of severe political tension.
In such circumstances, being able to rely on recognised, accessible and professionally accountable sources of information constitutes a form of democratic infrastructure.
Strong public service media can therefore also be regarded as a pillar of democratic security.
The crucial issue of funding
Editorial independence, however, cannot be separated from economic stability.
An organisation that is formally guaranteed autonomy but lacks the resources required to plan for the future risks being independent only on paper.
Funding public service media is inevitably a matter of political debate. It is entirely legitimate to demand efficiency, transparency, accountability in the use of resources, and the ability to adapt to technological change.
The problem arises when changes are introduced without adequately considering their consequences.
Sudden cuts can affect programming, investment in digital transformation, regional newsrooms, investigative journalism, cultural production and the ability to retain highly qualified professionals.
The effects can also be cumulative.
A reduction in resources leads to a reduction in quality; lower quality can result in declining audiences; declining audiences can then be used to argue that public service media are no longer relevant; and this supposed irrelevance can subsequently be invoked to justify further cuts.
A vicious circle is created.
After all, it is not always necessary to abolish an institution in order to weaken it. It may be enough to make it progressively more difficult for that institution to perform its role effectively.
The risk of irrelevance
This is one of the most important issues in the European debate.
Policies that drastically reduce resources and operational capacity do not necessarily need to have the declared objective of destroying public service media in order to produce profound consequences.
An institution facing permanent financial uncertainty struggles to plan multi-year investments, retain expertise, innovate and compete with global digital organisations possessing vastly greater resources.
The result may be a slow process of erosion.
First, production capacity declines. Then quality falls. Audiences and trust subsequently diminish. Eventually, the very justification for the institution’s existence can be called into question.
Financial stability should therefore not be regarded as a corporate privilege. It is one of the conditions necessary for public service media to fulfil their mission.
A european issue
The pressures facing public service media are not limited to the Czech Republic.
Across Europe, debates are taking place about funding, governance, independence, efficiency, digital transformation and the ability of public broadcasters to reach younger generations.
In this context, the European Broadcasting Union (EBU) plays a particularly important role, bringing together public service media organisations and providing a platform for cooperation and dialogue across the continent.
The challenges are increasingly shared: competition from global platforms, changing consumption habits, audience fragmentation, rising technology costs, disinformation, changes in the advertising ecosystem and the constant need to earn and retain citizens’ trust.
The response cannot simply be to preserve existing institutions in their traditional form.
Defending public service media also means transforming them.
The European Media Freedom Act
An important step towards establishing a European framework for protecting pluralism is the European Media Freedom Act.
One of the fundamental principles emerging from European action in this field is that media organisations cannot be regarded exclusively as businesses like any other.
They naturally operate within markets, use economic resources and must meet sustainability requirements. But they also produce something indispensable to democratic life: information, scrutiny of power, pluralism and citizens’ access to the public sphere.
Media freedom therefore does not protect journalists and publishers alone.
It protects citizens.
Protecting editorial independence means protecting society’s right to receive information that has not been manipulated by political power or dominant economic interests.
From this perspective, European media freedom legislation represents an important instrument for strengthening the independence and sustainability of the information system and recognising the particular role played by public service media.
Independence also means responsibility
Defending public service media does not mean considering them immune from criticism.
On the contrary, precisely because they are financed through public mechanisms and entrusted with a democratic mission, they must be held to particularly high standards.
They must be transparent.
They must explain how they use their resources.
They must correct mistakes.
They must clearly distinguish news from opinion.
They must guarantee pluralism.
They must avoid both subordination to government and transformation into a self-referential system disconnected from society.
They must also demonstrate their ability to innovate.
Independence is not a licence for inertia. It is the condition that enables an institution to fulfil its mission responsibly.
Reaching new generations
Perhaps the most important challenge concerns young people.
Younger generations consume content in profoundly different ways from their parents. Smartphones, short-form video, podcasts, social platforms, creators and recommendation systems have become part of everyday information consumption.
Public service media that attempted to defend their mission by limiting themselves to traditional television and radio channels would inevitably risk losing relevance.
The mission must therefore remain stable while the means of delivering it evolve.
The public service media of the future are not necessarily tied to a television or radio set. They constitute a system for producing and distributing reliable, universal and culturally relevant content, capable of being present wherever audiences are.
This requires technological investment, experimentation, new professional skills and, above all, a long-term strategy.
And this is precisely why financial uncertainty can be particularly damaging.
A democratic infrastructure for the future
The debate surrounding public service media is sometimes presented as a conflict between past and future: on one side, television and radio organisations created in the twentieth century; on the other, digital platforms, social networks and artificial intelligence.
This is a misleading opposition.
The real question is not whether we will preserve the media technologies of the past.
The question is whether, within the new digital ecosystem, we will continue to consider certain principles essential: universal access, pluralism, editorial independence, professional accountability, cultural production, verified information, and attention to citizens and content that do not represent commercially profitable markets.
If we believe these values remain essential, then we still need public service media.
We may need them more than ever before.
Protecting public service media means protecting democracy
Democracy does not exist only in constitutions, parliaments and elections.
It also exists in the information environment in which citizens form their opinions.
If that environment becomes completely fragmented, manipulable or dominated by opaque systems; if shared facts are progressively replaced by parallel realities; if access to quality information becomes an economic or technological privilege, democratic institutions themselves become more vulnerable.
For this reason, the future of public service media does not concern only journalists, broadcasting executives, politicians or communications experts.
It concerns every citizen.
The challenge is to preserve plurality, quality, accessibility, universality and independence while adapting these institutions to a technological environment radically different from the one in which they were created.
We should demand efficiency without undermining their mission, innovation without turning them into mere imitations of commercial platforms, accountability without political subordination, and the ability to reach broad audiences without sacrificing quality.
Above all, we must remember that the decisions taken today will not determine only what kind of information is available in the present.
They will help shape the environment in which future generations grow up and in which, one day, those generations will be called upon to distinguish facts from manipulation, form their own opinions and make democratic decisions.
Strong and independent public service media cannot, by themselves, guarantee a healthy democracy. But a democracy deprived of universal, reliable and independent sources of information inevitably becomes more fragile.
Defending public service media ultimately means defending the shared space in which a democratic society can know the facts, compare different ideas and freely decide its own future. It means protecting not only radio and television, but the very quality of democracy itself.
