(AGENPARL) - Roma, 24 Agosto 2026 - La costituzionalista ad AGENPARL: «Il pluralismo presuppone la capacità di convivere con il dissenso». Dalla cultura woke all’autocensura, dal potere degli algoritmi al ruolo del giornalismo: le nuove frontiere dell’articolo 21 della Costituzione.
La libertà di manifestazione del pensiero torna a occupare il centro della riflessione costituzionale proprio nel momento in cui le forme tradizionali della censura sembrano lasciare spazio a meccanismi più complessi, diffusi e difficilmente riconducibili all’esercizio autoritativo del potere pubblico. Il problema contemporaneo non riguarda, infatti, soltanto ciò che lo Stato può vietare, ma anche ciò che una società, un ambiente professionale, una comunità digitale o una piattaforma possono rendere progressivamente difficile pronunciare, sostenere o persino sottoporre alla discussione pubblica.
È su questo terreno che si colloca la riflessione di Ginevra Cerrina Feroni, professoressa ordinaria di Diritto costituzionale italiano e comparato all’Università di Firenze e Vice Presidente del Garante per la protezione dei dati personali. Al centro dell’intervista vi è una questione che attraversa alcune delle tensioni più profonde delle democrazie contemporanee: come conciliare la tutela costituzionale della dignità, dell’eguaglianza e delle persone vulnerabili con la salvaguardia di una libertà di espressione che, per essere autenticamente tale, deve necessariamente comprendere anche il dissenso, la critica, la parola sgradita e l’opinione minoritaria?
La questione assume particolare rilievo nel confronto sulla cultura woke e sul cosiddetto politicamente corretto. Nella lettura proposta da Cerrina Feroni, il problema non consiste nel mettere in discussione le esigenze di rispetto, inclusione e non discriminazione, che appartengono pienamente all’orizzonte assiologico della Costituzione. Il punto costituzionalmente sensibile emerge quando dalla tutela della persona si passa alla pretesa di proteggere determinate idee, identità o sensibilità dalla critica; quando il rispetto tende a trasformarsi nella preventiva delimitazione delle parole utilizzabili e delle opinioni socialmente ammissibili; quando, infine, la difesa dall’esclusione rischia paradossalmente di produrre nuove forme di esclusione nei confronti di chi manifesta un pensiero difforme.
È qui che l’articolo 21 della Costituzione rivela tutta la sua persistente centralità. La libertà di manifestazione del pensiero non costituisce soltanto una posizione soggettiva individuale, ma rappresenta uno dei presupposti strutturali dell’ordinamento democratico e del principio pluralistico. Una democrazia costituzionale non si misura soltanto sulla capacità di garantire la circolazione delle idee condivise o socialmente accettate, ma anche sulla disponibilità ad assicurare cittadinanza al dissenso, alla critica e alle opinioni che possono disturbare le convinzioni prevalenti, entro i limiti posti dalla tutela dei diritti altrui e dall’ordinamento.
L’intervista porta così la riflessione su un secondo e più problematico versante: quello della libertà sostanziale di espressione. Può esservi una compressione effettiva della libertà anche quando nessuna autorità pubblica abbia formalmente vietato di parlare? È sufficiente l’assenza della censura statale per poter affermare che lo spazio pubblico sia realmente libero?
La categoria del chilling effect diventa, sotto questo profilo, particolarmente significativa. L’autocensura determinata dal timore dell’isolamento sociale, delle conseguenze professionali, del danno reputazionale, del boicottaggio o dell’esclusione dagli spazi digitali pone il costituzionalismo dinanzi a una questione nuova: la libertà può risultare formalmente intatta e, al tempo stesso, sostanzialmente indebolita. Non è più necessariamente il divieto a produrre il silenzio; può essere sufficiente rendere eccessivamente oneroso il costo sociale dell’esercizio della libertà.
Da questo punto di vista, la riflessione sul politicamente corretto conduce a un interrogativo più generale sulla stessa trasformazione del potere nelle società digitali. Il costituzionalismo moderno si è storicamente costruito attorno alla necessità di limitare il potere pubblico e di proteggere la sfera delle libertà individuali dall’ingerenza dello Stato. Oggi, tuttavia, una parte crescente del potere capace di incidere sulla concreta esercitabilità delle libertà fondamentali appartiene a soggetti privati.
Le grandi piattaforme digitali non costituiscono più soltanto infrastrutture attraverso le quali circolano informazioni e opinioni. Le loro regole di moderazione, i sistemi di raccomandazione e le architetture algoritmiche concorrono a determinare quali contenuti acquisiscano visibilità, quali rimangano marginali e quali possano raggiungere determinate comunità di utenti. Ne deriva una trasformazione profonda del rapporto tra potere, libertà e comunicazione, che impone di interrogarsi sull’adeguatezza delle categorie tradizionali del costituzionalismo rispetto a centri di potere privato di dimensione globale.
Non ogni moderazione costituisce censura e non ogni limitazione della circolazione di un contenuto rappresenta necessariamente una violazione della libertà di espressione. Proprio per questo la questione diviene più sofisticata: occorre individuare criteri, procedure e garanzie capaci di conciliare la necessità di contrastare violenza, discriminazione, terrorismo e contenuti illeciti con l’esigenza di impedire che soggetti privati assumano, senza adeguati contrappesi, la funzione di arbitri del discorso pubblico.
È all’interno di questo nuovo equilibrio che assume una particolare centralità il giornalismo. Se gli algoritmi tendono a selezionare e gerarchizzare i contenuti e se la polarizzazione può favorire la riproduzione delle medesime narrazioni, il pluralismo non può più essere identificato semplicemente con la moltiplicazione quantitativa delle fonti. La disponibilità di migliaia di siti, profili e canali non garantisce, di per sé, una reale pluralità dell’informazione.
Il pluralismo sostanziale richiede diversità delle voci, indipendenza, verifica delle fonti, distinzione rigorosa tra fatti e opinioni e capacità di sottoporre al controllo critico tanto i poteri pubblici quanto quelli privati. In questa prospettiva, il giornalismo recupera una funzione che trascende la dimensione meramente professionale: concorrere alla formazione di un’opinione pubblica libera e consapevole e preservare quello spazio del confronto senza il quale il pluralismo rischia di ridursi a una proclamazione formale.
L’intervista a Ginevra Cerrina Feroni si muove dunque lungo una linea che attraversa alcuni dei nodi decisivi del diritto costituzionale della comunicazione contemporaneo: la distinzione tra tutela delle persone e tutela delle idee; il rapporto tra inclusione e dissenso; il politicamente corretto e il rischio del conformismo; il chilling effect e l’autocensura; la trasformazione della censura nell’ambiente digitale; il potere delle piattaforme e degli algoritmi; la necessità di garanzie procedurali rispetto alle decisioni sulla circolazione dei contenuti; infine, la responsabilità del giornalismo nella salvaguardia di un pluralismo effettivo.
Sul fondo rimane una domanda propriamente costituzionale: quanto dissenso è disposta a tollerare una democrazia che voglia continuare a definirsi pluralista? Perché la qualità di una società libera non si misura soltanto nella protezione delle idee sulle quali esiste consenso, ma anche nello spazio che essa continua a riconoscere alla possibilità di dissentire.
Domanda. Professoressa Cerrina Feroni, Lei sostiene che «la cultura woke è incompatibile con lo spirito della Costituzione». Dove si colloca, sul piano costituzionale, il confine tra la legittima tutela della dignità, delle minoranze e delle persone vulnerabili e il rischio che il politicamente corretto si trasformi in un dispositivo di conformazione del pensiero e del linguaggio?
Ginevra Cerrina Feroni. Il confine si colloca, a mio giudizio, tra la tutela della persona e la tutela delle idee.
La Costituzione impone di proteggere la dignità, l’eguaglianza, le persone vulnerabili contro le discriminazioni, le minacce, le concrete forme di emarginazione.
Non impone, invece, di sottrarre le convinzioni, le identità o le sensibilità di ciascuno alla critica, anche aspra.
Le persone hanno diritto al rispetto. Le idee, al contrario, devono poter essere discusse e contestate. Perché l’art. 21 Cost. non protegge soltanto le idee ragionevoli o condivise dalla maggioranza. Protegge, soprattutto, le opinioni che disturbano, che provocano o che risultano impopolari, naturalmente finché non si traducano in una concreta lesione dei diritti altrui o in un effettivo incitamento alla violenza e alla discriminazione.
Domanda. Il punto, dunque, sembra essere quello del pluralismo: una democrazia costituzionale può dirsi realmente pluralista se tutela formalmente la libertà di espressione, ma al tempo stesso si affermano codici linguistici e culturali che tendono a delimitare preventivamente il perimetro delle opinioni socialmente ammissibili? Quando l’esigenza di inclusione rischia di trasformarsi, paradossalmente, in una nuova forma di esclusione del dissenso?
Ginevra Cerrina Feroni. Ed è qui che si verifica il problema: quando dall’obbligo – ovviamente condivisibile – di non discriminare, si passa ad una pretesa diversa. Ovvero quella di stabilire, preventivamente, quali parole possano essere utilizzate, quali opinioni siano ammissibili e quali fatti storici del passato possano essere ricordati.
È in quel momento che l’inclusione – ed è un paradosso – si trasforma nel proprio contrario.
Anziché tutelare il pluralismo lo contraddice perché include alcuni attraverso l’esclusione simbolica e sociale di altri, cioè di coloro che manifestano un’opinione difforme.
Ma il pluralismo costituzionale presuppone la capacità di convivere con il dissenso, non il potere di eliminarlo attraverso una preventiva regolamentazione etico-morale del linguaggio e delle idee.
Ecco perché affermo che la cultura woke tradisca lo spirito della Costituzione.
Domanda. Lei richiama il chilling effect, una categoria particolarmente significativa per comprendere le nuove forme di compressione della libertà di espressione. Può esistere, dunque, una limitazione sostanziale della libertà di manifestazione del pensiero anche in assenza di un divieto giuridico o di un provvedimento censorio dello Stato? E quanto incidono, sotto questo profilo, le conseguenze sociali, professionali e reputazionali che possono derivare dall’espressione di un’opinione non conforme?
Ginevra Cerrina Feroni. Non servono divieti giuridici o espliciti divieti censori. Le regole non scritte del politicamente corretto sono accompagnate da conseguenze sostanzialmente sanzionatorie: l’esclusione dall’università o dal luogo di lavoro, il boicottaggio, la rimozione dalle piattaforme, la delegittimazione professionale, la psichiatrizzazione, la “morte civile” dell’interlocutore.
Sanzioni violente e terribili. E non si possono derubricare o banalizzare.
Quindi non occorrono divieti formali dello Stato per aversi il chilling effect. Ci si autocensura continuamente, rinunciando ad esercitare la libertà per il timore delle conseguenze sociali, lavorative o reputazionali.
La libertà di espressione diviene allora soltanto apparenza, pura retorica: formalmente si può parlare, ma concretamente si sa che alcune opinioni comportano un prezzo troppo oneroso da sostenere.
Naturalmente, non ogni regola di cortesia, di buona educazione, o di usare un linguaggio rispettoso costituisce una violazione dell’articolo 21. Una società civile vive anche di convenzioni, di codici non scritti, di responsabilità individuali.
Domanda. La censura contemporanea può non provenire più soltanto dal potere pubblico, ma manifestarsi attraverso piattaforme digitali, algoritmi, moderazione dei contenuti, pressione reputazionale e autocensura. Il costituzionalismo tradizionale dispone ancora di categorie adeguate per governare questi nuovi poteri privati?
Ginevra Cerrina Feroni. Le categorie del costituzionalismo tradizionale restano indispensabili, ma non sono più sufficienti se vengono interpretate esclusivamente come strumenti di difesa nei confronti dello Stato. Il costituzionalismo è nato per limitare il potere, oggi però una parte molto rilevante del potere che condiziona l’esercizio delle libertà è detenuta da soggetti privati. Le grandi piattaforme non si limitano a ospitare il dibattito pubblico, ne stabiliscono le regole, selezionano i contenuti, decidono che cosa rendere visibile e determinano, attraverso gli algoritmi, quali opinioni possano raggiungere un pubblico.
Non si tratta sempre di censura nel significato tradizionale: voglio dire che un contenuto può rimanere formalmente online ed essere però reso praticamente invisibile perché escluso dai sistemi di raccomandazione; similmente, una persona può non essere formalmente sanzionata, ma essere esposta a una campagna di delegittimazione tale da indurla al silenzio. Questo significa che il potere non opera più soltanto attraverso il divieto, ma anche attraverso la selezione o la graduazione della visibilità e la pressione reputazionale può fare il resto.
Con ciò non voglio sostenere che le piattaforme non debbano moderare i contenuti. Talvolta il loro intervento è essenziale per prevenire o reprimere minacce, violenza – pensiamo al terrorismo – o forme di incitamento all’odio. Quello che dobbiamo evitare, però, è di affidare integralmente a imprese private orientate al profitto il compito di stabilire il confine tra il discorso lecito e quello illecito.
Sono valutazioni estremamente delicate, che richiedono garanzie costituzionali anche di natura procedurale: non solo regole chiare e trasparenza decisionale – quindi, prima di tutto, una motivazione chiara – ma anche contraddittorio, possibilità di ricorso e controllo successivo e agile da parte di autorità indipendenti o giudiziarie.
Purtroppo è già stato osservato come le piattaforme, per evitare rischi economici e reputazionali, siano naturalmente indotte a rimuovere più del necessario.
Domanda. In questo nuovo assetto dello spazio pubblico, nel quale il potere di selezionare e gerarchizzare le informazioni è sempre più condizionato dalle piattaforme e dagli algoritmi, quale funzione costituzionale è chiamato ad assolvere il giornalismo? E in che modo un’informazione professionale, indipendente e realmente pluralista può rappresentare un contrappeso tanto al conformismo culturale quanto alla concentrazione privata del potere comunicativo?
Ginevra Cerrina Feroni. Il giornalismo assume, in questo contesto, una funzione ancora più importante. Non dovrebbe limitarsi a riprodurre le opinioni prevalenti o gli orientamenti premiati dagli algoritmi, ma dovrebbe verificare i fatti, interrogare il potere e offrire spazio anche alle posizioni minoritarie e impopolari.
Il giornalismo non deve consacrare una verità ufficiale: deve rendere possibile il confronto tra ricostruzioni diverse, distinguendo con rigore i fatti dalle opinioni.
Il pluralismo dell’informazione, quindi, non coincide con la semplice moltiplicazione delle fonti, dal momento che possiamo avere migliaia di siti e profili che ripetono la stessa narrazione selezionata dai medesimi algoritmi.
Il pluralismo autentico, oltre ad una pluralità effettiva di voci, richiede una verifica precisa delle fonti che selezioni le notizie. È questa varietà, insieme alla professionalità del giornalismo, che può impedire allo spazio pubblico digitale di trasformarsi nello spazio del pensiero conforme.

Cerrina Feroni: «Freedom of expression must also protect dissent». Political correctness, the chilling effect and the new powers of the digital age
The constitutional law scholar speaks to AGENPARL: “Pluralism presupposes the ability to live with dissent.” From woke culture and self-censorship to the power of algorithms and the role of journalism: the new frontiers of Article 21 of the Italian Constitution.
Freedom of expression is once again at the heart of constitutional reflection, precisely at a time when traditional forms of censorship appear to be giving way to mechanisms that are more complex, diffuse and increasingly difficult to trace back to the authoritative exercise of public power. The contemporary issue, in fact, concerns not only what the State may prohibit, but also what a society, a professional environment, a digital community or a platform may progressively make difficult to say, defend or even submit to public debate.
It is against this backdrop that the reflections of Ginevra Cerrina Feroni, Professor of Italian and Comparative Constitutional Law at the University of Florence and Vice President of the Italian Data Protection Authority, take shape. At the heart of the interview lies a question that touches upon some of the deepest tensions within contemporary democracies: how can the constitutional protection of dignity, equality and vulnerable persons be reconciled with the safeguarding of a freedom of expression that, if it is to be genuine, must necessarily encompass dissent, criticism, unwelcome speech and minority opinions?
The issue assumes particular significance in the debate surrounding woke culture and so-called political correctness. In Cerrina Feroni’s analysis, the problem does not lie in questioning the principles of respect, inclusion and non-discrimination, which fully belong to the constitutional framework of values. The constitutionally sensitive point arises when the protection of individuals gives way to the claim that certain ideas, identities or sensitivities should themselves be shielded from criticism; when respect tends to become the prior delimitation of permissible words and socially acceptable opinions; and when, ultimately, protection against exclusion paradoxically risks producing new forms of exclusion directed at those who express dissenting views.
It is here that Article 21 of the Italian Constitution reveals its enduring centrality. Freedom of expression is not merely an individual subjective right; it is one of the structural prerequisites of the democratic order and of the principle of pluralism. A constitutional democracy is measured not only by its ability to guarantee the circulation of ideas that are widely shared or socially accepted, but also by its willingness to afford a legitimate place to dissent, criticism and opinions that may challenge prevailing convictions, within the limits established by the protection of the rights of others and by the legal order.
The interview therefore moves to a second, and even more problematic, dimension: that of substantive freedom of expression. Can freedom be effectively restricted even when no public authority has formally prohibited anyone from speaking? Is the absence of State censorship sufficient to conclude that the public sphere is genuinely free?
From this perspective, the concept of the chilling effect becomes particularly significant. Self-censorship arising from fear of social isolation, professional consequences, reputational damage, boycotts or exclusion from digital spaces confronts constitutionalism with a new question: freedom may remain formally intact while, at the same time, being substantively weakened. Silence need no longer necessarily be produced by prohibition; it may be enough to make the social cost of exercising freedom excessively burdensome.
From this standpoint, reflection on political correctness leads to a broader question concerning the transformation of power itself in digital societies. Modern constitutionalism has historically developed around the need to limit public power and protect the sphere of individual freedoms against State interference. Today, however, an increasing share of the power capable of affecting the actual exercise of fundamental freedoms is held by private actors.
Major digital platforms are no longer merely infrastructures through which information and opinions circulate. Their moderation policies, recommendation systems and algorithmic architectures help determine which content gains visibility, which remains marginal and which is able to reach particular communities of users. The result is a profound transformation in the relationship between power, freedom and communication, raising the question of whether the traditional categories of constitutionalism remain adequate when confronted with private centres of power operating on a global scale.
Not every act of moderation amounts to censorship, nor does every restriction on the circulation of content necessarily constitute a violation of freedom of expression. This is precisely what makes the issue more complex: criteria, procedures and safeguards must be identified that are capable of reconciling the need to combat violence, discrimination, terrorism and unlawful content with the equally important need to prevent private actors, in the absence of adequate checks and balances, from assuming the role of arbiters of public discourse.
It is within this new equilibrium that journalism acquires particular importance. If algorithms increasingly select and rank content, and if polarisation can encourage the reproduction of the same narratives, pluralism can no longer simply be identified with the quantitative multiplication of sources. The availability of thousands of websites, profiles and channels does not, in itself, guarantee genuine plurality of information.
Substantive pluralism requires diversity of voices, independence, verification of sources, a rigorous distinction between facts and opinions, and the capacity to subject both public and private powers to critical scrutiny. From this perspective, journalism recovers a function that transcends its purely professional dimension: contributing to the formation of a free and informed public opinion and preserving the arena of debate without which pluralism risks being reduced to a merely formal proclamation.
The interview with Ginevra Cerrina Feroni therefore develops along a line of inquiry that touches upon some of the decisive issues in contemporary constitutional law of communication: the distinction between protecting people and protecting ideas; the relationship between inclusion and dissent; political correctness and the risk of conformity; the chilling effect and self-censorship; the transformation of censorship in the digital environment; the power of platforms and algorithms; the need for procedural safeguards governing decisions on the circulation of content; and, finally, the responsibility of journalism in safeguarding genuine pluralism.
In the background remains a fundamentally constitutional question: how much dissent is a democracy prepared to tolerate if it wishes to continue defining itself as pluralistic? The quality of a free society is measured not only by the protection it affords to ideas around which consensus exists, but also by the space it continues to preserve for the possibility of dissent.
Question. Professor Cerrina Feroni, you argue that “woke culture is incompatible with the spirit of the Constitution.” From a constitutional perspective, where should the boundary be drawn between the legitimate protection of dignity, minorities and vulnerable people, on the one hand, and the risk that political correctness may become a mechanism for shaping and constraining thought and language, on the other?
Ginevra Cerrina Feroni. In my view, the boundary lies between protecting people and protecting ideas.
The Constitution requires us to protect dignity and equality, and to safeguard vulnerable people against discrimination, threats and concrete forms of marginalisation.
It does not, however, require us to shield people’s beliefs, identities or sensitivities from criticism, even harsh criticism.
People have a right to respect. Ideas, by contrast, must remain open to discussion and challenge. Article 21 of the Constitution does not protect only reasonable ideas or those shared by the majority. Above all, it protects opinions that disturb, provoke or are unpopular, provided, of course, that they do not result in an actual violation of the rights of others or constitute genuine incitement to violence or discrimination.
Question. The central issue, then, appears to be pluralism: can a constitutional democracy genuinely call itself pluralistic if it formally protects freedom of expression while, at the same time, linguistic and cultural codes emerge that tend to define in advance the boundaries of socially acceptable opinion? When does the pursuit of inclusion risk becoming, paradoxically, a new form of exclusion of dissent?
Ginevra Cerrina Feroni. This is precisely where the problem arises: when we move from the duty — which is obviously something we can all agree upon — not to discriminate, to a very different claim. Namely, the claim to determine in advance which words may be used, which opinions are admissible and which historical events from the past may be remembered.
It is at that point that inclusion — paradoxically — turns into its opposite.
Instead of safeguarding pluralism, it contradicts it, because it includes some through the symbolic and social exclusion of others: those who express a dissenting opinion.
Constitutional pluralism, however, presupposes the ability to live with dissent, not the power to eliminate it through the prior ethical and moral regulation of language and ideas.
That is why I argue that woke culture betrays the spirit of the Constitution.
Question. You refer to the chilling effect, a particularly significant concept for understanding new forms of restriction on freedom of expression. Can there therefore be a substantive limitation of freedom of expression even in the absence of a legal prohibition or a formal act of censorship by the State? And, in this respect, how significant are the social, professional and reputational consequences that may result from expressing a non-conforming opinion?
Ginevra Cerrina Feroni. There is no need for legal prohibitions or explicit acts of censorship. The unwritten rules of political correctness are accompanied by consequences that are, in substance, punitive: exclusion from university or the workplace, boycotts, removal from platforms, professional delegitimisation, pathologisation and the “civil death” of the person concerned.
These are harsh and terrible sanctions. They cannot simply be dismissed or trivialised.
Therefore, formal prohibitions imposed by the State are not necessary for a chilling effect to occur. People constantly censor themselves, relinquishing the exercise of their freedom because they fear the social, professional or reputational consequences.
Freedom of expression then becomes merely an appearance, pure rhetoric: formally, one is free to speak, but in practice one knows that expressing certain opinions carries a price that may be too high to bear.
Naturally, not every rule of courtesy or good manners, nor every expectation that respectful language should be used, constitutes a violation of Article 21. A civil society also depends upon conventions, unwritten codes and individual responsibility.
Question. Contemporary censorship may no longer come exclusively from public authorities; it may also operate through digital platforms, algorithms, content moderation, reputational pressure and self-censorship. Does traditional constitutionalism still possess adequate conceptual categories to govern these new forms of private power?
Ginevra Cerrina Feroni. The categories of traditional constitutionalism remain indispensable, but they are no longer sufficient if they are interpreted exclusively as instruments of protection against the State. Constitutionalism was born to limit power; today, however, a very significant share of the power that affects the exercise of our freedoms is held by private actors. Major platforms do not merely host public debate: they establish its rules, select content, decide what is made visible and determine, through algorithms, which opinions are able to reach an audience.
This is not always censorship in the traditional sense. What I mean is that content may formally remain online while being rendered virtually invisible because it has been excluded from recommendation systems. Similarly, a person may not be formally sanctioned, but may be subjected to such an intense campaign of delegitimisation that they are effectively driven into silence. This means that power no longer operates solely through prohibition: it also operates through the selection or gradation of visibility, with reputational pressure doing the rest.
By this I do not mean that platforms should not moderate content. Their intervention is sometimes essential to prevent or suppress threats and violence — terrorism, for example — or forms of incitement to hatred. What we must avoid, however, is entrusting entirely to profit-driven private companies the task of determining the boundary between lawful and unlawful speech.
These are extremely delicate assessments that require constitutional safeguards, including procedural safeguards: not only clear rules and transparent decision-making — which means, first and foremost, clear reasons for decisions — but also an adversarial process, the possibility of appeal and prompt subsequent review by independent or judicial authorities.
Unfortunately, it has already been observed that platforms, in order to avoid economic and reputational risks, are naturally inclined to remove more content than is strictly necessary.
Question. Within this new configuration of the public sphere, in which the power to select and rank information is increasingly conditioned by platforms and algorithms, what constitutional function should journalism perform? And how can professional, independent and genuinely pluralistic journalism act as a counterweight both to cultural conformity and to the private concentration of communicative power?
Ginevra Cerrina Feroni. In this context, journalism assumes an even more important function. It should not confine itself to reproducing prevailing opinions or the viewpoints rewarded by algorithms, but should verify facts, scrutinise power and provide space for minority and unpopular positions as well.
Journalism must not consecrate an official truth: it must make it possible for different accounts and interpretations to confront one another, while rigorously distinguishing facts from opinions.
Pluralism in information, therefore, cannot be equated with the simple multiplication of sources, because we may have thousands of websites and profiles repeating the same narrative selected by the same algorithms.
Authentic pluralism requires not only a genuine plurality of voices, but also rigorous verification of the sources on which news selection is based. It is this diversity, combined with the professionalism of journalism, that can prevent the digital public sphere from becoming a space of conformist thought.
