(AGENPARL) - Roma, 16 Agosto 2026 - La crisi che coinvolge lo Stretto di Hormuz sta accelerando una trasformazione potenzialmente profonda delle rotte energetiche del Medio Oriente. Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e altri Paesi del Golfo stanno valutando infrastrutture capaci di ridurre la dipendenza dai due grandi chokepoint regionali: Hormuz e Bab el-Mandeb.
L’obiettivo strategico sarebbe semplice quanto ambizioso: fare in modo che una parte crescente del petrolio e del gas del Golfo possa raggiungere i mercati mondiali senza transitare attraverso aree nelle quali Iran e Houthi dispongono di una significativa capacità di interdizione.
Non si tratterebbe quindi soltanto di costruire oleodotti, porti o raffinerie. Dietro questi progetti emerge una battaglia molto più vasta per ridisegnare la geografia energetica mediorientale e ridurre la capacità di Teheran di utilizzare le rotte marittime come leva geopolitica.
Hormuz e Bab el-Mandeb, i due punti deboli del commercio energetico
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi più delicati dell’intero sistema energetico mondiale. Attraverso questa stretta via d’acqua transitano le esportazioni di alcuni dei maggiori produttori di petrolio e gas del Golfo.
L’Iran dispone di una lunga costa sul lato settentrionale dello stretto e di capacità militari che, in una situazione di conflitto, possono mettere sotto pressione la navigazione commerciale.
Più a ovest, Bab el-Mandeb costituisce invece la porta meridionale del Mar Rosso. Le navi che lo attraversano possono raggiungere il Canale di Suez e quindi il Mediterraneo.
Qui la minaccia principale deriva dagli Houthi dello Yemen, movimento sostenuto dall’Iran che negli ultimi anni ha dimostrato la capacità di colpire o minacciare il traffico commerciale nel Mar Rosso.
Per Washington e i suoi partner regionali, la vulnerabilità deriva quindi dalla concentrazione delle esportazioni in pochi corridoi marittimi.
Da qui l’idea di creare percorsi alternativi.
Il progetto MERA Oil: 5 miliardi per una nuova piattaforma energetica
Uno dei progetti citati nel dibattito è quello promosso dal consorzio privato MERA Oil, che coinvolge MWG Enterprises, Patel Family Office e PWS, affiliata al gruppo saudita AHQ.
Il progetto prevede investimenti nell’ordine di 5 miliardi di dollari per realizzare una raffineria integrata con una capacità prevista di circa 200.000 barili al giorno.
Il complesso dovrebbe comprendere anche infrastrutture portuali in acque profonde, grandi capacità di stoccaggio per greggio e prodotti raffinati e strutture dedicate alle esportazioni.
Il particolare decisivo è però geografico.
L’impianto dovrebbe sorgere al di fuori dello Stretto di Hormuz, trasformandosi in una piattaforma dalla quale esportare energia direttamente verso l’Oceano Indiano.
Tra le aree compatibili con questa impostazione figurano località affacciate sul Golfo dell’Oman e sul Mar Arabico, come Fujairah negli Emirati Arabi Uniti oppure Duqm e Salalah in Oman.
La sede definitiva, secondo le informazioni riportate, non sarebbe ancora stata annunciata.
Una volta completata la selezione, dovrebbero iniziare le ultime verifiche e la progettazione ingegneristica. L’obiettivo indicato per la prima fase è arrivare al completamento meccanico entro la fine del 2029, prima dell’avvio delle operazioni commerciali.
La carta dell’Oman
L’Oman potrebbe assumere un’importanza crescente proprio perché dispone di coste direttamente affacciate sull’Oceano Indiano.
Un terminal energetico situato sulla costa omanita consentirebbe alle esportazioni provenienti dalla penisola arabica di raggiungere i mercati asiatici senza attraversare Hormuz.
Questo principio potrebbe essere applicato anche a una strategia logistica molto più ampia: il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC).
L’iniziativa, presentata originariamente durante il G20 del 2023, punta a costruire una rete integrata di collegamenti marittimi e ferroviari tra India, penisola arabica, Mediterraneo ed Europa.
Una possibile configurazione prevederebbe l’arrivo delle merci indiane in Oman e il loro successivo trasferimento sulle reti terrestri della penisola arabica.
Il vantaggio strategico sarebbe evidente: il segmento marittimo orientale terminerebbe prima di Hormuz.
IMEC come alternativa strategica
Il progetto IMEC assume una rilevanza che supera il commercio energetico.
L’idea è costruire un asse logistico che colleghi l’India ai Paesi del Golfo, attraversi Arabia Saudita e Giordania e raggiunga il Mediterraneo orientale.
Da lì, merci ed eventualmente risorse energetiche potrebbero proseguire verso i mercati europei.
In questa prospettiva, Israele diventerebbe uno dei terminali mediterranei del nuovo sistema, con il porto di Haifa in posizione particolarmente strategica.
La costruzione del corridoio avrebbe anche implicazioni nella competizione tra Stati Uniti e Cina.
Washington potrebbe infatti favorire una rete commerciale ed energetica alternativa alle infrastrutture sulle quali Pechino ha costruito negli ultimi anni una crescente influenza economica.
L’ipotesi più ambiziosa: un oleodotto Arabia Saudita-Israele
Esiste poi un’opzione ancora più radicale: collegare direttamente i produttori del Golfo al Mediterraneo attraverso una rete terrestre.
Il progetto descritto prevederebbe un oleodotto che attraversi il territorio saudita in direzione di Israele.
Il petrolio potrebbe successivamente essere immesso nel sistema israeliano e raggiungere la costa mediterranea attraverso infrastrutture come l’Eilat-Ashkelon Pipeline.
Si tratta di un’infrastruttura dalla storia geopolitica singolare.
L’oleodotto Eilat-Ashkelon nacque infatti tra la fine degli anni Sessanta come cooperazione tra Israele e l’Iran dello Scià. Il suo scopo era consentire al petrolio iraniano arrivato a Eilat di attraversare Israele e raggiungere il Mediterraneo evitando il Canale di Suez.
Oggi quella stessa infrastruttura viene discussa in uno scenario completamente capovolto: non più come collegamento con l’Iran, ma come possibile elemento di una rete destinata a ridurre l’importanza strategica dell’Iran.
Israele propone una nuova autostrada energetica
Il ministro israeliano dell’Energia Eli Cohen ha sostenuto pubblicamente la logica di una rotta terrestre, osservando che i Paesi del Golfo hanno interesse a non dipendere né dall’Iran né dagli Houthi per le proprie esportazioni.
Anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha sostenuto l’idea di oleodotti e gasdotti diretti verso ovest attraverso la penisola arabica e fino ai porti israeliani sul Mediterraneo.
Dal punto di vista geografico, la soluzione avrebbe un vantaggio enorme: potrebbe aggirare contemporaneamente Hormuz e Bab el-Mandeb.
Il petrolio proveniente dal Golfo attraverserebbe l’Arabia Saudita via terra, raggiungerebbe Israele e da lì arriverebbe direttamente nel Mediterraneo.
Una petroliera destinata all’Europa non dovrebbe quindi né attraversare Hormuz né circumnavigare la penisola arabica per entrare nel Mar Rosso.
La variabile Arabia Saudita
Perché un progetto di questo tipo diventi realmente possibile, tuttavia, il ruolo saudita sarebbe decisivo.
Riad possiede già importanti infrastrutture energetiche che permettono di trasferire parte della produzione dal Golfo Persico verso il Mar Rosso.
Un corridoio diretto verso il Mediterraneo rappresenterebbe però un salto strategico molto più significativo.
Consentirebbe al regno di diversificare ulteriormente le proprie vie di esportazione e potrebbe ridurre l’esposizione delle sue entrate petrolifere alle crisi nello Stretto di Hormuz.
Ma significherebbe anche approfondire enormemente la cooperazione economica e infrastrutturale con Israele, con tutte le implicazioni diplomatiche che ne deriverebbero.
Gli Accordi di Abramo e la strategia americana
È qui che la questione energetica incontra direttamente la diplomazia statunitense.
Un corridoio Arabia Saudita-Israele potrebbe diventare una delle infrastrutture economiche più importanti associate a un’eventuale espansione degli Accordi di Abramo.
La normalizzazione delle relazioni tra Israele e altri Paesi arabi permetterebbe infatti di trasformare accordi diplomatici in reti fisiche: ferrovie, oleodotti, gasdotti, porti, reti elettriche e collegamenti digitali.
Per Washington, una simile architettura avrebbe diversi vantaggi.
Ridimensionerebbe il peso strategico degli stretti controllabili o minacciabili dall’Iran, legherebbe maggiormente le economie del Golfo a Israele e all’Occidente e offrirebbe un’alternativa alle reti commerciali sostenute dalla Cina.
Escludere davvero l’Iran sarebbe molto più difficile
Parlare di completa “esclusione dell’Iran dal mercato petrolifero globale”, tuttavia, significa andare oltre ciò che le sole infrastrutture potrebbero garantire.
Nuovi oleodotti possono ridurre il potere di interdizione iraniano sulle esportazioni degli altri produttori, ma non possono automaticamente impedire a Teheran di vendere il proprio greggio.
Per ottenere quest’ultimo risultato sarebbero necessarie sanzioni, controlli finanziari, pressioni sugli acquirenti, monitoraggio delle petroliere e cooperazione internazionale.
La distinzione è fondamentale.
Il vero obiettivo infrastrutturale sarebbe soprattutto ridurre il valore strategico di Hormuz come leva iraniana, piuttosto che eliminare materialmente il petrolio iraniano dal commercio internazionale.
Anche le alternative hanno vulnerabilità
Inoltre, nessuna infrastruttura è completamente immune dai rischi geopolitici.
Un oleodotto di migliaia di chilometri attraverso il deserto richiederebbe stazioni di pompaggio, sistemi di sorveglianza, terminali, protezione antiaerea e capacità permanenti di manutenzione.
Una rete energetica saudita-israeliana diventerebbe inevitabilmente un’infrastruttura strategica e quindi anche un possibile obiettivo in caso di guerra regionale.
La differenza rispetto agli stretti marittimi sarebbe però sostanziale: un oleodotto terrestre può essere protetto lungo il suo percorso e, soprattutto, moltiplicherebbe le rotte disponibili.
È la ridondanza, più che l’invulnerabilità, il vero obiettivo.
Una nuova geografia energetica del Medio Oriente
Se questi progetti dovessero concretizzarsi, la conseguenza più importante sarebbe una progressiva trasformazione della geografia energetica della regione.
Per decenni il sistema è stato organizzato intorno al Golfo Persico, Hormuz, Bab el-Mandeb e Suez.
Il nuovo modello potrebbe invece poggiare su una combinazione di terminali nell’Oceano Indiano, oleodotti attraverso la penisola arabica, ferrovie dell’IMEC e porti mediterranei israeliani.
Il petrolio continuerebbe a provenire in larga misura dagli stessi giacimenti, ma cambierebbero radicalmente le strade utilizzate per portarlo sui mercati.
Ed è proprio questo il punto strategico.
La competizione non riguarda soltanto chi possiede il petrolio, ma chi controlla le infrastrutture attraverso cui quel petrolio raggiunge il resto del mondo.
Se Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele riuscissero a costruire un sistema realmente alternativo, Hormuz e Bab el-Mandeb non perderebbero la loro enorme importanza. Perderebbero però qualcosa che oggi vale quasi altrettanto: la capacità di rappresentare passaggi praticamente insostituibili per una parte decisiva dell’energia mondiale.
