(AGENPARL) - Roma, 4 Giugno 2026 - Nel 2026 l’agrivoltaico non è più un settore emergente, ma una delle colonne portanti della strategia energetica italiana. La sua crescita è il risultato di un intreccio di norme, investimenti pubblici e scadenze europee che, negli ultimi due anni, hanno trasformato il modo in cui il Paese pensa l’uso del suolo agricolo. È una rivoluzione silenziosa, ma profonda, che sta ridisegnando il paesaggio rurale e il modello produttivo delle aziende agricole.
Il punto di svolta è arrivato con il Decreto Agricoltura (D.L. 63/2024), convertito poi nella Legge 104/2024, che ha introdotto un principio destinato a cambiare tutto: stop al fotovoltaico a terra in area agricola, salvo una sola eccezione, quella dell’agrivoltaico avanzato. Per la prima volta il legislatore ha tracciato una linea netta tra impianti invasivi e impianti integrati, riconoscendo che la produzione di energia può convivere con quella agricola solo se rispetta criteri stringenti: continuità delle colture, strutture rialzate, monitoraggio ambientale e nessun consumo di suolo.
A consolidare questo impianto è arrivato il D.Lgs. 199/2021, aggiornato e riordinato nel D.Lgs. 190/2024, il cosiddetto Testo Unico FER, che ha uniformato le procedure autorizzative per le energie rinnovabili. Nel 2026 il sistema è finalmente entrato a regime: tempi più certi, criteri più chiari, meno discrezionalità regionale. Per l’agrivoltaico significa poter contare su un percorso amministrativo più lineare, anche se non privo di complessità.
La spinta decisiva, però, arriva dal PNRR. Il Bando Agrivoltaico, pubblicato dal GSE e aggiornato nel 2026, è la misura più ambiziosa mai varata in Italia per integrare agricoltura ed energia. L’obiettivo imposto da Bruxelles è chiaro: installare almeno 1,04 gigawatt di nuova potenza entro il 30 giugno 2026. Una scadenza che ha costretto il settore a correre, ma anche a strutturarsi. Il bando finanzia solo impianti agrivoltaici avanzati, quelli che garantiscono la continuità agricola e un reale beneficio per le colture. Non basta più sollevare i pannelli: occorre dimostrare che la produzione agricola non diminuisce, che il microclima migliora, che il suolo è protetto e che l’impianto contribuisce alla resilienza climatica dell’azienda.
Il Decreto PNRR Energia del 2026 ha aggiunto nuove risorse, oltre un miliardo di euro dedicato specificamente all’agrivoltaico, e ha rafforzato la governance dei progetti. Il GSE è diventato il centro operativo dell’intero sistema: gestisce gli incentivi, controlla i progetti, verifica i dati agronomici e ambientali, certifica la continuità agricola e vigila sul rispetto del principio europeo DNSH – Do No Significant Harm. È un modello più rigido, ma anche più trasparente, che premia le aziende capaci di affrontare investimenti complessi e di integrare tecnologia e agricoltura in modo autentico.
Sul piano europeo, l’agrivoltaico si inserisce perfettamente nelle strategie del Green Deal, di REPowerEU e del nuovo quadro sul consumo di suolo zero al 2050. Bruxelles chiede agli Stati membri di aumentare la produzione di energia rinnovabile senza sottrarre terreno all’agricoltura. L’Italia, con il divieto di fotovoltaico a terra e la spinta sugli impianti integrati, è oggi uno dei Paesi più allineati a questa visione.
Il risultato è un settore che nel 2026 appare maturo, ma selettivo. Le opportunità sono enormi, ma non per tutti. Servono competenze tecniche, capacità di investimento, una visione aziendale di lungo periodo e la volontà di trasformare l’azienda agricola in un sistema produttivo multifunzionale. L’agrivoltaico non è più un compromesso tra energia e agricoltura: è un nuovo modo di fare agricoltura, capace di proteggere il suolo, ridurre i costi energetici, aumentare la resilienza climatica e generare reddito aggiuntivo.
È una transizione che richiede rigore, attenzione e capacità di adattamento, ma che nel 2026 è ormai entrata nel cuore delle politiche pubbliche e delle strategie aziendali. E che, con ogni probabilità, segnerà il futuro del paesaggio agricolo italiano.