(AGENPARL) - Roma, 27 Maggio 2026 - Sul fronte delle buone notizie, i dati parlano chiaro. Il turismo pugliese nel 2025 ha registrato nei primi quattro mesi un aumento del 13,5% negli arrivi e del 16,2% nelle presenze. Sul fronte energetico, il 65,3% dell'energia elettrica pugliese è prodotta da fonti rinnovabili, contro una media nazionale del 36,9%: un vantaggio di 28 punti percentuali che pone il tacco d'Italia ai vertici del Paese. La natalità imprenditoriale è la seconda migliore d'Italia nel secondo trimestre 2025, e le liquidazioni PNRR hanno raggiunto i 672 milioni di euro, con investimenti significativi su mobilità ferroviaria, sanità territoriale e politiche attive del lavoro.
Sul quadro macroeconomico nazionale, il Presidente della Commissione Bilancio è stato diretto. "L'Italia è rimasta nella procedura per deficit eccessivo, con un rapporto deficit-PIL certificato da Eurostat al 3,1% per il 2025. Questo si traduce, per la Puglia e per tutte le regioni del Mezzogiorno, in trasferimenti statali più contenuti, maggiore pressione sui co-finanziamenti e meno spazio per gli interventi perequativi. Abbiamo già vissuto questa storia: il rigore sui conti pubblici nazionali viene scaricato in modo sproporzionato sui territori più fragili, esattamente com'è avvenuto in questi ultimi anni con i tagli e i sacrifici finanziari richiesti indiscriminatamente a Comuni e Regioni. Non possiamo permettere che accada di nuovo."
Su questo punto, Pagano ha richiamato una questione strutturale che riguarda direttamente il tema del disavanzo sanitario. "Il PIL pro capite pugliese è di 21.384 euro, oltre 11.000 euro al di sotto della media nazionale e circa la metà di quello delle Regioni settentrionali. Questa è la fotografia di un gap di capacità fiscale che separa il Sud dal Nord del Paese. Le regioni più ricche dispongono di basi imponibili più ampie, e dunque di maggiori risorse proprie da investire in servizi, personale e infrastrutture, tra cui anche la sanità. Se il finanziamento pubblico della sanità non tiene conto di questa asimmetria e non svolge una vera funzione perequativa, il risultato è inevitabile: le regioni del Mezzogiorno non potranno mai garantire ai propri cittadini gli stessi standard assistenziali del resto del Paese, non perché gestiscano peggio le risorse, ma perché, da un lato, ne ricevono strutturalmente di meno rispetto ai bisogni e, dall'altro, non dispongono di risorse proprie per compensare tali mancanze. Finché non cambieremo i criteri del finanziamento pubblico alla sanità regionale, questa ingiustizia non avrà fine e finirà sempre per produrre il solito cortocircuito: i territori più 'poveri' dovranno scegliere se garantire i servizi generando deficit, oppure se privare i propri cittadini di migliori standard di cura e assistenza per tenere i conti in ordine".
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