(AGENPARL) - Roma, 26 Maggio 2026 -
Il ddl 1679 nasce dall’idea di riportare al centro del dibattito pubblico e istituzionale i luoghi in cui il Made in Italy ha preso forma. Non si tratta di una semplice operazione di marketing territoriale, ma di un tentativo di riconoscere il valore storico, culturale e produttivo di quei Comuni che, spesso in epoche in cui l’Italia industriale non esisteva ancora, hanno dato origine a filiere oggi diventate simboli internazionali dell’eccellenza italiana. Il testo parte da un caso emblematico, quello di Calalzo di Cadore, considerato la culla dell’occhialeria italiana, e da lì costruisce un modello che può essere esteso ad altri territori che hanno avuto un ruolo fondativo in settori come la ceramica, il tessile, la meccanica di precisione, le calzature, l’agroalimentare e molte altre produzioni che compongono il mosaico del Made in Italy.
L’idea centrale del ddl è la creazione della Rete delle Città madri del Made in Italy, un organismo riconosciuto dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy che riunisce i Comuni che ottengono il titolo di “Città madre”. Non si tratta di un elenco simbolico, ma di una struttura organizzata, con una governance definita e con funzioni precise: coordinare iniziative di valorizzazione, promuovere la memoria produttiva dei territori, sostenere progetti culturali e turistici, rafforzare il legame tra imprese, scuole, ITS e università, e contribuire alla costruzione di percorsi identitari che raccontino come e dove è nato il saper fare italiano.
Per ottenere il riconoscimento, un Comune deve dimostrare di essere stato realmente un luogo di origine. Il ddl insiste molto sul concetto di radicamento storico: non basta ospitare un distretto industriale o avere un tessuto produttivo attivo, serve una continuità documentata, una tradizione artigiana riconoscibile, un patrimonio culturale legato alla filiera e una reputazione consolidata nel tempo. È un modo per distinguere i territori che hanno “inventato” un settore da quelli che lo hanno semplicemente sviluppato. Il riconoscimento avviene tramite decreto del MIMIT, sulla base di criteri oggettivi e verificabili.
Una volta entrati nella Rete, i Comuni possono utilizzare un marchio nazionale che certifica la loro identità di “Città madre” e accedere a strumenti di promozione e progettazione condivisa. Il ddl immagina una rete capace di generare iniziative comuni: festival tematici, percorsi museali, archivi d’impresa, itinerari turistici legati alla storia produttiva, collaborazioni con le Camere di commercio e con le associazioni di categoria. È un modo per trasformare la memoria industriale in un asset contemporaneo, capace di attrarre visitatori, investimenti e nuove opportunità di sviluppo locale.
La governance della Rete è affidata a un Comitato nazionale che riunisce rappresentanti del MIMIT, del Ministero della Cultura, delle Regioni e dei Comuni aderenti. Accanto a questo organismo politico-istituzionale, il ddl prevede un Segretariato tecnico che si occupa della gestione operativa, della progettazione e del coordinamento delle attività. È un modello che richiama altre reti tematiche italiane, ma con una forte connotazione economica e identitaria, perché il Made in Italy non è solo un marchio commerciale: è un patrimonio culturale che nasce da comunità, tradizioni e saperi locali.
Il ddl contiene anche un elemento simbolico ma significativo: il riconoscimento di Calalzo di Cadore come prima Città madre del Made in Italy. È un modo per dare un punto di partenza concreto alla Rete e per valorizzare un territorio che ha avuto un ruolo pionieristico in un settore oggi globale come l’occhialeria. Ma il testo è pensato per essere aperto, inclusivo e replicabile: ogni territorio che risponde ai criteri potrà chiedere di entrare nella Rete e contribuire alla costruzione di una mappa nazionale delle origini produttive italiane.
Nel complesso, il ddl 1679 si inserisce nella strategia più ampia di rafforzamento del Made in Italy come elemento identitario, economico e culturale. Non si limita a sostenere le imprese o a promuovere i prodotti, ma punta a valorizzare i luoghi in cui quei prodotti sono nati, le comunità che li hanno creati, le storie che li hanno resi unici. È una legge che guarda al passato per costruire futuro, che riconosce il valore delle radici produttive e che prova a trasformarle in un motore di sviluppo contemporaneo.