(AGENPARL) - Roma, 23 Maggio 2026 - Giovanni Falcone non era solo un magistrato. Era un ragazzo della Kalsa che aveva imparato presto a riconoscere le ombre della sua città, senza però lasciarsene contaminare. Cresciuto tra oratori, libri e partite di calcio, aveva incontrato Paolo Borsellino da adolescente, in un cortile polveroso, molto prima che i loro nomi diventassero indissolubili nella storia della Repubblica.
Falcone portava con sé una formazione rigorosa, un senso del dovere quasi antico, ereditato da una famiglia che aveva conosciuto la guerra, la perdita, la disciplina. Aveva scelto la magistratura non per vocazione romantica, ma per una forma di giustizia concreta, razionale, fatta di metodo e di studio. E proprio il metodo — seguire i soldi, ricostruire i flussi, leggere la mafia come un sistema economico — sarebbe diventato la sua firma, la sua rivoluzione.
Negli anni Ottanta, mentre Palermo bruciava sotto i colpi della seconda guerra di mafia, Falcone costruiva, insieme a Chinnici, Caponnetto, Borsellino e al pool antimafia, l’architettura investigativa che avrebbe portato al Maxiprocesso. Era un lavoro immenso, fatto di notti insonni, di verbali scritti a mano, di rogatorie internazionali, di intuizioni che nessuno aveva mai osato formulare. Eppure, mentre lo Stato gli chiedeva di combattere la mafia, una parte dello stesso Stato lo isolava, lo ostacolava, lo esponeva.
Il 23 maggio 1992, alle 17:58, tutto questo si spezzò in un boato. Sull’autostrada A29, all’altezza di Capaci, una carica di “tritolo, RDX e nitrato d’ammonio con potenza pari a 300 kg di tritolo” fece saltare in aria un tratto di asfalto. L’auto di Falcone, quella di Francesca Morvillo e le vetture della scorta vennero inghiottite da una nube di polvere, detriti e silenzio. Morirono in cinque: Falcone, Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Ventitré persone rimasero ferite.
La mafia — organizzazione criminale responsabile di gravissimi crimini e violenze — festeggiò in carcere. L’Italia, invece, si inginocchiò. Ai funerali, la voce spezzata di Rosaria Costa, vedova dell’agente Schifani, divenne il grido di un Paese ferito: “Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio.” Da quel momento, nulla fu più come prima.
Capaci non è solo un luogo. È una linea di confine. Da una parte c’è l’Italia che aveva paura, che si voltava dall’altra parte, che lasciava soli i suoi servitori più coraggiosi. Dall’altra c’è l’Italia che reagisce, che scende in piazza, che pretende giustizia, che non accetta più compromessi.
Falcone non è morto quel giorno. Falcone è diventato un metodo, un’idea, un linguaggio. È diventato la prova che la mafia può essere studiata, smontata, processata. È diventato la certezza che la legalità non è un concetto astratto, ma un impegno quotidiano.
Ogni 23 maggio, quando torniamo a quel tratto di autostrada, non ricordiamo solo la violenza. Ricordiamo l’uomo: il ragazzo della Kalsa, il magistrato che non si è mai arreso, il servitore dello Stato che ha pagato con la vita la sua coerenza. E ricordiamo che la sua storia non è finita. Continua in ogni aula di tribunale, in ogni scuola, in ogni cittadino che sceglie di non voltarsi dall’altra parte.
